esploro l'urbano
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venerdì, febbraio 27, 2004
 

Viale Jenner, il fortino.

 

 

All’inizio penso di limitarmi a quel che io ho battezzato “il fortino”, perché si trova in una posizione abbastanza sicura e visibile, e veramente affascinante, tanto da potersi ritenere rappresentante dell’intera area, anche se ad un’occhiata veloce, questo sembrerebbe quello in peggiori condizioni. L’intonaco esterno è quasi completamente sgretolato, soprattutto in prossimità dei pilastri leggermente sporgenti, lasciando scoperti i mattoni sbiancati da i segni lasciati dalla calce. Le finestre arcuate sono posizionate a coppie, a formare una sorta di bifora, con l’archivolto semplice, ma ben visibile in mattoni rossi, in contrapposizione con la finitura ad intonaco del resto dell’edificio. L’imbotte è l’unico che è stato in grado di mantenere una parte vetrata ancora visibile, anche se talmente sporco di polvere e sedimenti vari da farmi nutrire qualche dubbio che si possa trattare effettivamente di vetro. La struttura di sostegno in ferro è diventata tutt’uno con la costruzione, dividendone modularmente le facciate. Le piante rampicanti sono un elemento che rendono l’insieme misterioso e favoloso, oltre che servire da disturbo a una divisione troppo regolare e ragionata. Mi avvicino ad una delle entrate lasciate parzialmente libere dalle piante, per studiare le condizioni dell’interno. La stanza che mi si presenta davanti è completamente buia, a parte un raggio di sole che si proietta su una delle pareti, derivante dal lato sulla strada. Il disegno che questo forma, sottolinea ancora di più il ruolo rilevante della vegetazione, che impedisce alle belle finestre arcuate di creare un segno luminoso e riconoscibile all’interno della costruzione. L’umidità ha preso pieno possesso dei muri, rivelando tutti i casi di degrado dovuti a questa. L’intonaco è visibilmente bagnato e presenta efflorescenze di vario tipo, oltre che mancare totalmente in vari punti: i mattoni sembrano aver spinto via gli strati protettivi per ritrovare un po’ di respiro. Anche all’interno la struttura in ferro si è vista necessaria per impedire il crollo della costruzione, ma l’impressione è che se non si dovesse intervenire presto, anche questa finirà di svolgere la sua funzione di sostegno. Le aste cilindriche sono completamente ossidate. Il pavimento è talmente ricoperto di qualunque cosa da risultare invisibile. In questo locale c’è poca spazzatura, ma tanti pezzi di assi di legno, calcinacci vari, tondini in acciaio, come se fosse crollato il soffitto, il che mi porta ad alzare gli occhi per osservarlo. Il solaio è un’ulteriore prova della vetustà della costruzione. È in legno, tecnica che non viene più usata a causa della sua deteriorabilità, deformabilità e combustibilità. Il solaio in legno è stato usato per secoli, grazie alla sua capacità di sopportare sforzi flessionali. Ho già visto un solaio simile, quando ho dovuto rilevare una vecchia stalle di un complesso cascinale per il corso di restauro. Sono ben visibili le travi, i travetti, il fieno e le assi di copertura del piano superiore, troppo distanziate tra loro per farmi venire la voglia di salire al piano superiore. La sensazione è che crollerebbe subito se solo ci posassi un piede. I travetti presentano chiari sintomi di marcescenza. Aggiro l’edificio dall’esterno per studiare un altro locale, sul lato opposto. Per arrivare vicina all’apertura devo inoltrarmi in mezzo ai rovi e la scena che mi trovo innanzi non è di quelle che invitino ad entrare. Il pavimento è completamente ricoperto di spazzatura, sacchetti di plastica contenenti cose che non voglio scoprire, lattina arrugginite, vetri di bottiglie e qualche foglia secca. Pur non essendo una persona schizzinosa, questo mi fa veramente ribrezzo, e non oso immaginare la quantità di germi che volteggiano nell’aria, sereni e padroni. La scala è ripida e sembra quasi scavata nella roccia, tanto l’umidità l’ha deformata. Le pareti sono nelle stesse condizioni del locale precedente. Da qui si vede il vano di una porta, con il telaio in legno marcio, che però presenta ancora le fattezze di un elemento una volta raffinato. La ringhiera della scala è ossidata e il rossore sembra scivolare giù fino a invadere i gradini. Il locale è puntellato di traverso, e non più lungo il perimetro, come a voler sottolinearne la precarietà.

