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giovedì, dicembre 07, 2006
giovedì, agosto 25, 2005
è un giorno molto triste.
Ninjalicious, l'ispiratore di tanti esploratori urbani ci ha lasciato, dopo aver combattuto per anni contro il cancro.
Non ci sono molte parole da dire.
Leave nothing but footprints...
ha lasciato tante impronte in giro per il mondo.

venerdì, novembre 05, 2004
Essendo ormai una "donna in carriera" ho poco tempo per scrivere, o almeno per ora non ne ho voglia... quindi accontentatevi di questo....
www.fotolog.net/aranel
Giuro che prima o poi ricomincio, appena mi riabituo ai ritmi da pendolare!
martedì, luglio 13, 2004
per chi fosse interessato... ho preso 95/100 come voto di laurea... e devo ringraziare anche tutti voi che mi avete seguito in questi mesi, sostenendomi con il vostro interessamento.
lunedì, luglio 12, 2004
anteprima mondiale... il mio discorso di domani in sede di discussione di laurea. mi rendo conto della lunghezza... e probabilmente non lo leggerà nessuno...
[1- racconto]
Dalla strada si vede solo un piccolo edificio a due piani, ridotto a un rudere. In passato deve esserci stata la volontà di recuperarlo, o perlomeno di evitarne il crollo, perché presenta ponteggi lungo tutto il perimetro e per tutta l'altezza. Il rudere ha avuto la meglio, perché ailanti e robinie hanno inglobato la struttura in metallo ormai completamente arrugginita. È un vero spettacolo da guardare, perché sembra una torre mozzata di tempi lontanissimi, tanto è devastato. La copertura è completamente mancante, vetri e telai sono spariti tanto da lasciar immaginare che non ci siano mai stati. La giornata tanto bella rende l'edificio ancora più spettrale, perché sembra trovarsi in un'altra dimensione, in un altro tempo, molto lontano da noi. E io mi sono immersa nel silenzio che emana. C'è un cancello completamente spalancato: l'area è estesa, davanti a me un grande spiazzo, circondato da tante costruzioni: sembra un labirinto. Scatto una foto al mio fortino, infilandomi in mezzo alle sterpaglie, ma rimanendo vicina all'entrata del cancello, in modo da poter essere vista dalla strada. Sopraggiungono dall'interno dell'area tre signore che lavorano lì da poco per la Asl e che mi sconsigliano di avventurarmi troppo, essendo le piccole costruzioni abitate da clandestini.
[2- inquadramento:]
Quello appena letto era lo stralcio di un racconto da me scritto dopo una visita al vecchio Derganini.
La mia curiosità per i luoghi abbandonati è nata l'anno scorso, durante il laboratorio di sintesi con il professor Levi. Il tema era quello del tempo, e forse per una mia inclinazione un po' romantico-decadente, il pensiero si è rivolto verso gli angoli della città immersi nel silenzio, luoghi complementari al frenetico viavai quotidiano. Facendo delle ricerche ho scoperto non essere una passione solitaria, venendo in contatto con una vera e propria comunità di persone che condividono lo stesso interesse: l'esplorazione urbana.
[3- chi sono gli esploratori]
Navigando in diversi siti internet sull'argomento ho constatato che per lo più si tratta di ragazzi tra i 17 e i 30 anni di età, probabilmente perché in questa fascia si è più inclini al rischio e si hanno meno responsabilità. I Paesi che sembrano essere più attivi sono il Canada e gli Stati Uniti. Non tutti esplorano allo stesso modo: c'è chi si limita a osservare la città dall'esterno, chi esplora i luoghi abbandonati, chi ama anche infiltrarsi negli edifici ancora funzionanti, sfidando i sistemi di sicurezza, chi lo fa solo di giorno e chi anche di notte. Si esplorano luoghi abbandonati in genere (fabbriche, ospedali, uffici…), strutture di vario genere (ponti, dighe, sotterranei…) e qualsiasi cosa non facente parte di un normale iter quotidiano (locali tecnici, hotel, ospedali…). Ogni esplorazione richiede un equipaggiamento particolare, per rendere la visita più sicura: vestiario adatto per mimetizzarsi tra la folla (nel caso di edifici funzionanti), stivali, guanti, torce, telefono cellulare, kit di primo soccorso (per quei luoghi ritenuti meno sicuri). Lo fanno per vedere come respira la città quando non è osservata, perché si sentono in diritto di conoscere il territorio in cui vivono. Ritenendo questa curiosità più che legittima, seguono un'etica piuttosto rigida: entrano nei luoghi prescelti solo laddove ci sia la possibilità di farlo senza alterarne lo stato di fatto. Il loro motto è: le uniche tracce che lasciamo sono le nostre impronte… La loro curiosità, però, sta proprio nell'osservare le tracce lasciate dagli altri venuti prima di loro convivere con le tracce della natura che avanza. L'unica concessione è quella di scattare foto, per catturare un ricordo e poterlo condividere attraverso il racconto con gli altri esploratori. Internet è il mezzo con cui gli esploratori urbani si confrontano tra loro. E così ho fatto io, condividendo la mia esperienza con loro e con chiunque capitasse nel mio spazio virtuale.
