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giovedì, dicembre 25, 2003 Procedendo in Bovisa… mi presento ad un gruppo di copertoni Dopo aver osservato attraverso quella finestra impenetrabile, cerco un altro punto di vista. Con la macchina e accanto una mia compagna, gentilissima, raggiungo una stradina sterrata parallela a via Cernobbio, 100 metri più avanti. La stradina è interessante già di per sé, perché proprio accanto scorrono veloci le auto che si apprestano a salire su viale Monteceneri, ignare e del tutto disinteressate di ciò che accade ai bordi del fiume d’asfalto. È un’area piccola, ma densa di significati e storie da raccontare. Il sentiero finisce ad un cosiddetto punto morto, che forse tanto morto non è. Due linee parallele di terra accompagnano il mio arrivo, dicendomi che tanti altri prima di me sono passati da lì, mortificando la natura che in quell’angolo di città perduta, cercava di prendere il sopravvento. Forse dovrei sentirmi meno sola, invece la sensazione è di timore, perché avanzando non si raggiunge nulla che un comune cittadino potrebbe essere interessato ad osservare. Quanti esploratori urbani possono esserci? Non credo a sufficienza per giustificare l’assenza di erba in quelle linee parallele. Mi raccontano che gente disperata è passata di qui, con molta probabilità. Persone senza dimora, in cerca di un luogo per riposare, nascondersi. Raccontano che forse qualche coppia in cerca di intimità, un po’ irresponsabilmente, potrebbe essersi fermata in questo dove. Raccontano di gioventù perduta, che ha deciso di rischiare la propria vita facendo viaggi oltre la fisicità. Raccontano di cittadini che non si informano su dove possa trovarsi l’isola ecologica, e cercano il primo buco dimenticato, per scaraventarci i loro avanzi. Raccontano di vigilantes, che sono pagati, probabilmente mai abbastanza, per tenere d’occhio le aree abbandonate acquistate dalle grandi aziende. Le conferme arrivano puntualmente, su alcune delle mie elucubrazioni. Rifiuti di ogni tipo, disseminati lungo il percorso, e un vigilantes parcheggiato all’inizio, che ci guarda con una certa diffidenza. Per chissà quale motivo, ad un certo punto si crea un bivio, e le due linee parallele diventano quattro, formando un’isola al centro, per poi ricongiungersi in due dopo pochi metri: l’origine è artificiale, data dal passaggio delle macchine, ma la sensazione è che queste si siano comportate come il tempo, portando ad una nascita del tutto naturale. La mia attenzione viene attirata da un gruppo di copertoni che campeggiano beati in mezzo alla sterpaglia. Sembrano trovarsi lì da parecchio tempo, se non altro perché l’erba si è infiltrata, crescendo, in mezzo agli spiragli lasciati tra loro. Sono loro ad osservare me, non il contrario. Mi interrogano sulla mia presenza, mi chiedono se lascerò loro un po’ di compagnia: posso avere l’aria della cittadina indisciplinata, ma non della coppietta in cerca di intimità (queste non scendono dall’auto), né della tossica barcollante, e non indosso uniformi. Si esaltano per un attimo, perché le fotografo: puntare sulla vanità aiuta a farsi accettare, a farsi dare il benvenuto. Sembrano risplendere, sotto il sole opaco di novembre, come se per l’occasione si fossero date una ripulita. Ma è solo l’immaginazione, perché in realtà sono ricoperte di polvere e inquinamento, e la solitudine è la loro unica compagna. Certo, oltre gli alberi sfrecciano le auto, e davanti a loro i treni, ma sono abbandonate a loro stesse. Chissà tra quanto qualcuno si fermerà per portarle via, e donare loro un po’ di nuove emozioni. Mi viene in mente un video musicale, dove c’è una persona ferma, in mezzo alla folla che si muove velocissima, senza minimamente tenere conto di quell’unico personaggio statico. Il mondo procede con suoi ritmi e altri ancora più frenetici, anche se tu ti fermi. La tua sosta non conta: perché venga notata, altre persone dovrebbero fermarsi senza motivo. Mi prende una sorta di malinconia. E senso di solitudine. Sposto lo sguardo verso i binari dei treni, favolosa vista su cui termina la stradina sterrata. In quel momento non passano treni (e ci credo, sono sempre in ritardo… le belle pretese di far passare tre linee su un binario solo, e poi succedono i disastri… mi viene in mente a posteriori), e il senso di solitudine aumenta.