 

 

posted by shelise | 12:30 | commenti (4)
 

Viale Jenner

Dalla strada si vede solo un piccolo edificio a due piani, ridotto a un rudere. In passato deve esserci stata la volontà di recuperarlo, o perlomeno di evitarne il crollo, perché presenta ancora le impalcature lungo tutto il perimetro e per tutta l’altezza. Il rudere ha avuto la meglio, perché le piante infestanti e rampicanti hanno inglobato i tubi in metallo che ormai sono completamente arrugginiti. È un vero spettacolo da guardare, perché sembra una piccola torre mozzata di tempi lontanissimi, tanto è devastato. La copertura è completamente mancante, vetri e telai sono spariti tanto da lasciar immaginare che non ci siano mai stati. Tra un paio di mesi la costruzione sarà interamente nascosta da tante foglie verdi lussureggianti. Questa strada è ritenuta poco sicura, e sinceramente non mi sento molto a mio agio, anche se è mattina e il sole non è mai stato così brillante. La giornata tanto bella rende questo piccolo edificio ancora più spettrale, perché sembra trovarsi in un’altra dimensione, in un altro tempo, molto lontano da noi. E io mi appresto a immergermi nel silenzio che emana. Un muro abbastanza alto mi impedisce di vedere cosa accade oltre, ma avvicinandomi all’area mi accorgo che c’è un cancello per veicoli completamente spalancato. Quel che vedo facendo timidamente qualche passo avanti nella proprietà mi lascia senza fiato: l’area è estesa, davanti a me un grande spiazzo, circondato da tante piccole costruzioni: mi sembra un labirinto, perché non si capisce quale possa essere quella principale. Scatto una foto al mio fortino, infilandomi in mezzo alle sterpaglie, ma rimanendo vicina all’entrata del cancello, in modo da poter essere vista dalla strada. In quel mentre sopraggiungono dall’interno dell’area tre signore, che chiacchierano allegramente. Mi osservano senza porre troppa attenzione, come abituate a estranei. La curiosità è tanta e le signore mi sembrano tranquille al punto da togliermi la timidezza. Non chiedo cosa sia stata tutta l’area, ma solo se secondo loro ci sarebbero problemi se facessi un giro per scattare qualche foto. Gentilmente con un’alzata di spalle mi rispondono che non c’è nessun problema, ma mi sconsigliano di avventurarmi troppo, essendo le piccole costruzioni abitate da clandestini. Allora chiedo loro cosa ci sia qui, per giustificare la loro presenza: una sezione della ASL, specializzata in malattie infettive. Si trovano lì da poco, non più di un paio d’anni. È stato ristrutturato solo uno degli edifici per dare loro una sede. Non sono molto entusiaste nel raccontare che due volte al giorno, per raggiungere i loro uffici, siano costrette ad attraversare l’area abbandonata. D’estate possono vedere uomini a torso nudo che si stiracchiano la mattina appena svegli, affacciandosi ai balconi decadenti. Posso immaginare che non sia una bella sensazione, soprattutto in inverno, quando si esce dall’ufficio nel tardo pomeriggio dove tutto è buio. Questo dedalo di basse costruzioni è già abbastanza impressionante alla luce di una giornata molto soleggiata, non oso pensare cosa debba essere di sera, quando al di là del muro si sentono sfrecciare le auto, ma all’interno tutto sembra muto e morto. Sono sola, oggi, e le signore si raccomandano ancora una volta di non inoltrarmi dentro gli edifici. Già sentivo un certo brivido di paura, che unito al freddo mi fa quasi tremare, ora sento chiaramente l’adrenalina salire.