[4- origini]
Le origini del fenomeno sono abbastanza discordanti. Alcuni tendono a pensare che coincida con la formazione delle città, altri con i miti classici e sumeri sui misteri delle grotte; più probabile con la Rivoluzione industriale e il rapido espandersi del suolo urbano. I grandi cambiamenti epocali da allora avvenuti, hanno lasciato profonde cicatrici nel territorio, cicatrici da osservare, prima di essere totalmente cancellate. I primi a teorizzare i possibili effetti positivi di un'esplorazione della città sono stati quelli dell'Internazionale Situazionista. Debord in particolare con le derive e la psicogeografia, voleva costruire un nuovo ambiente o viverlo in modo differente, permettendo uno stile di vita liberato, più piacevole, creando situazioni attraverso l'urbanismo unitario. Lo scopo era quello di sviluppare, quella da loro definita come, "la parte non-mediocre della vita, attenuandone per quanto possibile i momenti nulli". Debord definisce la psicogeografia come lo studio di leggi precise e degli effetti specifici dell'ambiente geografico, consciamente organizzato o meno, sulle emozioni ed i comportamenti degli individui. La città va esplorata attraverso le derive, vagando senza meta, lasciandosi guidare nell'ambiente circostante, o attraverso giochi psicogeografici, come per esempio quello di esplorare una città seguendo la mappa di un'altra, per contrastare la "società dello spettacolo", la vita alienata imposta. Le teorie di Debord sono molto attuali a distanza di circa 50 anni, soprattutto quando affermava che l'alienazione non avviene più mediante la produzione, come nell'era fordista, ma attraverso lo spettacolo, trasformando il vissuto in rappresentazione, codificando e strumentalizzando non più soltanto il lavoro, ma anche il tempo libero. Sempre secondo Debord "lo spettacolo è una relazione sociale fra persone mediata da immagini". La teoria situazionista rappresenta un'analisi lucida delle trasformazioni della nostra epoca, la quale appunto non è più guidata dalla sola produzione, ma anche, e soprattutto, dall'immagine. La critica, da loro iniziata e da altri successivamente portata avanti, riguarda la condizione di isolamento verso cui la società si sta dirigendo, che i mezzi di comunicazione permettono e l'urbanismo realizza: la partecipazione è illusoria, la comunicazione tra gli individui non sarebbe totalmente reale. Tutto lo spazio costruito sarebbe realizzato e organizzato in modo che di comunitario ci sia solo l'illusione dello stare insieme. Secondo Constant, la costruzione di situazioni è fatta di gesti contenuti nello scenario di un momento. L'urbanismo unitario è contro la fissazione delle persone in dati punti di una città; si contrappone alla fissazione delle città nel tempo. Sempre secondo i Situazionisti il territorio si struttura come rete che annulla differenze e specificità fisiche. Tutti gli spazi di vita quotidiana vengono banalizzati, omologati ed unificati nello spazio astratto del mercato. Oggi, anche senza saperlo, noi giovani esploratori urbani abbiamo raccolto la nostra esperienza dalle stesse teorie, rimarcando quasi l'atteggiamento profetico di alcune di queste, propagandate dall'Internazionale Situazionista.
[5- pratiche affini]
Nelle mie ricerche sono venuta a contatto con diverse realtà che ho ritenuto utili confrontare per sottolineare quanto il panorama sia ricco di possibilità in contrasto con quella società dello spettacolo, che Augè oggi definisce finzione integrale, che si estende al mondo intero.
