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sabato, gennaio 31, 2004 Istituto geriatrico riabilitativo, la verità a galla
La stanza buia, priva di porta, in cui sono entrata è piccola, non più di 5 mq e serve da anticamera ad un’altra stanza, ancora più scura e misteriosa. Non vedo assolutamente nulla. La poca luce che filtra dall’esterno è quella del sottopassaggio, già buio di per sé. L’unico modo per scoprire il contenuto è scattare foto azionando il flash. La scena che vivo sembra tratta da un horror o da uno dei miei peggiori incubi. Prima il nulla, poi istantanee in cui vedo solo cose inquietanti. Deve trattarsi di un vecchio bagno, perché ci sono ben quattro lavandini, uno più malmesso dell’altro. È incredibile come in mancanza di luce non avrei mai neanche pensato di trovare questi oggetti. È come se non fossi neppure entrata, come se vedessi un film. Un vecchio termosifone, sporco e incrostato di vernice, assi di legno spaccate, una bottiglia di birra appoggiata troppo diligentemente, a stonare con tutto quel sozzume e disordine, un lavandino che non viene usato sicuramente da anni e una saponetta rosa a lato, anch’essa riposta nel posto giusto, come se da un giorno all’altro abbiano smesso di utilizzare il bagno, senza ragioni apparenti. A contrastare con la cura con cui sono riposte bottiglia e saponetta, c’è appoggiata al lavandino, una vetrata smerigliata con decori in ferro battuto, con un grosso buco al centro, come se qualcuno vi avesse scagliato qualcosa contro. L’altro nostro dubbio riaffiora: che sia una specie di manicomio? Forse è per questa ragione che non ci sono cartelli sul cancello e non si vedono pazienti in giro. Sull’altro lato della stanza, sulla destra rispetto a dove sono entrata, ci sono altri due lavabi, uno identico al primo, l’altro di quelli lunghi, come li avevamo a scuola alle superiori. Il triplo lavandino fa senso a guardarlo: ricolmo d’acqua sporca, arrugginita e stagnante… sarà intasato, o qualcuno anni addietro avrà dimenticato di togliere il tappo? Ragnatele di ogni tipo addobbano le pareti e i tubi in vista. Uno specchio è appeso ancora intatto. Sul lavandino piccolo qualcuno ha negligentemente lasciato un vasetto di yogurt… sembrerebbe ancora pieno, il che mi disgusta oltre ogni limite, ma a rigor di logica, dopo tutto questo tempo, altro che muffa dovrebbe esserci! Il contenuto dovrebbe aver già passato tutte le soglie del degradabile. Tutte le rubinetterie sono in avanzato stato di ossidazione. L’umidità in questo tugurio regna sovrana. Mi fermo ad ascoltare, alla ricerca di altre forme di vita: silenzio assoluto. Perlomeno ho una vaga conferma che non siano stati i topi a mangiarsi lo yogurt. Torno al normale scorrere del tempo, cioè esco. L’aria che soffia sotto il passaggio mi ricorda chi sono, quanti anni ho, da dove vengo e dove sto andando. Il tutto richiede in ogni caso qualche istante: entrare in una stanza buia, piena di ogni cosa, lascia qualche strascico di torpore tornando all’aria aperta. Riavutami, ci dirigiamo nell’altro lungo corridoio, posto esattamente di fronte. Dal sottopassaggio la vista è favolosa. Non è propriamente abbandonato, ma è un luogo di passaggio considerato probabilmente di quart’ordine: di sicuro non passano di qua medici e pazienti. Tenui luci gialle appassite accompagnano il percorso, lungo pareti in mattoni a vista, richiamando infantili immagini di prigioni e sotterranei. Non si vede né si sente nessuno all’orizzonte, quindi senza farci troppi scrupoli avanziamo. Ormai anche Alessandro si è convinto che valeva la pena visitare questo posto. Sul lato sinistro ogni tanto filtra una luce vecchia e sporca, scandita da finestre dimenticate. Ogni tanto compaiono strane nicchie, rientranze, di cui non riesco a cogliere il significato: sicuramente rendono il viaggio più stimolante, perché ogni volta mi ritrovo a vederle da lontano, credendo che portino a una nuova svolta. Il corridoio curva di 90° a destra, dopo una ventina di metri, allargandosi e modificando lo scenario: ora sembra di trovarsi veramente in una antica cantina, con una copertura a botte ribassata. Dopo qualche passo, il percorso si dirama, dando vita a nuovi panorami. Lo stato apparentemente desolato lascia spazio al dinamismo, si vedono chiare tracce di lavori in corso e di restauro. Probabilmente ci troviamo sotto gli edifici impalcati che avevamo visto all’esterno. Anche il solo suono dei nostri passi lascia spazio a rumori di fondo inconfondibili, di gente che lavora, cemento miscelato e travi in acciaio che vengono spostate e montate. Ritenendoci soddisfatti torniamo indietro, arrivati a 10 metri dal sottopassaggio, sulla destra, una tubazione fa capolino per salutarci, con tutta la schiuma isolante che straborda. Il muro in questo punto presenta una strana colorazione: il grigio normale dell’intonaco si macchia uniformemente da un punto netto di rosa. Io, che ho sempre pensieri truci, penso subito a sangue slavato, ma anche qui, sicuramente mi sbaglio. Lasciamo da parte pensieri macabri e torniamo al mondo reale: ora urge scoprire cosa sia questo posto, dopo aver lasciato libero sfogo alla fantasia e alle ipotesi. Risaliamo da dove eravamo giunti in principio, e svoltiamo a sinistra, questa volta dalla parte opposta da dove siamo arrivati. C’è movimento, è ora di pranzo, automobili se ne vanno, gente esce a piedi. Ci troviamo di fronte ad un altro cancello, probabilmente quello principale, protetto da una sbarra che si alza solo se muniti di doveroso tesserino. Proseguiamo all’interno del cortile. Dietro l’edificio giallo ocra se ne staglia uno grande e scuro. L’entrata è sopraelevata e si raggiunge tramite una strada in salita, come quelle del pronto soccorso, per intenderci. Qui abbiamo una delle prime conferme: su un’auto sta salendo un signore anziano, e sulla porta d’entrata se ne vedono altri. Alzo gli occhi per osservare l’edificio, e sembra suddiviso in tanti appartamentini. Che sia un ospizio? Torniamo al cancello principali, pronti ad andarcene, non prima di aver chiesto qualche informazione. Ci rendiamo conto che non possiamo uscire se qualcuno non aziona la sbarra: non c’è un passaggio pedonale. Deve essere un posto molto privato, non certo un ospedale qualunque. Riusciamo a intrufolarci tra una macchina e l’altra e ci ritroviamo all’esterno. Sto per chiedere qualche informazione, quando alzando lo sguardo noto sul tetto dell’edificio grande e scuro campeggiare un’enorme insegna: “istituto geriatrico riabilitativo”. Ecco cosa succede a camminare guardando per terra. Ti ritrovi a visitare posti che non avevi in mente di vedere. Una domanda mi sorge spontanea: ci sono così tante persone che volano a Milano? Se non avessi alla fine alzato gli occhi al cielo, non avrei mai visto quell’insegna!