 

posted by shelise | 12:27 | commenti (2)


giovedì, febbraio 26, 2004
 

Il riposo

 

 

Dopo aver camminato attorno a tutto il perimetro della Manifattura tabacchi, mi merito una pausa. Non mi resta che accomodarmi su di un comodissimo sedile lasciato accuratamente sul marciapiede, appoggiato al muretto. L’elemento è funzionale, ha addirittura un bracciolo che potrebbe essere usato come tavolino per una bevanda calda, che sarebbe l’ideale con questo freddo. Un grosso gatto metropolitano sembra essere passato di qua, lasciando una inconfondibile traccia dei suoi artigli. C’è anche la levetta per trasformare la poltrona in chase longe. Una crepatura regolare nell’asfalto sembra segnare i confini d’ingombro dell’oggetto. Il muro di mattoni è perfettamente regolare, e solo la colorazione incostante si avvicina al disordine che regna nel resto della scena. Poco distante c’è un'altra vittima di crimini urbani. Uno scooter, legato con una catena al palo, riposa sconsolato, consapevole che il suo padrone non potrà fare più molto per salvarlo, visto che è stato smembrato di ogni elemento che potesse renderlo utilizzabile. Sono spariti i parafanghi, il sedile, le luci e parte della carena.

 

posted by shelise | 15:46 | commenti
 

Manifattura tabacchi. Informazioni.

 

 

Dopo aver percorso tutto il lato su v.le Suzzani, un viaggio infinito, svoltiamo in via S.ta Monica, nella speranza finalmente di trovare qualcuno a cui chiedere informazioni. Abituati ormai ad un muro altissimo ci sentiamo un po’ sconfortati, perché osservare centinaia di finestre può anche essere interessante, ma sarebbe bello scoprire cosa avviene al livello stradale. Questa nuova vista ci dona un po’ di respiro, essendo a dimensione più umana, ci sentiamo meno piccoli e insignificanti. Il lato dell’area è corto e si vede la fine senza difficoltà. Il fatto di scorgere le vicinanze della nostra auto da un certo punto di vista ci rincuora, ma dall’altro ci lascia un po’ delusi, perché significa che manca poco alla fine della visita, e non abbiamo scoperto granché di questo luogo. La facciata che ci troviamo davanti non è di grandi dimensioni, ma il marciapiede più stretto e le automobili parcheggiate ovunque, impediscono una vista d’insieme pulita e libera di ostacoli. Per scattare questa foto ci sdraiamo praticamente sul ciglio della strada, con la paura che le auto in arrivo non vedendoci possano tirarci sotto. Un altro piccolo brivido. L’edificio è sicuramente parte dell’area di interesse, vista l’intestazione in alto: “Deposito generi di monopolio”. Più che un deposito parrebbe un edificio per uffici, data l’entrata non eccessivamente grande. A dire il vero mi sembra più la casa di un custode. Lo stile riflette parzialmente quello dell’entrata principale su v.le Fulvio Testi, altra conferma dell’appartenenza. La costruzione non può essere in funzione: le tapparelle sono abbassate, e hanno la consistenza di quelle che non vengono alzate da un po’: come se ogni listello fosse incollato dalla polvere a quello successivo. L’edificio è perfettamente simmetrico, con l’asse centrale dato dal vano scala, ben visibile grazie alla vetrata rettangolare continua in vetro cemento. L’umidità ha piano piano sgretolato l’intonaco, portando alla luce i diversi strati. Alcune parti sono gialle, troppo per essere un effetto dell’umidità, il che mi fa pensare a una precedente colorazione, come il lungo edificio appena lasciato dietro l’angolo. In alcuni punti sono saltati via tutti e tre gli strati d’intonaco (il rinzaffo, l’arricciato e quello più superficiale), rivelando i mattoni. Qui l’umidità cerca di farsi ulteriormente strada mangiando via la malta tra le fila. Una delle tapparelle è leggermente aperta per far entrare un po’ di luce al piano superiore. Si direbbe che si trova in quella posizione da parecchio, perché le guide sono tese e arrugginite