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lunedì, dicembre 22, 2003 sono in crisi. Sbaglio?
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22:39 | commenti (3)
sabato, dicembre 20, 2003 Sempre in Bovisa… Non sto a raccontare tutti i miei spostamenti, perché diventerebbe troppo lungo. Vado al sodo. La fabbrica che si incontra sulla destra in via Bellagio, arrivando dalla stazione del passante, sempre parte dell’area immensa dimessa. Il lato su questa strada è impenetrabile, non lascia neanche spazio all’immaginazione: un muro lungo tutta la via, con finestre poste in alto con inferriate, un cancello alto, e nulla più. Lascia intendere solo lo stato di abbandono. In via Cernobbio, qualcosa si vede, e accende la curiosità, la voglia di penetrare in quella giungla urbana. Dalle finestre prive di vetri si scorge uno stanzone buio, di un buio sporco, dove ad accumularsi non è solo la polvere, ma ogni tipo di sedimento metropolitano e naturale: lo smog ha incrostato le pareti, l’umidità le ha rese più nere e sembrano voler assorbire qualsiasi cosa osi passare nelle vicinanze. La sensazione è che se entrassi lì dentro, mi ritroverei appiccicata ai muri, a implementare l’arredo. Il buio non mostra, ma lascia ad intendere, la quantità di escrementi di volatili e topi, che formano un nuovo tipo di pavimentazione, che chissà, qualche designer o architetto potrebbe trovare interessante e proporlo per qualche milanese chic-stravagante. Per non parlare del pezzo di modernariato, unico vero pezzo d’arredo rimasto (almeno finché non mi trovano appiccicata alle pareti): l’estintore sgangherato. Sul soffitto altra chicca: il tempo ha conservato fino ad oggi le lampade al neon. Ritmicamente dividono lo stanzone, unico rimasuglio di una volontà organizzatrice dello spazio. La struttura di queste è completamente arrugginita, ma i tubi del neon persistono, forse ignorati da frequentatori di fabbriche abbandonate e dal tempo. Le pareti presentano ancora tracce di rivestimento, nei punti lasciati liberi, chissà perché, dall’umidità e dallo smog: intonaco verde qua e là, e piastrelle una volta bianche. A dire il vero, avendo frequentato il corso di restauro, dovrei sapere perché alcune parti si deteriorano prima di altre, ma la semplice osservazione lascia comunque spazio all’immaginazione: 1 metro quadrato di parete, con la stessa esposizione alle intemperie e al tempo, con la stessa composizione di materiali, senza impianti nascosti dentro… perché una parte si scrosta e quella subito accanto no? Poi piano piano alla memoria tornano le nozioni. L’umidità dal terreno sale, seguendo gli interstizi liberi nella composizione del calcestruzzo… o qualcosa del genere. Rimane un fenomeno affascinante, per quanto mi riguarda. Oltre il costruito la vegetazione regna sovrana: sterpaglie altissime non lasciano vedere ciò che succede dietro, facendo aumentare ulteriormente la curiosità. Immagino il vicino di casa di mia madre, maniaco del giardino (che pota il suo alberello con le forbicette da unghie, e ogni anno tappezza il suo fazzoletto con un nuovo prato), che malore avrebbe se si trovasse davanti a un simile spettacolo: già il giardino di mia madre non si allontana molto da questo quadro di natura selvaggia. È tempo di cercare un altro punto di vista e mi allontano.