Il Parkour per esempio, è una disciplina interessante, perché chi la pratica affronta il suolo urbano in modo totalmente inedito: il loro scopo è creare nuovi percorsi nella città attraverso il superamento di ostacoli. Più l'ostacolo è difficoltoso, più suggestioni si ricercano. Barriere architettoniche, muri, la distanza tra un edificio e un altro diventano lo spunto per mettere in atto figure acrobatiche. Gli ostacoli sono la loro arte.
Andrea Chiesi esplora le archeologie industriali per poi riprodurle sulle sue tele. Le sue architetture non sono "ambienti": sono soggetti a sé, carichi di significato. Cavi elettrici, circuiti stampati… E' una metafora della complessità del nostro mondo tecnologico.
In Italia ci sono diversi gruppi che affrontano, o hanno affrontato, l'esplorazione urbana come esperienza di sé nel mondo, per trovare la coscienza necessaria per dire, immaginare e progettare.
A Roma gli Stalker, a Torino i Cliostraat (svelando i luoghi dimenticati della città attraverso eventi), Città Svelata (secondo i quali il progetto deve passare innanzitutto attraverso chi abiterà quel luogo) e Gruppo-sfera, a Genova gli A12, a Firenze gli Errore Generale e a Napoli Arte e Propaganda. Gli Stalker in particolare investigano gli spazi urbani come un'azione che crea significati diversi per gli spazi vuoti, ambienti fertili che segnalano una diversa urbanizzazione. Si crea un sistema di relazioni all'interno dello spazio e del tempo che caratterizza i "territori attuali". I Territori Attuali costituiscono il negativo della città costruita, aree interstiziali e di margine, spazi abbandonati o in via di trasformazione. Sono i luoghi delle memorie rimosse e del divenire inconscio dei sistemi urbani, il lato oscuro delle città, gli spazi del confronto e della contaminazione tra organico e inorganico, tra natura e artificio. Foucault dice "L' attuale non è ciò che noi siamo, ma piuttosto ciò che diveniamo, ciò che stiamo diventando, ossia l'Altro, il nostro divenir-altro". Percepire lo scarto tra ciò che è sicuro e ciò che è incerto genera un senso di spaesamento che intensifica la percezione. Gli Stalker attraversano a piedi i territori attuali per essere in quegli spazi senza mediazioni, per partecipare alle loro dinamiche.
dalla teoria alla pratica
preso atto dell'esistenza del fenomeno, per capirne meglio le motivazioni, e i possibili benefici soggettivi, ma anche nel campo dell'architettura, ho ritenuto necessario sperimentare in prima persona l'esplorazione urbana, effettuando un viaggio nella città di Milano, tentando di conoscere il territorio sfiorandolo, investigandolo e raccontandolo. L'esplorazione urbana è strettamente legata al senso del tempo, e per questa ragione ho affrontato diversi panorami, che fossero in grado di suggerirmi interpretazioni su un passato recente, sul presente e sul divenire. Da qui la scelta di fabbriche abbandonate che abbiano rappresentato per un certo periodo la storia milanese, come per esempio il saponificio della Bovisa, la Richard Ginori… fino ad arrivare a piccole industrie di recente formazione che però non hanno resistito ai veloci cambiamenti. Ho ricercato il passato anche nel già citato ospedale Bassi (il Derganini), nell'ex laboratorio di scenografie della Scala, per giungere poi al presente, attraverso la fruizione dei mezzi pubblici, stazioni, fast food, edifici ancora funzionanti, come il Pio Albergo Trivulzio e i percorsi artistici offerti da Cittàzioni. Tra queste due facce (il passato e il presente)… il divenire, il senso di attesa che si respira nei cantieri e nei terreni incolti.