e danno l’impressione di spezzarsi se qualcuno dovesse tentare di chiudere la tapparella. Accanto a questo edificio c’è un cancello aperto, e si vede del movimento. Si tratta di una bocciofila e le persone che si vedono entrare sono tutti anziani. All’interno del piccolo cortile c’è un bar e già dall’esterno si capisce quanto sia affollato. Gli anziani sono la migliore fonte di informazione quando si tratta di scoprire nozioni su un luogo. Metto da parte la timidezza ed entriamo: il locale è buio e fumoso, come un bar di provincia che si rispetti. Mi guardo attorno, non vorrei essere maleducata e interrompere conversazioni, così scelgo di chiedere al primo signore che incontro, da solo e in silenzio. Forse sbaglio a porgli la domanda “Scusi, avrei bisogno di un’informazione”, perché lui mi guarda un po’ annoiato e mi indica una porta. Un ufficio. Lo guardo come per dire che mi basterebbero le sue conoscenze, ma si è già girato altrove. Ma una volta gli anziani non erano quelli che non vedevano l’ora di raccontare per tempi infiniti, tutti i ricordi della loro giovinezza? Essere liquidata così mi spiazza. Andiamo alla porta, busso timidamente, non sento nulla, busso più forte. Niente. Il rumore di sottofondo è troppo alto e aspettare una risposta è ridicolo. Apro ed entro, senza chiudermi alle spalle la porta, aspettando che la signora alla scrivania mi chieda cortesemente di accomodarmi. E invece mi accoglie freddamente, con una vena polemica non indifferente. “scusi, le ho detto di entrare? Non vede che sono occupata?”. Effettivamente ci sono altre persone in piedi. Mi scuso, il signore fuori mi aveva detto che l’entrata era libera. “beh, cosa vuole?”. “mi servirebbe un’informazione”. Cerco di spiegarle in due parole chi sono e cosa sto facendo, nella speranza che le mie credenziali siano sufficienti per convincerla che non voglio vendere niente e che tanto meno sono una criminale. L’effetto sembra funzionare, si scioglie un poco, le persone intorno sorridono, come a voler sdrammatizzare una conversazione iniziata male. Non sa dirmi nulla dell’area, tranne che forse è chiuso, che l’asilo accanto è usato come deposito. Rimango un po’ delusa, perché questo ritrovo per anziani è all’interno dell’area, quindi speravo sapesse dirmi qualcosa di più. Mi consigliano di chiedere ai carabinieri, che si trovano proprio accanto all’entrata principale. Ringrazio e ce ne andiamo. Permalosa, non mi dimentico dell’accoglienza e me ne lamento. Torniamo su v.le Fulvio Testi. Puntualmente passiamo davanti all’asilo. C’è qualcuno che carica e scarica. Dalle finestre si vede che l’interno è polveroso e stipato di scatoloni. Sarebbe da entrare anche lì, ma non vedo perché dovrebbero darmi il permesso di ficcare il naso in una proprietà privata, per vedere cosa viene stoccato all’interno. Procediamo e arriviamo davanti alla caserma dei carabinieri. Proprio in quel momento stanno uscendo il maresciallo con un signore e un appuntato. Li sorpassiamo, esitiamo, osserviamo l’entrata principale dell’area, è chiusa, i due tizi se ne sono andati. Faccio qualche passo verso il terzetto. Mi fermo. Esito, torno indietro. Sto assumendo un atteggiamento sospetto. Non mi resta che interrompere la conversazione e chiedere. “sto facendo una tesi sulle aree dismesse di Milano… saprebbe dirmi qualcosa a proposito di questa?” “non è dismessa, è solo chiusa”… per quanto mi riguarda è la stessa cosa. È o no un’area immensa inutilizzata? Il maresciallo mi dice che è di proprietà della Tabacchi di Trento, che sta cercando di vendere l’area, che verrà probabilmente acquistata da Rai2. insistono nel dirmi che non può essere di mio interesse. Pensano ad altre aree in zona, ma non gliene viene in mente nessuna. Per quanto a Milano ce ne siano molte, qui si ritengono fortunati. Fatico a crederci, scommetto che girando un poco ne trovo a volontà.