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giovedì, gennaio 29, 2004 Incognita quasi svelata Sorpassiamo gli edifici chiusi in via di ristrutturazione, incrociamo qualche persona che cammina solitaria. Alessandro mi guarda e mi chiede perché non fermo qualcuno a chiedere dove ci troviamo. Sono timida. Questa è la ragione principale. Poi, volendo aggiungere un po’ di pathos all’evento, vado in cerca di indizi. Raggiungiamo un sottopassaggio all’interno dell’area, ormai chiaramente non dismessa. Incontriamo un inserviente che trasporta spazzatura su un affare lungo che sembra un trenino. Ci guarda annoiato e diffidente, con una vena di disprezzo allo stesso tempo. O almeno questa è la mia impressione, dati i sensi di colpa di colei che si trova dove non ha diritto di essere. A dire il vero ho il diritto di sapere cosa avviene in città, ma chiedere il permesso sarebbe più saggio in alcuni casi. Qui però sembra che nessuno si preoccupi di noi. Mi ignori? Allora posso fare ciò che più mi pare. Nel punto più basso del sottopassaggio c’è un tesoro: perpendicolarmente si diramano due lunghi corridoi bui, illuminati da lampade consumate dal tempo e dalla polvere. Un signore cammina avanti e indietro nervosamente, parlando al cellulare, impedendomi di entrare nei corridoi: non voglio testimoni scomodi. Attendendo che si dia una calmata, che spenga l’aggeggio e che se ne vada, proseguiamo, risalendo dall’altra parte. Primo indizio. Incrociamo un uomo con una divisa bianca da infermiere. Non è tanto la tuta che me lo fa capire, quanto i famigerati zoccoli. Orrendi, ma a quanto pare comodi, se tutti gli infermieri del mondo li indossano. Al di qua del sottopassaggio gli edifici sono recenti, con grandi vetrate e uno spiacevole intonaco giallo ocra: non sopporto questo colore di rivestimento… ma anche qui deve esserci una spiegazione più che plausibile se un buon 40% degli edifici presenta questo colore. Ogni tanto si vedono passare di sfuggita altri infermieri. Cominciamo a sospettare che non ci troviamo in Farmitalia, ma in un ospedale. Ma possibile che non ci sia un’indicazione sul cancello?! Vogliono forse spaventare a morte le persone che entrano incuriosite, per avere qualcuno da curare? Forse Niguarda & co fanno troppa concorrenza. Effettivamente l’ospedale di Niguarda è grande e progettato da un illustre architetto (Arata), niente a che vedere con questo buco… ma non vorrei creare tensioni. Ogni luogo ha la sua dignità e va rispettata. C’è un cancelletto sul retro, che porta ad un altro parcheggio, confinante con una serie di edifici residenziali. L’impressione immediata è che il cancello porti effettivamente nei palazzi. Strano accostamento. Ho sempre visto gli ospedali in grandi aree a se stanti, lontano da tutto, circondati da grandi viali o parchi. Sul cancello c’è un volantino bianco, dice qualcosa a proposito di orari citando pazienti e parenti. L’intestazione dice: “Istituti milanesi Martinit e Stelline e Pio albergo Trivulzio”. Non mi chiarisce le idee, non ho mai sentito parlare di questi posti, e non dà indicazioni se si tratti di un ospedale. Devo tenermi ancora per un po’ il dubbio. Guardiamo verso il sottopassaggio, per assicurarci che la via sia libera: il nevrotico se n’è andato. Scendiamo. Sento un profumo che prima non avevo notato, di cibo; sento in lontananza delle donne canticchiare e un rumore di stoviglie. Il tutto fuoriesce da delle finestre opache che lasciano intravedere solo una luce al neon. ci sono i due corridoi prima citati e una rientranza che porta a una stanza completamente buia. Altro peccato d’inesperienza… non ho prtato la pila: mi do da sola voto 2 in quanto a preparazione all’esplorazione. Entriamo nel primo corridoio, quello più corto e illuminato. Ci sono tre ascensori, malridotti, sembrerebbero fuoriusa, ma probabilmente mi sbaglio. Le tre porte uguali sembrano propormi un indovinello: quale di noi sceglieresti per un viaggio all’inferno? Scelta ardua… non so quale sia peggio. Esattamente di fronte c’è una porta, aperta: ripenso all’indovinello e mando al diavolo i tre ascensori misteriosi e maledetti, scegliendo la via più sicura, quella che si svela subito. L’entrata porta ad un vano scala, con una bella ringhiera in ferro e ghirigori, di quelle che creano un bel gioco prospettico invitando a immortalarla (chi non ha mai fatto una foto a un vano scala dal basso scagli la prima pietra). Salirei anche, ma mi aspetta un corridoio buio e tenebroso ben più allettante, nonché la stanza dei segreti. Questa è la mia prossima immediata meta, si trova proprio accanto al corridoio appena lasciato. C’è un muretto alto 20 centimetri che sbarra la porta, a invitare a non entrare. Non ho la pila, ma almeno gli stivali alti sì. Lo spettacolo che si vede dall’esterno è piuttosto ripugnante. Un agglomerato confuso di spazzatura: cartone, scatole di medicinali, bucce d’arancia, pacchetti di sigarette vuoti (immagino, non ci tengo a verificare), flaconi di detersivo… sono una fifona, ma fortunatamente non sono schizzinosa, quindi avanzo.
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mercoledì, gennaio 28, 2004
Tra i mille foglietti che ho nel cassetto, su cui segno qualunque cosa, dove annoto eventuali destinazioni, trovate magari in una frase di un articolo in internet, o su segnalazione di conoscenti, avevo scritto “Farmitalia, via Bezzi, zona De Angeli”. Non restava altro che andare sul posto e trovare riscontro. La via si trova lungo una circonvallazione, ma il tratto che porta questo nome è relativamente corto. Non avrei dovuto trovare difficoltà nell’individuare l’area abbandonata. Tra tutti gli edifici sulla strada non ce n’è uno che abbia chiari sintomi di desolazione. Però c’è un cancello aperto, spalancato, e al di là non si vede anima viva; un po’ di sporcizia lascia intendere la poca cura; vetri sporchi, anche se non rotti, presentano uno scenario spopolato. Sul muro di cinta ci sono delle telecamere di sorveglianza, ma non si capisce se siano in funzione. Apparentemente non ci sono ostacoli e timidamente faccio il primo passo nella proprietà, con il timore di chi teme che al posto delle telecamere ci siano mitragliette che altro non aspettano se non scagliarmi addosso tutto il caricatore. Ormai sono alle mie spalle, non mi volto a guardarle, quasi a voler fingere noncuranza: il cancello è aperto, nessuno mi viene incontro, potrei anche essere una persona smarrita in cerca di informazioni… penso mentre avanzo. In cima all’edificio c’è un graffito, che ormai ho imparato a conoscere: Noce. Quante volte ho visto questa stessa scritta! Il signor Noce si da un gran da fare in giro per la città. Questo mi fa pensare che potrebbe essere un’area dismessa, perché un graffito all’interno di una proprietà privata attiva mi parrebbe ingiustificabile. Mi avvicino all’edificio, per cercare di sbirciare in qualche fessura, ma tutte le aperture sono poste troppo in alto. Allora mi fermo all’ascolto. Se possono ingannarmi gli occhi, l’ulteriore prova può darmela l’udito. In un magazzino si dovrebbero sentire operai canticchiare o bestemmiare, macchinari in funzione, piuttosto che solo il sistema d’aerazione vibrare. Nulla di tutto questo. A circa 100 metri da dove ci troviamo c’è un cartello di indicazione, in pessime condizioni, ma la nostra vista acuta ci lascia carpire qualche lettera. Entrambi leggiamo la stessa cosa: camera mortuaria. Brividi lungo la schiena… ma dove siamo finiti? Non sembra un ospedale, da dove ci troviamo. Cominciano i voli di fantasia e le ipotesi si fanno avanti. Essendo noi ancora convinti che si tratti della Farmitalia, pensiamo a esperimenti su persone che a volte possono anche finire male… un’industria chimica senza scrupoli, pronta a rapire gli sventurati che oltrepassano il cancello lasciato appositamente spalancato per attirare le prede. Non so se per noia o per paura, ma Alessandro continua a ripetermi che questo luogo non può interessarci e mi invita ad andarcene. Io insisto di voler scoprire qualcosa di più, almeno finché non vediamo personaggi strani con tute bianche, tipo quelle che si usano nelle ditte di microprocessori, in cui l’unica parte scoperta rimane quella degli occhi. In questo caso gli occhi li immagino iniettati di sangue, e arpioni anestetici alla mano, per sedarci e rapirci. Tutto questo grazie a un capannone chiuso e l’indicazione della camera mortuaria. Ci sono dei montacarichi, arrugginiti e malmessi, o almeno questo dice un cartello posto sopra di essi, indicandone lo stato di malfunzionamento e invitando quindi le persone a non farne uso. Il foglio è recente e accuratamente protetto da una busta trasparente, prova che l’avvertimento è stato posto non tanto tempo addietro. Ci avviciniamo ulteriormente all’indicazione della camera mortuaria, per vedere se almeno quella sia ancora in funzione, in cuor nostro sperando che non lo sia, per paura di vedere sbucare fuori degli zombi. Confortante, troviamo un’altra indicazione… questa volta per la camera ardente. Ho davanti agli occhi il corpo di un mio lontano parente, accuratamente sdraiato e ben vestito, contornato da candele e vecchie signore che pregano. È una scena immaginata, perché non ho mai avuto il coraggio di guardare in faccia una persona morta. I brividi sulla schiena si fanno più fitti. Alessandro mi indica un parcheggio che si vede in lontananza all’interno dell’area, pieno di macchine e continua a ripetermi che ci siamo sbagliati, che questa non può essere abbandonata. Comincio a convincermene anch’io, perché svoltato l’angolo, oltre alle auto vedo altri edifici in via di ristrutturazione. Potrebbe anche essere che solo una parte sia dismessa, quindi vale la pena documentare. È anche una buona occasione di infiltrazione, per scoprire di cosa si tratta e capirne i movimenti. Anche questa è esplorazione urbana.