Milano non è la città in cui risiedo, ma da qualche anno, è la città in cui vivo, dove studio, dove passo il mio tempo libero. Pur interagendo in continuazione con i suoi spazi, mi sono resa conto di non conoscere a fondo il territorio, il che, a volte, ha portato a un lieve senso di smarrimento. Infatti, gli spazi che personalmente organizziamo e conosciamo sono pochi, riducendosi il più delle volte alle sole abitazioni. Conosciamo la nostra casa e conosciamo il luogo in cui lavoriamo, ma probabilmente sappiamo ben poco di tutto ciò che sta in mezzo. Durante le mie esplorazioni ho osservato con attenzione le dinamiche degli spostamenti da un luogo a un altro, a volte concentrandomi sulle mie sensazioni personali, a volte contemplando l'atteggiamento di perfetti sconosciuti che si trovavano per caso di fronte a me. I punti di riferimento non sono più luoghi da noi conosciuti in modo profondo, ma svincoli autostradali che sorpassiamo velocemente, immagini in movimento che spariscono con la stessa rapidità con cui si sono presentate ai nostri occhi, oppure anonime banchine, stazioni o fermate di pullman. La nostra attenzione non è rivolta a ciò che ci sta intorno, ma a qualunque cosa possa darci la sensazione di far scorrere il tempo più velocemente. È la condizione di passeggero a guidarci a destinazione, condizione caratterizzata dal senso di attesa, l'attesa, appunto, di arrivare a destinazione. Più che alla concretezza, i nostri spostamenti sembrano legati a immagini e comunicazione, simboli dell'istantaneità, che fan sì che i cittadini non siano più tali, diventando invece semplici utenti. Non percepire ciò che ci sta intorno cancella una parte di sensibilità propria dell'abitare, il che ci rende emotivamente incompleti. Proprio questa consapevolezza ha portato alla nascita dell'esplorazione urbana, perché ci ambientiamo laddove ci sia libertà di manipolare lo spazio. Essendo i luoghi pubblici preclusi a tale attività non resta che andare alla ricerca di quegli angoli dimenticati e nascosti che si trovano in ogni città: per ritrovare il senso dello spazio, per stupirsi della fisicità delle cose. Rappresentano i segni visibili di ciò che fu, ci mettono di fronte alla differenza che intercorre tra la nostra identità presente e ciò che non siamo più. La nostra esigenza di dare un senso al presente, rende difficoltosa la percezione del passato prossimo, spingendoci a cercare tracce che ricostituiscano un ordine temporale reso confuso dalla sovrabbondanza di avvenimenti e informazioni. La scelta del racconto, sia nell'esplorazione urbana che nel viaggio che ho intrapreso a Milano, non è casuale: il racconto tenta di annullare le distanze nello spazio, ma anche tra il presente e il passato prossimo. Per raccontare è necessario tornare indietro con la mente a quegli attimi vissuti, e cercare di renderli presenti. Ciò che viene scritto è un perfetto esempio di mappa mentale, in cui l'autore mette in evidenza particolari punti di riferimento, eliminando dettagli ritenuti poco importanti, ampliando o restringendo tempi, a seconda di quanto un avvenimento abbia contato nell'evolversi dell'avventura. Il racconto esplicita il modo in cui un individuo possa vivere un luogo, di come venga interpretata un'esperienza, nelle distanze spaziali e temporali.
L'esploratore urbano fa largo uso del racconto rendendolo pubblico attraverso internet. Così ho fatto io, tenendo un vero e proprio diario di bordo, un blog (dove blog deriva da web-log e log significa traccia), per raccontare in un continuum temporale le diverse esperienze spaziali, nello spazio virtuale per eccellenza. Mi sono confrontata con altri esploratori, sparsi per il pianeta, rilevando quanto tutti siano alla ricerca delle stesse suggestioni. Ho trovato riscontro anche da residenti di Milano, che hanno seguito il mio percorso, incuriositi da immagini della città che non conoscevano, o che hanno portato loro alla mente ricordi del passato.
Qualche esempio… in principio non sapevo da dove iniziare e Lisard mi ha scritto:
"comincia dalle viette dietro via torino..sarà banale, il centro...ma dal centro la città si dirama, e ti assicuro che andare in galleria in bicicletta alle 3 di notte é un'esperienza da provare..."
Oppure: … delle mie amiche addirittura per impararsi i tragitti degli autobus puntavano il dito sulla cartina della città e dovevano riuscire ad arrivarci!
Raccontando della Bovisa, sempre Lisard: mia nonna abita proprio vicino alla bovisa...mi ricordo che da piccola la domenica mio nonno mi portava a vedere i treni nella vecchia stazione...adesso anche quella é chiusa..e qndo ci passo davanti, il più delle volte sopra un treno, dal finestrino la rivedo, abbandonata, i vetri rotti e le cose coperte di polvere...
Vuotopieno, sempre in Bovisa… "ho sempre pensato fosse il "caso" a deteriorare prima alcune zone che altre... piacevole lettura... la natura selvaggia avrà il sopravvento… prima o poi..."