posted by shelise | 11:01 | commenti


mercoledì, febbraio 25, 2004
 

Manifattura tabacchi. La prigione

 

 

Continuiamo il nostro cammino, per renderci conto dell’estensione dell’area. Giungiamo alla fine del primo lato, dove il perimetro fa una svolta pronunciata, in v.le Esperia. Da qui sparisce la ringhiera, per lasciar posto a un muro alto più di tre metri, e con un’ulteriore protezione data da una rete piuttosto pesante. Si raggiungono facilmente i cinque metri, il che toglie ogni possibilità di vedere cosa accade al di là e di provare ad entrare. Su questa strada c’è un enorme cancello, che mi fa pensare subito al passaggio di Tir, perché non avrebbe senso avere un’entrata tanto grande per sole automobili. Verrebbe da pensare piuttosto ai carri armati. Dall’altra parte del sentiero pedonale su cui ci troviamo, che altro non era se non il passaggio di un tram, vista la presenza di rotaie, c’è un fazzoletto d’erba. Un triangolo di verde, poco più grande di un’aiuola spartitraffico, inutilizzabile come parco, poco sfruttato come polmone verde. Qualche albero non avrebbe fatto male. L’unico arredo urbano di questo angolo è dato da un tossico che barcolla in mezzo. Completamente perso, fuori dal mondo. In un primo momento non sembra notare la nostra presenza, il che mi rallegra, ma allungo il passo ugualmente, per non rischiare di dover avere contatti spiacevoli. Non è in grado in ogni caso di sostenere qualsivoglia conversazione. Converso con Alessandro, cercando di distrarmi. Vorrei fermarmi ad osservare maggiormente il grande cancello, ma vedo che la nostra presenza comincia a turbare lo strano individuo. Mi guardo attorno e non c’è altra anima viva. Qualche macchina passa, ma troppo velocemente e incurante per notare un tossico e due persone vestite di nero che camminano in un luogo non tanto frequentato da pedoni. Questo lato curvo non è molto esteso, ma mi sembra di impiegare un’eternità per scoprire cosa si cela oltre. Non è una piacevole passeggiata, mi trovo in uno di quei luoghi in cui nessuno vorrebbe soffermarsi. Anche il tossico, nel suo essere in altra dimensione, sembra circondato solo da solitudine, e viste le sue condizioni, non mi stupirei se ciò rispecchiasse la sua situazione reale. Giriamo l’angolo, e tenendo sempre un occhio rivolto alle mie spalle, spero di poter tirare un sospiro di sollievo. Lo spettacolo che mi si presenta davanti invece è ancora più triste: una strada larga, troppo per i miei gusti, non essendoci tanto traffico e nulla ai lati che possa suggerire un’alta frequentazione della zona. Dall’altra parte c’è poco o niente di visibile. C’è un’area militare, quindi con grandi recinzioni, alte mura, telecamere, filo spinato e quant’altro possa servire a intimorire le persone e a farle camminare a una distanza sufficiente tanto da non prendersi una scarica di mitra. O almeno questa è la sensazione che ho quando mi capita di passare vicino alle caserme di carabinieri: tutti quei cartelli gialli pieni di punti esclamativi e scritte impressionanti tipo “limite invalicabile”, avvertenze sul fatto di essere osservati, della presenza di persone armate… come può non terrorizzare tutta questa serie di deterrenti? Ho paura di fare un passo sbagliato e che possa essere notato e ritrovarmi catapultata in uno di quei thriller da metropolitana in cui un innocente si ritrova coinvolto in una serie infinita di malintesi e complotti, e deve scappare o marcire in galera per il resto dei suoi giorni: perché si sa, i veri criminali escono subito, gli altri si ritrovano a seguire lunghissime trafile per anni e anni, come in un racconto di Kafka. Cerco di consolarmi stando sul lato della strada del perimetro dell’area che mi interessa, sperando di superare in fretta la zona militare. Il marciapiede è molto largo e sfruttato come parcheggio dalle automobili. Qui tutto sembra sovradimensionato: le mura di cinta, che ricordano più quelle di un castello che di una fabbrica, la strada, il marciapiede, gli edifici. In un attimo mi sento trasformata in una lillipuziana. Veniamo praticamente costretti a passare dall’altro lato, perché da questa posizione non si riesce proprio a vedere nulla. Il muro bugnato procede a perdita d’occhio, sempre uguale, rendendo il cammino più faticoso e interminabile. Mi tocca superare il mio timore per i confini militari e attraversiamo. Se cammino all’esterno del marciapiede forse non mi sentirò tanto spiata dalle telecamere. La vista da qui è decisamente più apprezzabile. E inquietante allo stesso modo. Questo lato è perfettamente simmetrico: due enormi edifici intonacati di giallo (brrr…) sono separati da un edificio bianco di dimensioni leggermente minori. L’intera facciata è in perfette condizioni, sembra restaurato da poco. Non ci sono segni lasciati dalle intemperie e la luce solare non ha purtroppo sbiadito il colore acceso. Anche i canali di gronda sembrano nuovi. Tutto sembrerebbe perfetto se non fosse per le finestre. Oltre il muro si intuisce che il piano terra è molto più alto di un edificio normale, richiamando la funzione di ditta, essendoci probabilmente un magazzino, protetto da una tettoia piuttosto sporgente. La prima fila di finestre al di sopra di questa è protetta da inferriate: probabilmente temendo che qualcuno possa arrampicarsi sulla tettoia per cercare di infiltrarsi nell’edificio. Tutte le finestre dei due edifici gialli sono leggermente arcuate, il che dona un minimo di eleganza a una facciata altrimenti troppo squadrata, regolare e ripetitiva. Le finestre dell’edificio bianco sono invece perfettamente rettangolari, a sottolineare ulteriormente l’asse di simmetria, la diversità del centro. I telai delle finestre degli edifici gialli sono in condizioni un po’ precarie: è facilmente visibile la vernice bianca scrostata che lascia intravedere il legno sottostante. Le finestre sono tutte chiuse, ma ognuna si differenzia dalle altre per piccoli particolari: alcune sono opache, e da questa distanza non capisco se è il vetro a essere stato coperto, o se ci siano degli scuri all’interno; altre lo sono solo in parte, lasciando intravedere le stanze buie all’interno; ad alcune mancano parti di vetro, facendo entrare l’aria fredda invernale; altre presentano una sorta di rattoppo, laddove il vetro è venuto via dal telaio, in alcuni punti. La parte di edificio più a sinistra è quella in condizioni peggiori, perché in confronto al resto ci sono più finestre prive di vetro. Non ci sono impalcature, non ho visto la delimitazione tipica dei cantieri. Il silenzio è assoluto da questa parte, dove non ci sono neppure le automobili a impedire di ascoltare. Tutto lascia pensare che quest’area sia in disuso, per quanto in buone condizioni. La maestosità e l’impenetrabilità ricordano molto la disposizione di una prigione. Se non avessi visto prima il lato su v.le Testi con l’alta ciminiera sullo sfondo, sarebbe stato il mio primo pensiero.