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venerdì, dicembre 19, 2003 Fabbrica abbandonata in Bovisa. La Bovisa è una miniera d’oro, in fatto di fabbriche abbandonate. Parlando con il custode di una di esse ho saputo che sono tutte dell’inizio del secolo scorso: erano tante piccole industrie che producevano più prodotti, raggruppate nella stessa area. Ora sono per lo più di proprietà dell’Esselunga, che probabilmente aspetta il momento migliore per raderle al suolo e costruire un altro angolo del suo impero. Vicino alla stazione del passante lo scempio ha già avuto inizio. Durante i 5 anni di università ho sempre ammirato, da un punto di vista privilegiato, dall’alto della stazione, i vecchi edifici più che dimessi, completamente ricoperti di vegetazione, con i vetri rotti,o completamente mancanti. Un punto di riferimento era la ciminiera che si stagliava alta e imponente su tutto il quartiere, a dare il benvenuto agli studenti affaccendati, a ricordare un passato di fatiche operaie. L’anno scorso sotto i nostri occhi, misti all’incredulità e all’incanto, è stata abbattuta, con gli edifici attorno, che in qualche modo sembravano proteggerla e accompagnarla nel suo tempo. L’enorme braccio meccanico penetrava nei muri di mattoni come se fossero fatti di burro, quasi a sottolinearne la precarietà, giustificando un gesto tanto doloroso, agli occhi di chi ormai sentiva una certa affezione verso un luogo lasciato a se stesso. Ora in quell’area non c’è più un solo mattone, non una pianta o un vetro rotto, a ricordare cosa fu. Sarà riservato lo stesso destino al resto dell’area? posted by shelise |
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giovedì, dicembre 18, 2003 Derive alla Fiera dell’artigianato La fuga dei criceti. 6 dicembre 2003, h 16.00 – h 20.00
Un senso di frustrazione ha accompagnato l’attesa a questo evento. Sapevo a cosa andavo incontro. Il viaggio in metropolitana: costretta a prendere la linea 1 che tanto detesto, sempre superaffollata e tanto squallida da giustificare il senso di mortificazione che spinge molte persone a porre fine alla propria vita. Sarà perché la linea è tutta sottoterra, al contrario della 2 che da Cimiano ridona la luce e il respiro a un viaggio intollerabile; sarà la scelta del colore rosso, cruento, angosciante, al contrario del verde, ritenuto riposante, della linea 2; sarà perché la linea parte dalla Stazione dei treni di Sesto, sempre frequentata da facce poco raccomandabili, al contrario di Cologno nord, da dove parte la 2, immersa talmente nel nulla, da tenere lontano gli sfaccendati (a parte qualche carovana di zingari che compare puntualmente, e a qualche topo d’auto, facilitato nell’opera proprio dal nulla intorno). Stranamente ho trovato meno ressa di quanto mi aspettassi: era il fine settimana lungo, dell’Immacolata e in contemporanea con gli “o bej o bej”, quindi senza volerlo ho scelto il giorno giusto: un tragico sabato pomeriggio. Non sono una persona che sopporta bene le folle, e di solito tempo pochi minuti, mi trasformo in una belva inferocita, pronta a dar battaglia a chiunque osi sfiorare il mio spazio vitale. Sempre più stranamente mi sono sentita invece proiettare in uno stato ovattato, in cui quasi amavo le persone che mi pestavano i piedi, arrivando perfino a scusarmi di essermi trovata sulla traiettoria di perfetti estranei eccitati dalle luci, dalle spese natalizie e dal caldo indescrivibile all’interno dei padiglioni (ogni anno la stessa storia: non imparerò mai ad andare vestita adeguatamente, ritrovandomi sempre a trascinarmi dietro cappotto, maglione, camicia e