[7- conclusioni:]
I luoghi abbandonati, le rovine, possono rappresentare un'evocazione del ricordo. Nel ricordo noi mettiamo sullo stesso piano diversi elementi che ci aiutano a raccontare un evento: il nostro passato diventa così un miscuglio di tempi, luoghi, oggetti, sensazioni, individui, che uniti insieme rappresentano il nostro presente, ciò che siamo. Allo stesso modo rappresentano la summa di ciò che è stato fino ad un attimo prima, raccogliendo piccoli frammenti sparsi che dal passato sono arrivati fino a noi, raccontandoci non più la Storia, ma un ricordo di questa, da interpretare, e quindi personalizzare, da ogni singolo individuo che su di essi posi lo sguardo. L'osservazione e l'interazione stanno alla base del reale fruire di un luogo. L'esploratore urbano sente questa necessità pulsare maggiormente, gettando uno sguardo, più che verso un passato lontano, verso un presente da poco terminato, in un sottile tentativo di legarsi a ciò che è stato, come una catena formata da tante maglie, unite una dietro l'altra, raccontando brevi tratti di storia. Il fascino dell'osservazione di questi luoghi sta nel poter contemplare il flusso del tempo, un tempo non controllato e corretto da restauri e manutenzioni, ma un tempo libero di esprimersi, come l'esploratore è libero di sperimentare le suggestioni lasciate sciolte. L'accumulo di sedimenti, di tracce lasciate da altri, il lento consumarsi di altre forme e altre tracce fa avvertire una distanza fra un passato scomparso e una percezione attuale incompleta. La percezione di questo scarto fra incompiutezze, è la ragione essenziale del nostro piacere; è la percezione stessa del tempo, della subitanea e fragile realtà del tempo. I luoghi abbandonati e le rovine sono caratterizzati dal tentativo della natura di impossessarsi nuovamente del territorio. Ed è proprio questa a sensibilizzare maggiormente la sensazione di estasi estetica. La natura nel suo riappropriarsi ci rende partecipi di una nuova percezione del tempo, che nel vivere quotidiano non credevamo possibile: Augè lo definisce tempo puro. I molteplici passati delle rovine e la loro perduta funzionalità, quel che di esse si lascia percepire è una sorta di tempo al di fuori della storia a cui l'individuo che le contempla è sensibile come se lo aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui. Sperimentare la dimensione del tempo puro non è un'azione fine a se stessa, non è solo un viaggio interiore ed estetico: allontanarsi dalla Storia può essere un modo per riappropriarsene, per riprenderne la coscienza; una coscienza storica sbiadita dalla frenesia e dall'istantaneità, dalla spettacolarizzazione del mondo offerta dai parchi disneyiani e affini, che privilegiano uno spirito di consumo immediato e propongono simulacri del presente o della storia stessa.
L'esplorazione urbana indaga il senso del tempo attraverso un'altra forma di memoria: un paesaggio inedito racconta il tempo nelle sue diverse profondità, attraverso le memorie rimosse e del divenire inconscio dei sistemi urbani, attraverso gli spazi del confronto tra organico e inorganico.
Si confronta con la spettacolarizzazione del presente scrivendo gli spazi attraverso il racconto dell'individuale: "ogni paesaggio esiste solo per lo sguardo che lo scopre, (...) il paesaggio è lo spazio descritto da un uomo ad altri uomini", volendo citare Augè; si crea un confronto tra la propria soggettività e quella di coloro che abitano o abiteranno un dato luogo, esperienza utile per formare un'architettura di idee per la città.
Interpreta la Storia in modo complementare al monumentalismo. Un'altra urbanistica, speculare, fa percepire lo scarto tra gli spazi atemporali in un continuum temporale.
Può essere un metodo di lettura degli spazi contemporanei, per percepire il linguaggio inconscio del mutamento.
L'esploratore urbano opta per un ritorno alla materia del mondo, attraverso la ricerca di tracce, per riscoprire il piacere di essere viandanti e non solo passeggeri.
sabato, luglio 03, 2004
L’esplorazione urbana per l’architettura
indaga il senso del tempo attraverso un’altra memoria: un paesaggio inedito racconta il tempo nelle sue diverse profondità
si confronta con la spettacolarizzazione del presente scrivendo gli spazi attraverso il racconto dell’individuale: “ogni paesaggio esiste solo per lo sguardo che lo scopre, (...) il paesaggio è lo spazio descritto da un uomo ad altri uomini” (Augè, Rovine e Macerie, Bollati Boringhieri, pag. 72)
interpreta la Storia in modo complementare al monumentalismo
domenica, giugno 27, 2004
alla fine di tutto si potrebbe dire che l'esplorazione urbana:
1- è libera da qualsiasi vincolo economico, e quindi praticabile da tutti.