 

posted by shelise | 11:35 | commenti


martedì, febbraio 24, 2004
 

Manifattura tabacchi continua

 

 

Il cortile immediatamente successivo all’entrata principale sembra lanciare un messaggio abbastanza chiaro: “Siamo chiusi”. Questa parte non viene utilizzata da un po’: neanche i clandestini ne han preso possesso, il che prova sia che l’area è dismessa da non troppo tempo, sia che deve esserci un buon sistema di sicurezza. Probabilmente nell’attesa di trovarci una nuova funzione si cerca di mantenere lo stato decente degli edifici il più possibile. Ad una prima occhiata i due spiazzi si assomigliano, sembrano far parte della stessa famiglia; poi piccoli particolari rivelano la differente personalità di ognuno. L’edificio dritto di fronte a noi è in condizioni peggiori: l’intonaco è stato mangiato via dall’umidità e sono ben visibili gli interventi di rattoppo, per cercare di limitare i danni, ma offrendo così una visione disordinata e consumata dell’edificio. Le grate alle finestre non lasciano possibilità di entrare. La porta rossa spicca più di tutto il resto, prendendo tutta l’attenzione per sé. Sembrerebbe un invito ad avvicinarsi, ma siamo divisi dall’area da una ringhiera, non insormontabile fisicamente, ma sufficiente per due onesti cittadini a restare fuori, soprattutto con i due tizi all’entrata principale e la diretta esposizione con la strada. Le finestre con grate non sembrano avere vetri, perché si riesce a intravedere lo spazio libero interno: vista la condizione del tutto, i vetri dovrebbero essere quantomeno sporchi di polvere, e quindi opachi. La luce che passa da un lato all’altro della bassa costruzione è troppo limpida perché ci siano dei vetri. La copertura è quella tipica delle fabbriche: tipica nell’immaginario collettivo, perché alla fine non è che se ne vedano poi così tante. L’onda urbana, che attraversa normali edifici residenziali con coperture a falda, e coperture piane, impedisce di scorgere la linea d’orizzonte. Un vascello sembra volersi inoltrare in quella tempesta: la pensilina, perfettamente perpendicolare all’onda, sembra infrangersi contro di essa: i pilastri che la sostengono sembrano in realtà delle guide che la lasciano scivolare più agilmente verso il mare aperto. Le sterpaglie che crescono sotto, alquanto selvaggiamente, insinuandosi tra i blocchi di porfido, sembrano schizzi lanciati dalla nave al varo. Il verde muschiato che cerca di farsi largo tra le venature della pavimentazione, non può che essere la schiuma del mare calmo portato in agitazione.