borsa sempre strapiena di qualunque cosa possa essere definita inutile da chiunque). All’entrata veniamo assaliti da una moltitudine di ragazze che cercano di venderci la piantina della Fiera: e come ogni anno rifiutiamo, con un certo senso di superiorità, convinti che ormai quel labirinto di bancarelle non sia in grado di disorientarci. E come un rito d’iniziazione ci inoltriamo, credendo di essere già iniziati. Alla prima rampa di scale, siamo già persi. Le indicazioni dei pannelli appesi sono talmente vaghe e contraddittorie, da farci comprendere il nostro errore e la nostra arroganza. Ci inchiniamo umiliati, davanti alla Grande Maestra Fiera e chiediamo perdono. Ma essa è implacabile, e di graziose sirenette che vendono la piantina non se ne vede più neanche l’ombra. 4 ore di cammino, e non siamo riusciti a vedere neppure tutto il padiglione italiano. Io futuro architetto, il mio amato futuro designer, pensavamo di farla franca, seguendo un criterio più che logico per visitare l’evento. Invece di logica se ne è vista ben poca, visto che ci ritrovavamo senza spiegazione, al punto di partenza, come a una svolta senza uscita di un labirinto. Alzo gli occhi, per cercare di orientarmi, e invece ovunque lo stesso scenario: bancarelle tutte uguali, scandite modularmene da vele bianche sopra le nostre teste, sempre la stessa pavimentazione giallina. Ad un certo punto sembra di stare in un incubo: non c’è una destinazione, non un inizio, non un prima o un dopo, non una direzione da seguire. Tutto lasciato al caso, per quegli sciagurati che non hanno voluto spendere un euro per il depliant e la cartina. Sarebbe potuto essere un bel gioco psicogeografico, se solo lo scenario ogni tanto fosse cambiato. E invece mi sentivo come un criceto che corre sulla ruota, a vuoto. Oltretutto, secondo la legge di Murphy, abbiamo girato per le bancarelle più insulse, non incontrando nulla di intrigante e stimolante (la venditrice di collant che non si rompono, le solite poltrone massaggianti, vestiti da sciura, ecc… di artigianato poco o niente!). Dalla disperazione decidiamo di andarcene. Dov’è l’uscita? Sentiamo una coppia chiedere informazioni, all’esterno di un padiglione, mentre cercano di andarsene, passando per una zona proibita. Non sentendo la risposta, li seguiamo: mi affeziono a tal punto alla loro presenza, che quando vengono fermati da altra coppia disperata in cerca di uscita, mi fermo senza rendermene conto, al loro fianco, per aspettarli; dopo qualche istante mi ricordo di non conoscerli e arrossendo un poco mi allontano. L’unica speranza è riattraversare la Fiera dall’interno: dal retro, non è possibile uscire. Ogni scusa è buona per cercare di farti spendere soldi. Diverse persone si fermano a vicenda, per interrogarsi su come raggiungere la metropolitana, creando una specie di complicità tra criceti in fuga. Passiamo il viaggio di ritorno a giocare con i pupazzetti comprati all’esterno della Fiera, unica spesa natalizia effettuata in loco. Le persone ci guardano con un po’ d’invidia, ma anche come se fossimo matti: due ultraventenni che si infilano sulle dita tanti animaletti di lana e giocano come se avessero davanti il nipotino di un anno. Abbiamo violato una delle regole della metropolitana: non attirare l’attenzione, non guardare nessuno negli occhi, non rendere partecipe il pubblico del contenuto delle tue borse, togliendo il piacere di inventarsi storie malate. Eppure è gratificante destabilizzare esseri umani che per un tragitto sotterraneo di al massimo trenta minuti, dimenticano di essere tali, trasformandosi in manichini della Rinascente.