2- Non ha vincoli spaziali, perché ognuno è libero di visitare ciò che ritiene più opportuno per le proprie capacità e i propri interessi. C’è chi si concentra sui luoghi abbandonati, chi si interessa di locali tecnici, chi dei luoghi di passaggio e transito, c’è perfino chi ha indirizzato le proprie visite ai soli bagni pubblici presenti nel territorio urbano.
3- Crea maggior mobilità all’interno della città, rivelando nuovi flussi e percorsi. Alla base di molti grandi progetti sta proprio l’aspetto degli spostamenti, dei possibili percorsi effettuati dai futuri utenti.
4- Il territorio urbano si rigenera costantemente. La velocità dei cambiamenti cambia di continuo il volto della città, rendendo ogni visita ricca di nuovi spunti di riflessione e osservazione.
5- Riciclo. Nella sua accezione più generica di riuso e risignificazione: le tracce lasciate dall’uomo, col tempo, acquistano nuovi significati e suggestioni.
6- ricerca nuovi percorsi verso la conoscenza del passato, attraverso lo svuotamento delle conoscenze accademiche, optando per l’esperienza diretta come costante. Allontanarsi dalla Storia, può essere un modo per riappropriarsene.
7- La conoscenza accurata del territorio è alla base di ogni progetto architettonico ben strutturato.
8- oltre a essere vissuta, è raccontata, per mezzo di fotografie e scritti. Il racconto attraversa e organizza luoghi, aiuta a prendere maggiore coscienza dello spazio.
9- fa percepire lo scarto che c’è tra un passato terminato e un presente incompleto: la percezione stessa del tempo, in quanto subitaneo e fragile.
10- ci mostra l’anima del mondo: la città prende vita attraverso le tracce lasciate dagli individui.
cosa ne pensate? secondo voi?
giovedì, maggio 27, 2004
Un po’ di stanchezza
Siamo giunti alla fine di questo viaggio. Un altro avrà inizio e proseguirà verso altri orizzonti (questa frase fa molto film hollywoodiano). Devo ammettere di sentirmi un po’ provata, come pare sia normale in queste situazioni. Il mio giro non poteva che terminare nell’area della stazione di P.ta Vittoria, che mi ha portato tante sofferenze durante un laboratorio del terzo anno. Questo nome mi riporta alla mente delusioni e frustrazioni, e forse per questo motivo non mi sento molto in vena di rivederla. Cammino lungo via Ortigara, senza incontrare nulla di interessante, se non il solito muro alto che non lascia vedere nulla. Incrocio solo una signora non tanto alta che porta a spasso il suo docile alano, che a vederlo sembrerebbe più grande di me. Finalmente giungo in viale Molise, dove ha inizio lo spettacolo. Un vecchio capannone si affaccia sulla strada con le finestre ad altezza uomo, i vetri completamente frantumati e le sbarre alle finestre. È un vecchio garage, come se ne vedono tanti sia a Milano che in provincia. Non avrebbe nulla di così speciale, se non fosse che ho il sentore che sia l’ultimo che visiterò prima della laurea. Lo osservo quindi con un pizzico di malinconia e prevedendo una futura nostalgia. Questa volta non cerco tracce del suo passato, non aspetto che mi comunichi qualcosa, ma lascio solo le mie sensazioni libere di attraversare il mio animo un po’ emozionato. In questi mesi forse non ho esplorato come avrei voluto, buttandomi in grandi avventure, pericolose e spericolate. Ma è giusto così, perché, come ho scritto nella mia introduzione, l’esplorazione urbana segue un po’ il cammino della crescita: più diventi responsabile, meno ti arrischi. Considerando che non sono vecchia, ma neanche più una ragazzina, è giusto che io mi sia spinta solo fin dove me la sono sentita. In fondo non è necessario mettere in pericolo la propria vita per conoscere la propria città più a fondo. Sempre in viale Molise comincia il recinto della grande area dismessa di P.ta Vittoria, ben visibile a tutti, ma ovviamente inaccessibile. Qualcosa si è mosso dall’ultima volta che il mio sguardo si era posato su queste sterpaglie. Ci sono operai dentro, e probabilmente preparano l’area alla riqualificazione. In lontananza ci sono i vecchi capannoni della stazione, tanto lontani da sembrare irraggiungibili. Giro in via cena, sperando di riuscire ad avvicinarmi un poco. E invece trovo un nuovo spettacolo. Una vecchia sede dell’AEM, abbandonata, con