posted by shelise | 11:46 | commenti (2)


lunedì, febbraio 23, 2004
 

Manifattura tabacchi

 

 

Forse avrei dovuto cominciare a raccontare l’area da questa immagine, senza troppi misteri. L’entrata principale è talmente imponente da non lasciare troppi dubbi su cosa si usasse produrre qui fino a non tanto tempo fa. L’edificio di rappresentanza sembrerebbe essere del periodo fascista, lo stile è inconfondibile e sicuramente affascinante, non tanto per bellezza ed estetica, quanto per le proporzioni. Ricorda vagamente il Palazzo di giustizia, senza ombra di dubbio del periodo fascista. Le perfette condizioni dell’edificio non fanno pensare ad uno stato di abbandono, il che potrebbe significare che il complesso è chiuso da poco tempo, oppure che i materiali da costruzione usati sono stati scelti per durare, e non solo per rappresentare momentaneamente la grandezza del nome.  Questa parte si trova adiacente al cortile non in uso, descritto precedentemente. Ci siamo soffermati davanti al cancello, studiando il citofono. Ci sono tre o quattro pulsanti con diversi nomi, perfettamente leggibili, il che ha insinuato ancora una volta nelle nostre menti diversi dubbi. In quel momento è sopraggiunta una macchina, il cancello si è aperto e due tizi sono entrati. Siamo rimasti un po’ perplessi ad osservare questi due personaggi, mentre armeggiavano nel baule e aprivano uno dei portoni principali. Alessandro mi suggerisce di entrare e chiedere, ma non ce la faccio. L’imponenza dell’edificio mi intimorisce senza pietà e i due tizi non sembrano preoccuparsi molto della nostra presenza, anche se è chiaro che ci stiamo soffermando a fissarli. Tutta questa indifferenza un po’ mi offende e mi fa passare completamente la voglia di chiedere informazioni. Do per scontato che l’edificio sia almeno parzialmente funzionante, che ci sia quanto meno un custode e che quindi non sia di mio gradimento. La mia suscettibilità sarà la mia rovina. È stato Alessandro a notare questo luogo, rimasto affascinato dall’alta ciminiera e dall’apparente pace che regnava intorno all’area. Non posso dargli torto. Però l’edificio che ci troviamo davanti mi risulta antipatico e non vedo l’ora di procedere per studiare il resto. Ho pensato di fare prima un giro intorno all’area, per rendermi conto dell’estensione, poi, tornati al punto di partenza, se dovessi ritrovare il cancello aperto, allora entrerò a chiedere informazioni. 

posted by shelise | 16:37 | commenti
 

Viale Fulvio Testi

 