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martedì, gennaio 27, 2004
Da un certo punto di vista mi sembra di essere diventata più sbrigativa nello scrivere di un posto visitato. Ho dedicato un solo post per Viale de Gasperi e per l’istituto Marchiondi. Ciò non è dovuto né a fretta né a mancanza di interesse. Probabilmente è solo accidia, il peccato capitale cui sono più affezionata. La visita all’istituto Marchiondi mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, come si suol dire. Avevo riposto delle speranze in quel luogo. Ero convinta che fosse facilmente accessibile. E lo sarebbe se non fosse abitato. Leggo troppi articoli sui giornali che parlano di sparatorie, stupri, rapine, ferimenti, regolamenti di conti, per non tenere conto della presenza di qualsivoglia persona all’interno di queste aree dismesse. La tesi che sto affrontando mi piace molto, alcuni non la capiscono, altri me la invidiano. Però non è mia intenzione entrare a far parte del materiale cartaceo che sto raccogliendo sui luoghi da me visitati: cronaca nera, il 90% delle volte. Ho navigato in molti siti che trattano l’esplorazione urbana, soprattutto in America e in Canada. La conclusione che ne ho tratto è che la situazione da quelle parti non è così drammatica. Nel nostro Paese abbiamo un grande problema con l’immigrazione, le persone arrivano, ma non sembrano essere le benvenute e non trovano un modo idoneo di integrarsi. Non faccio parte di quella schiera che ritiene gli immigrati tutti delinquenti, però la situazione in cui vengono a trovarsi può portarli a un livello di diffidenza tale da renderli anche involontariamente pericolosi. Non abbiamo le attrezzature e la mentalità giusta ad accogliere migliaia di persone che abbandonano il proprio Paese per la disperazione, per la fame e per la mancanza di quei beni fondamentali a rendere una vita sufficientemente dignitosa. Non è semplice entrare nei loro cuori e capire cosa provano, come si sentono. Io, cittadina italiana, fatico ad accettare certi comportamenti di miei concittadini, talmente presi da se stessi da sentirsi in diritto di calpestarti i piedi per i propri comodi. Mi rendo perfettamente conto che assumo certi atteggiamenti io per prima, quando esco di casa con la luna storta. Ci spintoniamo, ci insultiamo, non guardiamo nessuno negli occhi, se vediamo qualcuno in difficoltà lo osserviamo da lontano, ma difficilmente ci appresteremo a dargli una mano. Siamo così tra di noi. Figuriamoci con chi non corrisponde ai canoni del medio borghese. In cuor nostro probabilmente non prendiamo troppo seriamente questi comportamenti disumani. Se però, provo a mettermi nei panni di una persona straniera, che a malapena conosce la lingua, che è riuscita a introdursi nel nostro Paese di nascosto, e quindi estremamente in difficoltà, con i sensi di colpa e frustrazione… come potrebbe reagire a tanta indifferenza e addirittura cattiveria? Non può che scattare un meccanismo di autodifesa, un odio recondito verso coloro che vivono bene e che non degnano neanche di uno sguardo, temendo a priori la presenza dell’estraneo. Gli esseri umani, per quanto intelligenti, sono emotivamente deboli, basta poco a far vacillare le poche certezze acquisite. Un esempio ridicolo, ma nella sua piccolezza esplicativo: io sono una cittadina media, non sono né ricca né povera, né brutta né bella, né buona né cattiva, rappresento lo standard. Eppure mi è capitato molte volte di entrare per esempio in un negozio e venire trattata con una freddezza ingiustificata dai commessi, o da altri clienti. Ci rimango male, e in quel posto sicuramente non metterò più piede, a meno che non sia costretta. Figuriamoci persone che sono giunte qui spinte dalla disperazione, che non trovano un solo volto amico, pronto a dare un minimo di fiducia. Non sto brandendo la bandiera della pace, né del “volemose bene”, anche perché sarei ipocrita, dal momento che io per prima temo il più delle volte lo sconosciuto. Non so quanto ci vorrà per raggiungere un equilibrio sul tema immigrazione, ma so per certo che fino ad allora le aree dismesse saranno di loro proprietà, e difficilmente mi permetterò di entrare non autorizzata in casa altrui.
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lunedì, gennaio 26, 2004
Avevo trovato questa destinazione da visitare in internet. Un istituto abbandonato a Milano. Sulla cartina compariva la via. Era effettivamente in città. Raggiungo la meta in auto, autostrada fino viale Certosa, Piazzale Lotto, arrivo a Via della Forze Armate. Dovrebbe trovarsi in fondo a questa strada. Sulla cartina sembrano pochi metri, in realtà è una strada molto lunga. Arriviamo a Baggio, l’atmosfera comincia a cambiare, le case si fanno più basse e più rade, la strada da che era larga e imponente, diventa un intricato sistema di viuzze pavimentate con porfido, proprio come i paesini in provincia. Se la cartina non mi assicurasse che ci troviamo ancora nel Comune di Milano, avrei già invertito la rotta, convinta di aver sforato i confini. Avrò tutta la vita per visitare il resto del mondo, per la mia tesi mi sono sentita in dovere di darmi un limite ben preciso. Peccato perché proprio alcuni giorni fa alla fine di Viale Fulvio Testi ho visto una casa straordinaria, completamente abbandonata; per quanto bella, nessuno vorrebbe vivere in quel tratto di strada: il non plus ultra dell’inquinamento cittadino. Purtroppo si trova esattamente dopo il confine con Sesto. Ma credo che in questo caso farò un’eccezione, perché se non ci fosse il cartello a segnalare l’uscita da Milano, non ci sarebbe modo di capire di essersi lasciati alle spalle la città. Baggio invece sembra proprio far parte di un comune a sé. Arrivati in Via Noale, non ci si può sbagliare: l’istituto si staglia grande e abbandonato nel paesaggio non più urbano, ma fatto di campi da coltivare e casette a uno o due piani. Questa volta so di cosa si tratta, so essere un progetto di Viganò, architetto milanese importante. Dall’alto della mia capacità critica architettonica, lascio libero sfogo alle prime impressioni: orrendo. Fortunatamente è in avanzato stato di abbandono, il che gli dona un’aura ben più forte di quella che avrebbe se fosse ancora in funzione. Non credo che gli abitanti del luogo siano pronti a elogiare questo fattore. Probabilmente l’hanno detestato quando è stato costruito, e lo detestano maggiormente ora che non ha alcuna ragione apparente di restare lì. È un’architettura tanto importante da meritare una targa all’ingresso principale, per giustificare in qualche modo il fatto di non essere stata ancora rasa al suolo. È ridicolo. Se veramente l’ente dei Beni Culturali considera l’opera degna di richiamo, non avrebbe dovuto permettere che si riducesse in queste condizioni. A meno che non siano stati guidati da un animo romantico, amante dei ruderi. Il lato che ci accoglie, quello sul parchetto è cinto da una ringhiera. Con un piccolo sforzo forse si potrebbe anche riuscire ad entrare da qui, ma sarebbe troppo in vista, quindi sconsigliabile. Decidiamo prima di tutto di fare un giro dell’area, anche perché avevo letto che c’era un modo molto semplice di entrare. L’ingresso è aperto, ma non proprio chiaramente ci rendiamo conto che all’interno c’è una specie di bar funzionante. Le facce che si intravedono sono strane, probabilmente è un punto d’incontro per i derelitti umani: singolare che abbiano dato loro proprio un edificio abbandonato come sede, quasi a volerli isolare ancora di più dalla società. Non è certo un luogo accogliente. Passiamo al lato parallelo a quello fronteggiante il parco. Si trova lungo un campo e una stradina chiusa al traffico da una sbarra. Tutto sembra molto tranquillo, mi sto quasi convincendo che potrei entrare. Cosa mai può esserci in questo quartiere isolato? Sento delle voci, mi guardo attorno smarrita, più che altro nella speranza che non vengano da dove temo. Fingendo una noncuranza poco credibile osservo più attentamente cosa si trova oltre la ringhiera. Le immagini sono confuse, il costruito lascia intravedere del movimento senza svelarne l’identità. Le voci sono più forti, ma non si distingue né la lingua né l’argomento trattato. La mia speranza è che si tratti di un gruppo di operai. Più che speranza la definirei ingenuità. Improvvisamente sbucano fuori da un buco nella ringhiera, poco più avanti da dove ci troviamo, due uomini, di corporatura piuttosto robusta. Avrebbero proprio l’aria di muratori, o operai. Decido di volerlo scoprire in un punto più vicino alla civiltà: mi giro e comincio a incamminarmi verso la sbarra, sempre fingendo una calma a quel punto ingiustificata. Cammino lentamente per non destare troppo sospetti. Intanto parlo con Alessandro, in modo da doverlo guardare in faccia, approfittandone per osservare i due tipi loschi alle nostre spalle. Alessandro non sembra preoccupato, ma lo sarà nei prossimi trenta secondi, a causa della mia ormai logora ingenuità. I due uomini sono quasi alla nostra altezza, quando, per chissà quale folle ragione, decido di voler comunicare con loro. Mi giro di scatto, li guardo e chiedo: “ scusate… sapreste dirmi cosa c’è dentro?”. Ma una domanda più cretina poteva venirmi in mente? Tant’è che i due si guardano, borbottano qualcosa, dicono “no no…”. Io ringrazio con la gentilezza di chi ha ricevuto una notizia indispensabile per la propria vita. In effetti è così. Mentre chiedevo e rispondevano, ho fatto loro la radiografia, li ho studiati, osservati e sono giunta alla conclusione: erano zingari. Appena si sono ulteriormente allontanati, Alessandro mi ha guardata come se fossi matta: “ma che razza di domanda hai fatto? Non avevi capito che erano zingari?”. No, o per meglio dire… ho voluto lasciare il beneficio del dubbio. Non mi aspettavo certo che mi invitassero a entrare per un caffè, però volevo capire il loro grado di sospettosità. Direi alto, alla fine. Siamo giunti alla conclusione che quello è un punto di ritrovo per fare scambi di merce rubata. Non è mia intenzione diventare parte del bottino. (“quando ero piccola mia madre mi diceva che se non avessi fatto la brava mi avrebbe dato agli zingari”). Un po’ scioccati dall’incontro facciamo il giro del quartiere dall’altro lato, sperando di poter raggiungere la parte posteriore. Purtroppo sul retro c’è un campo recintato e da lontano si vede un muro a proteggere i confini dell’area. Non ho assolutamente l’intenzione di riprovare dal lato degli zingari. Anche questa volta rinuncio all’impresa, con qualche giustificazione in più. Ci avviciniamo al lato sul parchetto, per osservare qualche dettaglio: l’interno è pieno di oggetti, si intravede confusione, oltre a vetri rotti. Qui sarebbe proprio da entrare. Forse se torno in un orario diverso, per esempio di pomeriggio, la situazione si tranquillizza, magari gli zingari sono al “lavoro”.