qualche vetro rotto e alcune finestre murate. Sono quasi stufa di incontrare aperture murate. Capisco che si voglia precludere a estranei di prendere possesso degli edifici, ma trovo insopportabile chiuderli in questo modo, quasi frustrante. Proseguo e la vista si riapre sull’area della stazione. Il cancello è spalancato, operai che lavorano, lontani anche loro però dai capannoni. Cammino ancora un po’ e finisco su un sottopassaggio chiuso, protetto da alcune assi di legno, per impedire che qualche sbadato non finisca di sotto. Io sono curiosa, e nonostante la gente intorno mi guardi male, mi ritrovo praticamente sdraiata per vedere cosa si cela sotto quelle assi. Gradini bui portano ad un passaggio sbarrato, diventando solo il luogo d’accoglienza dei soliti rifiuti: veramente non capisco come ci siano finiti lì! Ci vuole impegno per gettare spazzatura in quel buco. Arrivo nuovamente davanti all’entrata principale della stazione, ritrovandomi molto più vicina ai capannoni, riuscendo così a catturare qualche immagine. Mentre aspetto il pullman osservo la scritta che campeggia sopra la mia testa. Una scritta che non avrà ancora vita lunga, ma che sicuramente rimarrà nella nostra memoria. PORTA VITTORIA.

domenica, maggio 16, 2004
Presto o tardi

Già da tanto dovevo venire a vedere questa zona di Milano, ma trovandosi decisamente fuori rotta rispetto ai miei itinerari abituali, ho sempre rimandato. Si tratta di un’altra delle tante aree dismesse di cui si sente parlare spesso, essendo immensa e promettente buoni propositi per il futuro. Ho rimandato fino a quando un amico non mi ha mandato un messaggio sul cellulare, indicandomi un grande edificio residenziale abbandonato. Pochi giorni dopo ero lì, ad ammirarlo. La prima cosa che vedo è una grande gru rossa e una parte di edificio crollata. Se solo fossi arrivata qualche giorno prima avrei ammirato il fantasma nella sua interezza con il suo sfondo di deserto milanese. La data di inizio lavori mi rimprovera che sono giunta solo due giorni dopo, permettendomi un altro spettacolo, altre suggestioni. Non so bene per quale motivo, ma gli edifici parzialmente crollati suscitano in me un misto di poesia ed estasi, quasi più di un luogo semplicemente abbandonato. Non è la natura a lasciar scoperte le interiora dell’edificio, ma un’azione umana, un gesto violento e risoluto. In quel momento gli operai erano in pausa, il lavoro fermo, e la grande gru sembrava più minacciosa. La parte demolita si proteggeva dai raggi del sole alle sue spalle, quasi a voler nascondere le sue nudità esposte agli occhi di tutti. Nudità che raccontano di vite vissute, di persone che camminavano in quei corridoi e soggiornavano in quelle stanze, rivelandone i gusti e le attitudini. Tanti spettri volteggiano lungo i piani dell’edificio, spettri di ricordi, che vengono inesorabilmente cacciati, e una danza disperata li accompagna nella ricerca di un luogo dove andare a posarsi, per rimanervi. Gli spettri alla fine dovranno arrendersi e dissolversi nelle menti e nei cuori di coloro che qui hanno abitato per tanti anni. Faccio qualche passo, per avere una nuova visuale, del tutto diversa e quasi imprevedibile. Mi trovo in un punto da cui si vede solo una lunga facciata desolata, con le finestre svuotate, che sembrano più occhi vacui e senza speranza, in un grido di dolore e di addio, consapevoli del prossimo destino che li attende. La parte demolita non si vede, ma si percepisce, come una ferita aperta, come un’amputazione difficile da accettare. La gru funge da carnefice e sembra intimare ai tanti locali di esprimere le ultime suggestioni, perché presto, al loro posto ne sorgeranno di nuove, forse più promettenti e vive. Il paesaggio sullo sfondo si perde all’orizzonte, il che fa un certo effetto in una città come Milano: fa effetto pensare che ci sia tanto terreno da non dare neanche una lieve intuizione di cosa ci sia oltre i suoi confini. Ma il territorio non è libero, il futuro sta prendendo posto, le aspettative si sostituiscono alla nostalgia. Montagne di terra e grandi buchi scavati, intanto, ci regalano un piccolo Gran Canyon meneghino, che ci fa sentire quanto siamo minuscoli e insignificanti se allontanati dalle nostre case di cemento.