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13:37 | commenti (4)
proposta di progetto Posso cominciare raccontando come è iniziato tutto questo. L’anno scorso, al laboratorio di sintesi, ho proposto come progetto (dopo essere rimasta fulminata da un sito di foto su luoghi abbandonati) un allestimento in una fabbrica abbandonata. Tutti coloro cui l’ho descritto, sono rimasti affascinati, tutti tranne il prof ovviamente, che mi ha liquidato con “è una schifezza”… fortuna che al laboratorio di sintesi non c’è voto. La mia proposta era di lasciare la fabbrica nel suo stato di abbandono e di congelare le parti più significative, come oggetti e macchinari lasciati al loro destino, con una colata di resina epossidica trasparente, in modo da creare un film protettivo e da integrare gli oggetti all’architettura. L’allestimento voleva lasciare libertà di visita, in modo che ognuno potesse registrare liberamente le sensazioni provate. Non volevo violare l’immaginazione sconfinata degli esseri umani, quindi ero restia nell’inserire qualsiasi tipo di spiegazione, o stralci di storia del luogo. Poi su invito della Farè ho dovuto trovare una soluzione, visto che il mio intento era comunque quello di raccontare il passato ai presenti fruitori. Così ho pensato di inserire nei punti più strani delle scritte, realizzate con inchiostri termocromici (che appaiono cioè solo sotto determinate condizioni di luce e calore), che raccontassero la storia del luogo, in modo che ogni visita fosse diversa, a seconda dell’ora del giorno in cui si entrava. Così chi entrava di notte, si abbandonava totalmente all’immaginazione, non essendoci scritte visibili. Chi entrava la mattina avrebbe letto stralci differenti di storia da chi sarebbe entrato di pomeriggio, o anche solo da un’ora all’altra, seguendo gli spostamenti solari. Come progetto è sicuramente irrealizzabile, per i costi troppo elevati. Quello che più mi affascinava era congelare le tracce lasciate dal tempo, quindi anche gli strati di sporco accumulati, le cacche di piccioni, la scarpa abbandonata in mezzo al pavimento, i graffiti realizzati da ragazzi qualsiasi. Il prof Levi non era entusiasta, perché preferirebbe radere al suolo tutto e costruire qualcosa di nuovo. Capisco la sua posizione, e non è certo mia intenzione conservare ogni angolo abbandonato del pianeta, anche perché il fascino dell’abbandono sta proprio nella continua rigenerazione del paesaggio urbano: oggi c’è una fabbrica in declino, domani non c’è più, ma ce ne sarà un’altra con altre storie da raccontare. C’è da aggiungere che il mini prototipo che ho presentato al prof era veramente vomitevole: la resina che avevo trovato non era adatta e il risultato è stato deludente, oltre che terribilmente maleodorante. Non volevo fare una tesi progettuale, ma neanche teorica, quindi cosa di più adatto della via di mezzo? Non progetto nulla nei luoghi che esploro, però propongo un modo diverso di vivere la città: ritrovare la dimensione umana, ricrearsi il tempo libero, liberarsi per qualche ora dalla tecnologia, dalla frenesia, dalla metropoli, dalla società. Voglio scoprire come respira la città quando non è osservata. Voglio presentare uno scenario che viviamo ogni giorno, senza rendercene conto. Voglio giustificare le paure che abbiamo quando ci troviamo in luoghi non supportati da certezze. posted by shelise |
00:15 | commenti (2)
mercoledì, dicembre 17, 2003 Primo post. Trauma da foglio bianco. Da dove partire per raccontare Milano? l'abbandono è la mia priorità , ma è anche la grande paura da affrontare. Quando ho proposto la tesi, pensavo a una passeggiata, ora mi rendo conto che per fare l'esploratore urbano non devi avere tutta l'infilata di fobie che purtroppo mi ritrovo sul groppone. Vorrei laurearmi a marzo, e non sono ancora entrata furtivamente da nessuna parte. La situazione si fa tesa. In qualche modo spero che l'apertura di questo blog mi dia la spinta giusta, per avere qualcosa da raccontare, di emozionante e stravagante.
posted by shelise |
23:02 | commenti (4)
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