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venerdì, gennaio 23, 2004
Tra un luogo abbandonato e l’altro mi fermo a mangiare, visito altri posti, ma soprattutto mi sposto. Ci sono tanti modi per girare la città: metropolitana, tram, pullman, a piedi, moto, motorino, bicicletta, automobile, monopattino, skateboard… mi han detto che è vietato andare per strada con i rollerblade. Pare sia pericoloso, per sé e per gli altri. Dal mio punto di vista il mezzo migliore sarebbe il motorino: da la possibilità di spostarsi in fretta, si può rallentare senza intralciare troppo il traffico, e non è faticoso. Anni fa possedevo un Sì della Piaggio. Ora, ogni volta che vado in città maledico il giorno in cui l’ho venduto, praticamente regalato. Mi piacerebbe avere una bicicletta, ma non saprei dove lasciarla. L’ideale sarebbe che non esistessero ladri, così da poterla parcheggiare quando mi stanco di girare, e recuperarla il giorno successivo per riprendere da dove ho interrotto. Purtroppo sono una pendolare, e mi tocca muovermi con i mezzi pubblici. È un danno, perché sono sempre in sciopero, e non sempre raggiungono i punti che mi interessa visitare. Come ho già scritto da casa mia impiego 2 ore per raggiungere l’università, contro i trenta minuti in macchina: colpa delle coincidenze. Devo cambiare due pullman, prendere la metro, scendere a Garibaldi per il Passante. Soste: almeno 20 minuti dal primo pullman al secondo; 15 minuti dal secondo alla metro; altri 15 minuti dalla metro al Passante. Se poi calcolo i 10 minuti a piedi per raggiungere la fermata del pullman e altri 10 per raggiungere le varie banchine e l’università… un’ora e 10 minuti a vuoto. Restano 50 minuti effettivi di viaggio… comunque di più rispetto all’automobile. Uno scandalo. Se poi penso che il biglietto tra andata e ritorno mi costa più di quanto spenderei in benzina! Spesso arrivo a destinazione così stanca che sarei già pronta a tornarmene a casa. Ho come la sensazione di aver già dato: dovrebbero considerarle ore lavorative. Quattro ore, sommate alle 8 di una normale giornata settimanale, fanno 12 ore: se spero di dormire 8 ore di notte, restano solo 4 ore da dedicare ai pasti, all’igiene personale, alle faccende domestiche e allo svago. Queste sono le mie prospettive se dovessi scegliere di lavorare a Milano e vivere in provincia. Occorre fare una scelta drastica per il mio futuro. In quanto studente, le mie giornate sono più leggere, posso permettermi una sosta pomeridiana di un’ora per farmi i fatti miei: è l’ora che risparmio di viaggio. In questi anni di università ho preparato metà degli esami seduta su un pullman sgangherato, con poca luce e tante buche nell’asfalto (sempre imprecando contro il Comune di turno), ho imparato a sfruttare al meglio ogni imprevisto, e a non soffrire di mal d’auto. Stranamente la mia vista invece che peggiorare si è allenata, ritrovandomi con quasi 10 decimi, nonostante le torture cui sottopongo giornalmente i miei poveri occhi. Se avessi avuto l’automobile mi mancherebbero ancora 10 esami. Non avrei letto tutti i romanzi di Dostoevskij, Tolstoij, Rand, Tolkien, etc…; non avrei conosciuto metà delle persone che frequento; non avrei la cultura musicale che mi ritrovo. In macchina ascolto la radio, non le mie cassette o i miei cd, perché la musica è più leggera. I miei gusti personali non sono adatti a tenere l’attenzione viva sulla strada. Con le cuffie nelle orecchie mi sono fatta viaggi oltre il reale, entrando in atmosfere irraggiungibili con il solo sguardo. In macchina è preferibile ascoltare Ramazzotti&co, cercando di rincorrere parole che proprio non ne vogliono sapere di entrare nella mia memoria. La musica che ascolto io porta a chiudere gli occhi, lasciandola penetrare nel profondo dell’animo, porta a fissarsi su un particolare, osservarlo e smembrarlo, togliendo ogni riferimento reale. In metropolitana ho trasformato tante persone, oggetti, paesaggi in quadri astratti, in particelle in movimento. Tutto questo l’auto non può darmelo. Se guido io. Le persone al volante tirano fuori il peggio di sé, soprattutto negli orari di entrata e uscita dagli uffici. Io soffro d’ansia quando guido, ultimo vero rimasuglio di un ormai lontano esaurimento. Una volta un uomo impazzito ha praticamente minacciato di morte me ed Alessandro, perché a suo parere avevamo fatto un’uscita azzardata: ci ha superato, ha inchiodato, l’abbiamo risuperato, ci ha inseguito a folle velocità superando in modo estremamente azzardato le auto dietro di noi. Ad un semaforo rosso è sceso ha aperto la portiera, pronto a fare a botte. Aveva in auto una bambina piccola. Altre persone non dovrebbero avere la patente per quanto sono incapaci e pericolosi. Come può non venirmi l’ansia? Mi rendo conto che quando mi trovo in città assumo le fattezze del tipico automobilista milanese: non c’è pietà per nessuno. Fretta. Nevrosi. E non dico niente sui parcheggi… starei qui un’altra settimana a scrivere dell’argomento! posted by shelise |
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giovedì, gennaio 22, 2004 Viale De Gasperi, i misteri svelati
Ero in macchina, stavo andando altrove, quando un edificio imponente e con vetri rotti ha attirato la mia attenzione. Dovuta la sosta. Non ho la minima idea, come al solito, di cosa si tratti. Si trova all’angolo tra viale Serra e via De Gasperi, arrivando dall’uscita autostradale di Viale Certosa. Già da lontano si preannuncia una visita difficile da documentare: un muro alto più di due metri lungo tutto il perimetro, non lascia intravedere nulla. Camminando lungo il marciapiede non avrei avuto modo di accorgermi che al di là dello sbarramento si trovava un edificio. Fortunatamente l’ho notato da lontano. Verrebbe da immaginare chissà quali segreti racchiusi in questo luogo. Non c’è un solo spiraglio lasciato al caso. Anche il cancello arrugginito, è stato rinforzato per impedire che si veda alcunché. Non mi resta che alzarmi in punta dei piedi, stiracchiare bene le braccia, assicurarmi la macchina fotografica ben salda tra le mani, e scattare a caso, nella speranza di catturare qualcosa di interessante. Dall’altra parte della strada ci sono due vigili, per un attimo temo possano riprendermi, ma sono troppo occupati a dirigere il traffico, stranamente non troppo intenso. Quel che la mia camera digitale coglie mi lascia ancora più sconcertata: oltre il cancello c’è una barriera protettiva ancora più fitta. Alberi e arbusti, intrecciati tra loro, come in un bosco maledetto, impediscono la vista di quel che accade oltre. Come se non bastasse, a tenere questi artigli dannati uniti, c’è una coltre fittissima di filo spinato. Chiaramente qualcuno ha voluto che in nessun caso ci si introducesse dentro. Il che fa aumentare maggiormente la curiosità: cosa mai può nascondere un edificio abbandonato, di così terribile? Sostanze tossiche, radioattive, armi nucleari… sono sicura che ci sono personaggi tanto disperati da riuscire anche in questa impresa apparentemente impossibile. Ormai ho capito che ogni singolo edificio abbandonato di Milano è di proprietà dei clandestini e degli inconsolabili. Mi incammino lungo viale De Gasperi. Non c’è assolutamente nulla, a parte due contenitori, di all’inizio non so che cosa: uno è alto e azzurro, l’altro basso e grigio. Il mio ragazzo, che gentilmente si è offerto di accompagnarmi, mi suggerisce di arrampicarmi su uno dei due cosi, per cercare di vedere oltre il muro. Da bravo cavaliere, con le sue mani mi crea l’appoggio per saltare su. Nonostante mi trovi in a un metro da terra, il muro rimane comunque troppo alto, e anche in questo caso mi vedo costretta a stiracchiarmi e scattare foto a caso dall’alto della mia testa. La mia