venerdì, maggio 14, 2004
Amenità
Mi trovo a ridosso di una delle aree dismesse per eccellenza a Milano: P.le Lodi, o per essere più precisi Lodi TIBB. Sono passata da qui mille volte, senza che nulla in verità attirasse la mia attenzione: ma visto che alla facoltà di architettura è una delle aree più gettonate su cui far fare progetti agli studenti, non potevo non dedicargli almeno uno sguardo poco più che sfuggevole. Lungo viale Isonzo c’è un muro infinito, alto e impenetrabile, che non lascia scorgere quasi neanche il cielo. Il percorso è interessante, perché il marciapiedi è ingombrato da una moltitudine di pali, paletti e insegne che rendono il cammino piuttosto difficoltoso: sicuramente non permette passi disattenti. Se fossero solo i pali a creare il labirinto, uno potrebbe anche continuare a testa bassa, ma le difficoltà non sono solo bidimensionali, essendoci anche cartelli pubblicitari non esattamente alti che ti obbligano a reclinare leggermente il capo, se la natura ti ha voluto alto almeno m1,70. Ciò mi stupisce, perché la popolazione italiana non è poi così piccola di statura: possibile che non ci abbiano pensato? Sorpassate le pensiline delle fermate degli autobus ho la prima veduta dell’area in questione. Tutto tace, non si vede anima viva lavorare nei capannoni a ridosso dei binari. Il cancello è cosparso di cartelli che ingiungono di tenersi alla larga: guardie armate, cani, custodi, telecamere… eppure giurerei che non ci sia proprio nessuno. Forse si salva il custode, essendoci accanto al cancello una villetta ben tenuta e curata. Non riesco neanche a capire se almeno i treni passino da qui. L’area tutto sommato è ordinata, i capannoni mi sembrano in buone condizioni, che non definirei ancora abbandonati. Proseguo sul cavalcavia di corso Lodi, per avere una panoramica migliore. Proprio in questo punto saltano fuori gli angoli dimenticati da tempo. Una piccola area è recintata, separata dal resto, e usata dal comune quale deposito di arredi urbani. Il cortile infatti è disseminato di avanzi e frammenti di marciapiedi, panettoni e altro: l’immagine non si allontana molto dai parchi archeologici in cui si trovano pezzi di colonne classiche buttate a casaccio per terra, perdendo qualsiasi significato funzionale e strutturale. Procedendo sul cavalcavia la natura mi insegue, diventando, sotto di me, sempre più florida e selvaggia, come se salendo e allontanandomi dal suolo, il contatto con questo diventasse sempre più astratto, impossibile. Mi fermo a guardare le persone che mi sorpassano. Effettivamente nessuno getta uno sguardo al di sotto e l’edificio ormai prossimo al crollo, giace solitario e dimenticato. Come già ho evidenziato altre volte, la disattenzione da parte dei cittadini non è totale, perché ogni angolo è buono da trasformare in discarica: stracci, cerchioni, lattine, cartacce, una macchina da scrivere elettrica (ma ce ne sono ancora in giro? Non ne vedevo una da dieci anni!), un giornale in cinese… tante cose che apparentemente non avrebbero nulla in comune, se non il loro destino, la loro fine. Vago ancora un po’ da quelle parti, senza che nulla mi dia ispirazione. Torno alla fermata dell’autobus, cammino un po’ avanti e indietro, quando dall’altra parte della strada noto un particolare che mi lascia perplessa. Due edifici, di epoche diverse sono legati uno all’altro come in un incontro amoroso. Il nuovo ha assediato il vecchio, mangiandone via una bella fetta, rubando pochi centimetri, che però risultano essere piuttosto importanti: per rispettare una simmetria malata, il nuovo ha invaso il vecchio, coprendone parzialmente le finestre. Ha senso tutto ciò?

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