preoccupazione è ancora rivolta al pensiero di essere vista, a cosa potrebbe pensare la gente vedendomi in quella posizione. Sono schiava della società in cui vivo, e attirare l’attenzione è un aspetto veramente negativo. Intorno a me in realtà non c’è nulla: una strada a scorrimento veloce, un marciapiede deserto, palazzoni abbastanza lontani da non preoccuparsi di un puntino nero sul lato della strada frequentato da gente poco raccomandabile. Mentre scatto le foto penso a tutto questo, non tanto a cosa possa trovarsi al di là della barriera. Il fatto di essere così impenetrabile mi rende l’area antipatica, per quanto sia dismessa, e quindi meritevole di attenzione. Scendo dal podio improvvisato, con l’agilità di un bradipo, usando come appoggio il contenitore più alto, quello azzurro. Il mio ragazzo mi fa notare che si tratta di un distributore di siringhe. Orrore. Primo riflesso è quello di guardarmi le mani… non avevo messo i guanti. Mi sento sporca, infettata. Per consolarmi in qualche modo, Alessandro mi dice che i tossici che usano quell’affare sono quelli più coscienziosi, non ancora così strafatti da lasciare in giro i loro avanzi. Non vedo l’ora di lavarmi le mani. Perché non mi sono portata dietro delle salviette umide? È lampante che sono un’esploratrice alle prime armi. Continuiamo il cammino lungo Viale De Gasperi, nella remota speranza di trovare almeno uno spiraglio altezza uomo. Dietro di noi cammina un tipo, aria sospetta, anche se probabilmente sono solo mie paranoie. Ho troppa paura del Male, non mi fido di nessuno. Troviamo un altro cancello, più sgangherato, nascosto dietro un cartellone pubblicitario e dietro una rientranza del muro. Prendo tempo, per far sì che il tipo alle nostre spalle ci superi e si allontani abbastanza da non destar più sospetti. Anche qui la visuale è azzerata, anche qui un po’ di stretching è necessario per far qualche foto. Le macchine fotografiche digitali sono buone soprattutto perché non è necessario aspettare lo sviluppo e la stampa per vedere i risultati, ma si può ammirare in contemporanea ciò che si sta fotografando, ed eventualmente non soddisfatti, cancellare e rifare. Un risparmio di soldi ed energie. E non si rischia di incorrere in brutte sorprese. Ho potuto così appurare, senza vedere che non si tratta più di una fabbrica abbandonata, ma di un’area in via di riqualificazione: stanno radendo tutto al suolo. L’edificio che ho visto da lontano è l’ultimo rimasuglio di un’area immensa. Qualche giorno dopo sono ripassata da quelle parti, con il pullman, e dall’alto della mia postazione, ho potuto constatare l’immensità del luogo, e avere ulteriori conferme dell’avanzamento dei lavori: ruspe e montagne di terra e sabbia, e quel singolo edificio ormai lasciato in solitudine e destinato anch’esso a scomparire.
martedì, gennaio 20, 2004 Pausa pranzo.
Quando sono in giro per Milano, e non all’università, mi fermo sempre a mangiare in un fast food. Mi piacerebbe andare a prendere i mitici panzarotti Luini, ma c’è sempre una coda infernale! Dovrei farmi furba e non scegliere gli orari di punta. Il fatto strano è che abito molto vicina ad un McDonald, eppure non ci vado mai. Probabilmente è una sensazione troppo legata a Milano, da poterla mischiare con la vita provinciale. Ricordo quando da ragazzina andavo con mia madre da Burgy, in Galleria, o da Wendy. Allora McDonald era sconosciuto da queste parti. Lì andavo quando stavo in America dai miei nonni, e quando è arrivato in Italia, ci ho messo molto tempo ad accettare il fatto che non sarebbe più stata una mia esclusiva, durante i viaggi negli States. Quando sono andata a Londra qualche anno fa, avevo raggiunto i limiti della follia: avevo una cartina su cui erano segnati tutti i McDonald della città… sceglievo il posto da visitare a seconda che ci fosse vicino il mio ormai amato fast food. Ho paura di non potermi considerare no global. Andare a Milano rimane ancora oggi un viaggio, un’avventura: con i mezzi ci impiego ben due ore. Per andare a New York, 6. In fondo non c’è tanta differenza. Solo 1/3 del tempo, una sciocchezza. Se solo avessi l’aereo parcheggiato in giardino! Non mi precludo mai una sosta nei fastfood, perché c’è sempre qualcosa di curioso da osservare. Non è mai un pranzo tranquillo e solitario. Questa volta ha avuto tutto inizio con il tipo in fila davanti a me. Raramente guardo in faccia chi ho innanzi, di solito fisso il menu posto al di sopra di tutto, come se avessi bisogno di scegliere: prendo sempre la stessa cosa, il Big Mac, menu 1 medio. In ogni caso le scritte sono talmente piccole da risultare illeggibili, quasi a voler distogliere l’attenzione dai singoli prodotti, per focalizzarla solo sui menu o sulle offerte della settimana. Sembra che non debba interessare quanto costi il singolo prodotto, si rimane ipnotizzati da tutte quelle figure fumanti di panini e dai gelati chimici coloratissimi. Questa volta l’attesa era lunga, così ho cominciato a guardarmi in giro. Abbasso lo sguardo e la vedo. La scarpa. Non era la prima volta che vedessi un simile modello, ma sicuramente era un’occasione più unica che rara di avere il tempo di fotografarlo. Un conto è vederle in una vetrina, un altro è vederle indosso a un giapponese in fila da McDonald in Galleria a Milano. Non che sia difficile incontrare giapponesi a Milano… non c’è molto di più da dire su questa scarpa, però mi ha colpito. E mi piaceva vedere la faccia del mio ragazzo che mi guardava impietosito nell’atto di scattare la foto, cercando di non farmi notare troppo. Quel giorno è successo un fatto particolare, mentre ero seduta a degustare e giudicare la capacità dei cuochi. È andata in frantumi una porta vetrata. Senza motivo. Semplicemente si era stufata di trovarsi in quel punto a servire gli individui più strani, trasandati, maldestri, impettiti, conturbanti… effettivamente in Duomo si vede passare qualunque cosa, tranne le persone normali. Proprio in Galleria c’era un tipo che camminava contorcendosi le orecchie, il che, secondo la sua mente non tanto lucida, provocava un movimento lingua contro labbra, che portava all’emissione di suoni poco gradevoli. Dipende dai punti di vista, forse. Ad alcuni può piacere camminare e sentire pernacchie alle proprie spalle. Altri lo trovano simpatico, altri ancora si spaventano e si allontanano in fretta (come la sottoscritta). In seguito ho saputo che questo bizzarro personaggio è una presenza costante, che rallegra chi si trova in galleria a lavorare. Magra consolazione: c’è sempre qualcuno più pazzo di noi, a farci sentire quasi normali. posted by shelise |
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lunedì, gennaio 19, 2004
Come ho preannunciato all’inizio, non mi interesso solo di luoghi abbandonati, ma di tutto ciò che normalmente non attira l’attenzione delle persone, oltre che osservare con occhio vigile ciò che accade intorno a me. Non potevo quindi lasciarmi scappare un tour in giro per Milano, seguendo le tracce lasciate da questa esperienza artistica, volta a sensibilizzare i cittadini verso il proprio habitat e verso appunto l’arte. Quando ho letto di queste esposizioni ho subito pensato che fosse un’ottima idea, e non vedevo l’ora di intraprendere questo giro per il centro di Milano. Premetto che alla fine dal punto di vista artistico è stato piuttosto deludente. Io sono ben lontana da essere un’esperta del settore, ma vivo anche nella convinzione che sia arte ciò che è in grado di trasmettere emozioni, di qualsiasi tipo, positive o negative (personalmente mi sento più vicina a quel tipo di espressione volta a incrementare i buoni propositi). L’impressione finale, dopo aver camminato per oltre quattro ore è stata piuttosto scialba, non credo di essermi accresciuta dal punto di vista culturale. Riporto l’esperienza, perché in ogni caso ho passato la mattinata alla ricerca, come se stessi giocando a una caccia al tesoro. Il che dal punto di vista della mia tesi è molto interessante. È stata a tutti gli effetti una derive, un gioco psicogeografico. La mia prima sosta ha avuto luogo nella stazione di P.ta Venezia, dove c’era un’installazione di due artisti berlinesi: dei pannelli realizzati con materiali riciclati, illuminati, ad accompagnare gli utenti della metropolitana lungo un corridoio immenso, solitamente abbandonato a se stesso. L’idea poteva anche essere interessante, ma lo spazio a disposizione era talmente immenso, che l’opera, pur contando un centinaio di pannelli, si perdeva, passando quasi del tutto inosservata. Destavo più curiosità io, che fotografavo, che l’installazione stessa. Ho avuto questa stessa impressione in tutte le altre esposizioni, questo a sottolineare l’assoluta noncuranza dei passanti. A piedi ho raggiunto la seconda installazione, nei giardini di Palestro. C’erano dei pannelli a specchio, con delle scritte. Ho girato a lungo, finché non ha cominciato a piovere e non ho dovuto desistere: il nulla, a parte l’orticello con una voce che diceva stramberie non ho notato nulla di accattivante o che potesse suscitare la minima curiosità. Da come mi ero immaginata l’evento, pensavo che incontrando casualmente le installazioni, una persona qualunque avrebbe potuto gustare un po’ di arte. Speravo fosse un modo per avvicinare l’arte a chi non è solito avvicinarcisi. E invece si è rivelato un fallimento, da questo punto di vista, perché sembravano solo assurdità lasciate lì per caso. All’ufficio dell’anagrafe c’era il censimento dei viventi, attraverso la presentazione di fotocopie di facce. Almeno mi son portata a casa un souvenir. Una signora anziana mi ha interrogata su cosa fossero tutti quei fogli ordinati con facce ordinarie. Le ho spiegato brevemente, o così credevo, di cosa si trattasse. Vedevo il suo volto invecchiare davanti ai miei occhi, tanto le riusciva incomprensibile quel che dicevo. Mi ha detto “eh, ma sa signorina, io sono vecchia e ormai ignorante, queste cose non le capisco”. Gentilmente le ho risposto che non aveva nulla di cui temere, che non era il caso che si sentisse ignorante per una cosa simile! L’installazione in Piazza affari era accattivante perché grande e luminosa: perlomeno attirava un po’ l’attenzione. Peccato che fosse assolutamente futile: un grafico con un sottofondo di mare in tempesta in movimento, a rappresentare gli umori cittadini che cambiano come la borsa. Ma cosa c’entra il mare con la città? E soprattutto… non erano misurazioni reali. Avrei capito di più il monitoraggio effettivo dei livelli di smog: è stato provato che l’inquinamento è causa di stress e ansia. Tralasciando le altre installazioni, che non mi hanno lasciato assolutamente nulla, se non un mal di piedi tremendo, passo subito a quella più controversa: il distributore dei sogni. Senza dubbio, dato il nome, è quella che intriga maggiormente: come si fa a rappresentare un distributore dei sogni? Sapevo per certo che si trovava nella fermata della metropolitana del Duomo: sì, ma dove? È immensa! Chiedo a un controllore dell’ATM… cos’è? Mai sentito, non so di cosa tu stia parlando. Chiedo ad un altro. Stessa risposta. Ufficio informazioni. Idem. Alla gente comune. Sguardi assenti. Alle guardie giurate. Nulla cosmico. Mi arrendo e giro per conto mio. Cammino, salgo e scendo scale, guardo negli anfratti. Del distributore dei sogni neanche l’ombra. Che sia questa l’installazione? Uno immagina e spera, cerca di realizzare i propri sogni, li insegue, li cerca, li brama, rimanendo alla fine con un pugno di mosche. Una metafora della vita. Ci rinuncio e decido di andare a Lanza, dove doveva trovarsi un altro distributore. Ed infatti eccolo che mi guarda ieratico. Un vero e proprio distributore, però tutto colorato, di quei colori caramellosi che piacciono alle bambine… mi ricorda la Barbie. Mi avvicino temendo il peggio. Al posto delle merendine ci sono dei monili in acciaio, ferro, o quel che è. Una farfalla, un omino… per realizzare il fantastico sogno di possedere un simile tesoro basta sborsare 10 euro. Ma sarà vero? Non che io abbia alcuna intenzione di sperimentare, infilando la banconota: sicuramente verrebbe risucchiata dalla macchina senza darmi nulla in cambio, come succede fin troppo spesso con queste diavolerie. Un conto è perdere 50 centesimi, un altro perdere 10 euro. Non voglio scoprire l’altra metafora della vita: i sogni non si comprano con i soldi, rimanendo ancora con un pugno di mosche. Faccio le foto, gli omini ATM si incuriosiscono e si avvicinano e osservano il distributore: è lì da un mese e non l’avevano mai notato. E dire che a Lanza si trova proprio davanti all’entrata. Me ne vado,visito altre installazioni, rimango delusa… la scena si ripete un po’ di volte. Mi ritrovo in Duomo, in metropolitana, camminando verso la banchina, cosa incontro? Il distributore dei sogni! Altra metafora della vita: non smettere mai di sperare. posted by shelise |
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domenica, gennaio 18, 2004 Il tutto sesto.
Quel che mi piace, osservando questi luoghi, è l’attenzione che veniva posta in passato ai particolari. Era una fabbrica, ma ciò non ha impedito che venissero realizzate delle belle finestre con arco a tutto sesto. A molti sembrerà una banalità, ma se penso che ormai le industrie, e non solo, vengono costruite esclusivamente con prefabbricati, vedere questa successione di amore per l’architettura mi scalda il cuore. Il prefabbricato ha i suoi vantaggi, altrimenti non sarebbe una tecnica tanto diffusa, però in un certo senso limita la creatività del progettista e rende mediocre il paesaggio urbano. Io abito in una casa prefabbricata e intorno a me ci sono tante case esattamente uguali: se non fosse che ognuna ha un colore diverso, rischierei di confondermi. Come se il colore fosse sufficiente a creare diversità e complessità. Non lontano da casa mia c’è una zona industriale: tutti gli edifici sono uguali, non c’è nulla, a parte l’insegna sui cancelli, che trasmetta qualcosa dell’azienda. Mancano di personalità. La Richard Ginori dice molto di sé, anche attraverso i ruderi di magazzini abbandonati ormai da tempo. All’interno non sembrano esser rimaste tracce di macchinari o del lavoro operaio, probabilmente il tutto ripulito in vista degli imminenti lavori di restauro, ma l’architettura stessa racconta la cura e l’importanza che veniva riservato al ciclo produttivo. O almeno lo lascia intuire. Non capisco però la funzione di quelle strutture in ferro e vetro (questo ormai quasi del tutto assente) che ritmicamente si alternano: forse erano coperture per delle uscite di sicurezza, ma non ci sono scale, e dubito che il tempo se le sia portate via tutte, almeno qualche gradino sarebbe sopravvissuto. Sotto la tettoia c’è un cartello giallo ocra, arrugginito e in pietose condizioni. Da dove mi trovo non riesco a leggere cosa c’è scritto, ma si capisce che si trova lì da tempi ormai andati. Oltre all’architettura, sembra l’unica traccia rimasta nei dintorni di quel che fu. Vista l’attuale intenzione di restauro, spero venga preso in considerazione la conservazione di quel cimelio, altrimenti me lo porterei via come ricordo di questi mesi di ricerca. Ho la netta sensazione che tornerò in quest’area, molto presto. È molto vasta e in fondo io l’ho osservata solo dal lato di via Morimondo. Mi manca da fare un giro lungo il Naviglio e sul viale Lodovico il Moro. E pare ci siano cose interessanti da scoprire. sabato, gennaio 17, 2004 Dalla Nestlè.
Per avere una visione più chiara dell’intera area abbandonata decidiamo di provare ad osservarla dall’alto dei palazzi di vetro. Ci faranno entrare? Arrivate alla portineria principale notiamo che il cancello è aperto e non c’è nessuno pronto a bloccare il nostro passaggio. Proseguiamo. È un’avventura già questa, senza il bisogno di entrare in una fabbrica abbandonata. Ci inoltriamo in un labirinto di passaggi e pilastri in cemento, alla ricerca di una porta aperta per salire ai piani superiori. Incrociamo solo due inservienti che chiacchierano senza badare alla nostra presenza e un uomo d’affari che non ci guarda neppure. E io che mi aspettavo di essere almeno interrogata sulla mia presenza! Probabilmente in quei due palazzi lavorano talmente tante persone e avranno tante visite da clienti e fornitori, da non destare sospetti la presenza di due ragazze qualsiasi. Purtroppo non troviamo alcun passaggio aperto, anche l’entrata ai vani scala richiede l’uso di una password. Notiamo che proprio confinante con l’area abbandonata c’è un parcheggio a due piani, così ci dirigiamo verso quella direzione. Entrare nel parcheggio è semplicissimo e anche lì nessuno si preoccupa della nostra presenza. Entriamo nel vano scala buio, freddo e umido, non certo accogliente. Saliamo al piano superiore, usciamo e da lì si gode una vista sufficientemente buona. Ci sporgiamo verso il parapetto per vedere se c’è modo di entrare dal parcheggio. In teoria non sarebbe difficile da nessun punto confinante con quest’area, perché l’unico divisorio è dato da una serie di transenne mobili in ferro, di quelle che si usano negli stadi per guidare le persone ad entrare in modo ordinato. Rimane la paura di essere viste e quindi cerchiamo un punto un po’ nascosto. Proprio all’altezza del vano scala c’è una transenna che è stata già spostata. Scendiamo nuovamente al piano terra e usciamo sul pianerottolo sul retro del parcheggio, nascosto alla vista di chiunque. Basterebbe fare un piccolo salto, oppure un passo un po’ più lungo, e si entrerebbe all’interno dell’area abbandonata. Anche questa volta rimando l’avvenimento a giorni migliori. L’impressione è positiva in ogni caso: non dovrebbe essere affatto pericoloso, perché pare stia per essere aperto un cantiere. L’area è stata ripulita di ogni schifezza che probabilmente vi si trovava: non ci sono sterpaglie, il terreno è perfettamente spianato e compatto, in alcuni punti ci sono i nastri che attestano la presenza di lavori in corso. È una mattina lavorativa, però non c’è anima che respiri. Avranno rimandato a momenti migliori. La fabbrica è molto bella, ampia, di quelle di inizio secolo scorso. Edifici in mattoni a vista si alternano a magazzini intonacati: mi chiedo se sia un caso, oppure significhi che quelli in mattoni erano più importanti degli altri, oppure se quelli in cemento siano arrivati dopo. Non credo in ogni caso che ci siano attualmente persone che vivano qui dentro. Probabilmente a quest’area è stata riservata più attenzione, per quanto riguarda gli insediamenti abusivi, grazie alla sua rilevanza storica. posted by shelise |
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giovedì, gennaio 15, 2004 Lo sguardo
Il cancello mi sorride beffardo. I segni della ruggine attestano che gli è stata riservata poca cura. Ma non da troppo tempo, perché le cicatrici sono localizzate, non diffuse. Si trovano soprattutto ai bordi, dove forse le intemperie hanno avuto maggiori possibilità di agire. Là dove ora ci sono due occhi spalancati, senza innocenza, mangiati via dalla ruggine, passa una catena fin troppo recente, senza alcun segno di logorio, se non si considera la plastica, piuttosto sottile e inadeguata a resistere, rispetto agli altri materiali presenti. La catena è di quelle che si usano per le biciclette: un deterrente assolutamente fasullo. Non sembra esserci una volontà ferrea di negare l’accesso. Il cancello già di per sé sembra una sfoglia di latta, di quelli che si lasciano scardinare con il solo sguardo. Non ci sono guardie in giro, non ci sono rifiuti, pochi graffiti. Quest’area apparentemente sembrerebbe snobbata da chiunque, dai buoni e dai cattivi (chi sono i buoni e chi i cattivi?). Mi viene quasi il dubbio che non sia un luogo abbandonato, ci sono troppe incongruenze rispetto alla Bovisa. Forse comincio a capire il fascino di ogni meta: mai uguali tra loro. Verrebbe da pensare: solo sterpaglie, vetri rotti, gente poco raccomandabile… qui sembra tutto più ordinato, pare sia stato congelato un determinato istante, importante per chissà quale motivo. Nel frattempo ho studiato: la Richard Ginori è un’importante azienda che produce ceramiche, con una rilevanza storica non indifferente. È il connubio tra due gruppi: la Ginori (con origini attestate fin dal 1300) e la Richard (fondata alla fine del 1800 a Milano). Ancora oggi realizzano pezzi progettati da Gio Ponti, famoso architetto italiano. Insomma, una vergogna che non sapessi niente fino ad oggi. Non ho trovato niente su questi stabilimenti milanesi, quindi non saprei dire da quanto siano lasciati al loro destino (mi basterà chiedere a chi ne sa più di me). Ho letto un articolo di esattamente un anno fa che attestava la presenza di 150 immigrati, tra clandestini e non, che avevano preso possesso di alcune arre all’interno della fabbrica. Erano riusciti a creare illegalmente un collegamento elettrico, in modo da far funzionare frigoriferi e televisori. Una vera e propria comunità, perfettamente autonoma. Molte delle persone trovate erano donne dell’est, che lavoravano come badanti, ma che non trovavano alloggi “normali” e quindi si erano arrangiate come meglio potevano, non rinunciando ad alcuni comfort oggi indispensabili (vedi il frigorifero). In un certo qual modo questa notizia mi tranquillizza, non riesco ad immaginare un gruppo di badanti assassine. Mal che vada riceverei qualche insulto. Ma tanto sarebbe in russo… quindi non lo capirei comunque. Ma ho il sospetto che ad un anno di distanza le cose siano cambiate, quindi vado alla ricerca di ulteriori riprove dello stato di abbandono dell’area. posted by shelise |
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mercoledì, gennaio 14, 2004 Via Morimondo… continua
Deve essere un segno caratterizzante delle fabbriche abbandonate il telaio scoperto di un vecchio magazzino. Ho scattato una foto molto simile a questa in Bovisa. Il cielo uniformemente grigio di Milano serve da scena all’ intreccio scheletrico di acciaio. Non è uno spettacolo triste da vedere. Non ci si sente pervasi da un senso di desolazione. Al contrario sembra un richiamo alla modernità, alla leggerezza, di spirito e di corpo. Ci sono solo pochi pilastri (poche certezze verrebbe da pensare), sempre in acciaio, a sostenere una struttura fluttuante. La sensazione è quella di una piacevole instabilità dalla quale lasciarsi cullare: un comportamento elastico, sarebbe in un linguaggio più corretto. Ma come al solito siamo creature oniriche che preferiscono lasciare più spazio all’immaginazione che alle mere nozioni ingegneristiche (con tutto il rispetto alla categoria). In fondo non è proprio per un desiderio di maggior levità che si è arrivati oggi a costruire con ferro e vetro? Rispecchia perfettamente il nostro animo volubile, il nostro bisogno di vedere oltre, senza le certezze statiche di una volta. Le strutture reticolari racchiudono segreti che non tutti colgono. Per molti si tratta solo di pezzi di ferro messi uno accanto all’altro, chissà poi perché in questo modo e non in altri, probabilmente per scelte estetiche, per creare il senso di modularità e ordine. Ogni singola asta sorregge quella accanto, e insieme sorreggono le altre, fino a creare un sistema di convivenza e simbiosi, necessarie per sostenersi e sostenere il resto, che qui, il tempo ha portato via, lasciando ai nostri occhi solo l’essenziale: ciò che merita di essere ricordato. L’effetto viene reso più intensamente proprio dalla scena. Fatico ad immaginare la stessa immagine con uno sfondo più dinamico, o colorato. Non che ci sarebbe nulla di male, ma personalmente preferisco i toni più spenti, il nero, il grigio, e qui tutti gli elementi si sposano perfettamente, facendomi pensare ad un quadro di Andrea Chiesi (non che io conosca a fondo le sue opere, ma a pelle ho questa sensazione). martedì, gennaio 13, 2004
Arrivata in loco trovo il solito muro che lascia ad intendere ben poco, ma c’è un edificio che confina con la strada che non lascia dubbi: qui c’è una fabbrica abbandonata. Cerco qualche file nel cervello che mi dica cosa sia, ma solo in seguito menti più preparate di me mi suggeriscono che potrebbe trattarsi della Richard Ginori (si scriverà così? Non ne ho la minima idea). Il muro è tappezzato di cartelli di divieto d’accesso, proprietà privata: che strano, pensavo che la presenza di un muro fosse sufficiente a segnalare il confine tra pubblico e privato. Come se bastasse un cerchietto rosso ad impedire alle persone di entrare! Di solito chi scavalca un muro è una persona consapevole di star violando una proprietà. La via in cui mi trovo è piuttosto isolata, ci sono solo delle industrie ben nascoste dietro alte mura e finestre. Quel che mi colpisce è la mancanza di graffiti seri: a parte pochi scarabocchi non sembra esserci stata l’intenzione di donare un po’ di colore ad un’area così grigia. Eppure avrebbero a disposizione un muro lungo almeno 200 metri, in una via assolutamente vuota di sera. E in ogni caso non credo che gli operai darebbero troppo peso alla loro presenza. Da qui è sconsigliabile cercare di entrare: il filo spinato mi sembra un po’ più serio di quello in Bovisa. Invece che due file, ce ne sono quattro, più ravvicinate. Ciò che veramente mi affascina, e che salta subito all’occhio, è il contrasto tra questo piccolo edificio in stato di abbandono, in mattoni faccia a vista (proprio come le vecchie fabbriche: non so perché ma mi ritrovo proiettata in una Londra fumante da rivoluzione industriale), vetri rotti, assolutamente in solitudine, e i mini grattacieli sullo sfondo, molto recenti, tutti in vetro e cemento, che comunicano un’attività florida e lontani da pensieri funesti. E allora ci penso io ad immaginare il loro futuro, quando non serviranno più, quando le aziende avranno fallito, o si saranno espanse, cercando luoghi più imponenti per glorificare il loro impero. Quanti vetri da frantumare! Da togliere il fiato. Potrebbe esserci una pioggia di piccoli cristalli azzurrognoli in questa zona tra qualche anno. Non è che siano edifici così orrendi, però non credo siano stimabili a tal punto da diventare simbolo di Milano, e quindi meritevoli di essere preservati lungo i secoli. Mi riesce difficile credere che un edificio in vetro nasca con queste intenzioni. L’importante è mostrarsi adesso, al futuro ci penserà chi verrà dopo. Altro elemento che colpisce la mia attenzione è l’angolo della costruzione abbandonata che interrompe l’incessante fluire del muro di cinta. Sembra comunicare con i passanti, concedendo una pausa dalla vista monotona lungo tutta la via. Se camminassi a testa bassa non mi resterebbe altro che contare le cicche schiacciate sul marciapiede, osservare qualche foglia secca senza saperne la provenienza, imprecare contro il comune di Milano perché l’asfalto fa schifo, e cercare di dribblare gli escrementi animali lasciati da padroni debosciati. Improvvisamente mi risveglierei dai miei pensieri, senza capire subito cosa l’abbia provocato. Ricomincerei a percorrere strade più profonde, piuttosto che imprecazioni volanti verso il nulla. E tutto grazie ad un angolo di mattoni sporgente che mi distoglie dal loop in cui ero entrata. posted by shelise |
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lunedì, gennaio 12, 2004
Dopo aver riposato sugli sbuffi di aria calda, è giunto il momento di rifocillarsi. Cosa c’è di più sano e divertente che andare in un fastfood? Affollatissimo. C’è un solo posto libero di fronte ad una ragazza mai vista, ma molto familiare, per quanto sia comune. È un topino, maglioncino bordeaux, occhiali, capelli lisci in un codino. Insignificante. Vorrei scambiarci due chiacchere: siamo entrambe sole, a consumare un pasto veloce in un posto qualunque. La dinamica di questi luoghi è sempre la stessa: ci si siede sempre con persone mai viste, è normale, ma non ci si scambia mai neanche un saluto. Di fianco ci sono due signore: una, la bionda ossigenata, lampadata, truccata, ingioiellata, si lamenta senza fine; non dice nulla di particolare, è il suo tono a essere afflitto, come se, per buona pace, dovesse accontentarsi. Manda l’amica (ma saranno veramente amiche?) a prendere da mangiare (e già qui mi saltano i cinque minuti: non sopporto quelli che occupano il posto prima di aver il vassoio in mano): “quello che vuoi… ahhhhh… Tanto (sospiro)”. Quando l’amica torna le chiede “quanto ti devo… ahhhh (sospiri a go go)”. 8€: otto euro??! Per un trancio margherita e una mezza naturale?! (e qui mi viene il dubbio che non siano amiche) La signora non fa una piega: è troppo presa a sospirare. Nel frattempo la topina ha finito di mangiare. Si alza. Shock! Indossa dei pantaloni a vita bassissima con una fibbia vistosa, le si vedono le mutande, di pizzo, il maglioncino è cortissimo, si vede tutta la pancia. Da come si muove si capisce che indossa tacchi molto alti, e che non è abituata a portarli. Con quella faccia da prima della classe, sempre all’oratorio, perennemente senza ragazzo, quell’abbigliamento non le si addice proprio. È stato come vedere il busto umano attaccato a gambe equine: un mostro mitologico. Insomma, facciamo un po’ di attenzione a come ci vestiamo: non siamo tutti portati a indossare qualunque cosa! Un minimo di gusto! E senso della realtà! (e la signora intanto continua a sospirare). Io intanto continuo a scattare foto, e la gente, rispettando le stesse regole della metropolitana, fa finta di niente. Una volta in metro, ero triste, stavo piangendo, e mi sono ritrovata un obiettivo puntato in faccia: volevo alzarmi e spaccargli la macchina in testa. Invece ho fatto finta di niente e mi sono voltata in modo che non potesse inquadrarmi di fronte. Ora mi ritrovo dall’altra parte della barricata e sono io ad andare in giro a fotografare tutto e tutti. All’inizio mi vergognavo, ma poi ho visto che nessuno ha il coraggio di chiedere spiegazioni, e ti lasciano fare. Anzi, magari si sentono pure lusingati. Ahhh la vanità… (adesso sono io a sospirare). domenica, gennaio 11, 2004
Mi prendo una pausa dal mio girovagare, ispirandomi al popolo milanese per eccellenza: i signori piccioni. In una fredda giornata invernale, senza soldi, senza una vera meta, lontana da casa, come fare per riacquistare un po’ di circolazione del sangue? Osserva la natura e troverai la risposta, insegnano da tempi immemorabili. E infatti i piccioni che infestano Piazza Duomo sonnecchiano beatamente sulle grate che sputano aria calda. Se chiedo con gentilezza, mi concederanno un angolino per riposare con loro? In fondo anch’io nel mio passato li ho resi protagonisti di ricordi irrinunciabili: l’immancabile foto mentre do loro da mangiare. Una bimba poco più alta di un metro si ritrova catapultata nello stesso luogo, nelle stesse condizioni, oltre vent’anni dopo. Fa un certo effetto a pensarci. posted by shelise |
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venerdì, gennaio 09, 2004 Il quadro
Il fascino che suscita questa immagine è dato non tanto dalla storia che può raccontare, quanto dalla quantità di materiali, colori, texture, racchiusi in pochi metri quadrati. L’ormai noto scorrere del tempo ha modificato una serie di superfici posate dall’uomo in modo uniforme, pulito, regolare. Il tempo ha pian piano riportato in vita ciò che era stato nascosto, e ha dato alla luce nuove sensazioni. Non riesco ad osservare questo angolo sperduto come se fosse stato travolto dall’abbandono, ma come se fosse un quadro. Ogni colore, ogni segno, ha la sua ragione d’esistere, il grande artista che ha pensato tutto ciò va al di là di qualunque corrente artistica. C’è un pensiero profondo dietro ad ogni mattone tornato in vista. La malta è stata pian piano mangiata via dall’umidità, creando delle profondità parlanti: l’andamento falsamente regolare delle file di mattoni, la discontinuità delle colonne, la volumetria di ogni singolo parallelepipedo. Il mio bisnonno collezionava mattoni, su cui venivano incisi data e luogo di provenienza: creò un muro all’interno del suo garage e ogni volta per me era uno spettacolo leggere la storia di ogni singolo elemento, chiedendomi chi l’avesse scritto, e per quale motivo. Ora osservo questo muro anonimo, di cui non so assolutamente nulla, eppure rinascono gli stessi pensieri. Vedo il muratore che pazientemente allinea le file, stende il letto di calce, con una mano fin troppo disinvolta, di chi ha compiuto quel gesto più di mille volte, probabilmente più di un milione di volte. Quanti mattoni può posare un muratore nella sua vita? Credo almeno quanti tasti posso aver premuto io su questa tastiera da quando la posseggo (e chi mi conosce sa che ne ho premuti veramente tanti). Io sarò architetto. Chissà quanti progetti mi capiterà di fare nella mia vita, senza aver mai posato un solo mattone. Un po’ di sana esperienza sul campo non farebbe male ai dottori della teoria, a quelli che non ti accettano il progetto se non ci infili dentro un pilastro storto, o a quelli che al contrario non te lo accettano se non ha la forma di un cubo perfetto. Quante volte mi è capitato di sentire certe scempiaggini durante il mio iter universitario! Tutta questa materialità davanti ai miei occhi, mi fa un po’ vergognare della mia insondabile ignoranza. Quando ho scattato queste foto, l’ho fatto con una certa disattenzione. Non sono una persona che riflette molto su ciò che fa, e spesso mi lascio guidare dal caso. Non ho cercato l’angolazione migliore, la luce più adatta, né l’elemento più interessante. Ho solo continuato a scattare qualunque cosa capitasse sotto il mio sguardo, finché non si sono scaricate le pile (una volta rimanevo senza rullino, ora senza energia… ogni tempo ha i suoi difetti). Quindi se questa immagine è favolosa (e sfido a dire il contrario) non è grazie alla mia perspicacia, ma al grande baule di tesori nascosti che si può trovare solo all’interno delle nostre città. Resta solo da aprire gli occhi e guardare. Potrei sprecare mille parole su ogni colore presente, su ogni macchia di umidità, sulla piccola piantina in basso che cerca di farsi spazio tra il cemento, sul fulmine che ha diviso in due la scena, sulla porta senza maniglia, sulla finestra che non mostra e sui due fili elettrici disinvolti che fanno capolino in alto. Ma perché togliere il piacere di sognare e immergersi nel nostro tempo? Beh detto questo, sarebbe incoerente continuare a scrivere e da ora in poi dovrei solo mettere in rete le foto… forse ho esagerato, mi son fatta prendere dall’estasi. Anche perché altrimenti sarebbe la tesi più corta della storia. posted by shelise |
17:21 | commenti (2)
martedì, gennaio 06, 2004 Non ci si stanca mai della Bovisa… Ci sono talmente tante cose da vedere e da dire di questa zona di Milano, che non riesco ad allontanarmi. Forse facevo prima a fare una tesi su quest’area, invece che considerare tutta Milano. Mi trovo sempre in via Bellagio, ma questa volta sul lato sinistro, arrivando dalla stazione del passante. Il custode, che molto gentilmente ha accompagnato me e la mia compagna all’interno, ci ha raccontato alcune cose che rendono questa porzione di fabbrica abbandonata ben diversa da tutto il resto. Già il fatto che ci sia una persona del posto, addetta al controllo dell’edificio, e non una guardia giurata qualsiasi, dona un senso di vivacità e di personalità al tutto. Lo stato di abbandono è sempre evidente, ma in pi&ugra |