Un capolavoro assoluto di area dismessa. Non sono le qualità architettoniche a rendere questo blocco immenso favoloso, ma tutti i misteri che racchiude dentro. Per quanto siano enormi le dimensioni, passa abbastanza inosservato, trovandosi su una delle maggiori strade a scorrimento veloce di Milano, quella che porta verso Sesto e Monza. Anche una volta scesi dall’auto io e Alessandro nutrivamo qualche dubbio sullo stato dell’area, perché il tutto è talmente impenetrabile e massiccio da impedire qualsivoglia congettura. Ma vista l’esperienza con l’istituto geriatrico, abbiamo deciso che in ogni caso valeva la pena la sosta. Non mi sono mai soffermata da queste parti, quindi non ho la percezione esatta di quanto si estenda l’area. Ma procediamo per gradi. Il primo approccio lo abbiamo incontrando una ringhiera che ci permette di osservare l’interno di uno spiazzo per lo scarico merci. Le serrande sono tutte abbassate e arrugginite, le porte ben serrate, le finestre tutte accuratamente chiuse, tranne una che è stata dimenticata aperta, chissà da chi, ma non abbastanza da permettere a estranei di introdursi. La desolazione è totale: è pieno giorno e da un’attività funzionante ci si aspetterebbe un minimo di movimento, o perlomeno le serrande alzate e rumori dall’interno. Il traffico alle nostre spalle ci impedisce di capire se ci siano rumori provenienti dallo stabilimento, ma la calma che regna lascia pochi dubbi. Le pensiline presentano chiari segni di un attacco costante delle intemperie, senza che nessuno abbia tentato di frenare il decorso. Da questa distanza non capisco di che materiale siano i pilastri: le macchie rossastre lasciano intendere che potrebbero essere in metallo, ma ho provato a vedere anche l’intonaco attaccato dall’umidità assumere colorazioni varie. I telai in legno delle finestre sono tutti scoloriti da una eccessiva esposizione alla luce e alle intemperie. Anche il muro di fronte a noi, dove ci sono le serrande abbassate presenta macchie di umidità, sia per risalita capillare, sia per dilavamento. la differenza è chiaramente percepibile: il primo caso procura un rigonfiamento dell’intonaco di rivestimento, causando crepature e successive chiazze biancastre e grigie; il secondo caso è caratterizzato da lunghe scie scure di pioggia e umidità che spinto dalla gravità tende verso il basso, portando con sé detriti, inquinamento e particelle rubate da tutto ciò che incontra (in questo caso la poco sporgente grondaia e le tubazioni). Un cavo dell’elettricità corona la decorazione di questa facciata, come se fosse una ghirlanda dimenticata durante una festa finita da chissà quanto tempo. La parete perpendicolare a questa sembra in migliori condizioni, ma giurerei che si tratta solo di una illusione data dalla troppa esposizione solare, che invece che mostrare tutti i difetti dati dall’umidità, presenta una colorazione chiara e slavata, come una foto con troppi contrasti. I telai delle finestre sembrano confermare questa teoria. Canali di gronda e cavi di non so che natura ingombrano una facciata altrimenti regolare e ordinata. Il mattone a vista sembra ancora in ottime condizioni: l’umidità non ha fatto rigonfiare la malta, facendola strabordare dal so letto assumendo colorazioni varie, il che mi fa pensare a un’origine abbastanza recente. Ma potrebbe essere anche grazie all’esposizione solare: il calore può aver impedito all’umidità di prendere possesso della facciata. Sembrerebbe avere senso, considerando le condizioni delle altre parti costruite. Il cortile è molto pulito, non ci sono segni di spazzatura o oggetti abbandonati. Le foglie secche non sono state raccolte, ma si limitano a contornare gli arbusti di provenienza, come se qui il vento avesse smesso di soffiare. Qualche pianta indesiderata ha trovato posto per crescere, ma non abbastanza da impedire il transito o da far sembrare l’area un cimitero di sterpaglie. Il colore verde muschiato si intravede in alcune zone d’ombra, timidamente cercando di affacciarsi verso di noi. Questo spiazzo non è funzionante, ci sembra abbastanza chiaro: ma vista la vastità dell’area, potrebbe essere solo un caso. Per esempio l’edificio sullo sfondo sembra in ottime condizioni, brilla al confronto di quel che c’è in primo piano. Ma non abbiamo la certezza che faccia parte dello stesso complesso. Non ci resta che fare un giro intorno al perimetro.

posted by shelise | 10:56 | commenti (2)


sabato, febbraio 21, 2004
 

La galleria d’arte contemporanea. Bovisa.

 

Uscendo dal retro dell’università, più di una volta ho avuto modo di ammirare il muro di una ventina di metri, con disegni ogni volta più belli. L’installazione non dura a lungo, perché periodicamente l’opera viene rinnovata, permettendo ai poveri studenti di uscire da uno squallido parcheggio nascosto, circondati da colori brillanti. Le scene “dipinte”, o per meglio dire, “spruzzate” non rappresentano sempre scene simpatiche o allegre. In questo caso il mondo raccontato è quello un po’ fumettoso. Sinceramente non so se siano riproduzioni di personaggi esistenti, o se sia la fantasia dell’artista a scaturire liberamente. Se così fosse sarebbe da fargli vividi complimenti, perché il disegno in questione parrebbe uscito da una mano esperta. Quale può essere la storia? I personaggi sono con molta probabilità negativi. Gli occhi allungati e gialli non lasciano molto scampo allo stereotipo del buono e del cattivo. Il soggetto in primo piano è piuttosto disgustoso nelle sue fattezze ed esprime tutto tranne che tenerezza. Le fauci sembrano quelle di un pesce assassino, con denti sottilissimi, ma molto taglienti. Il “mostro” è avvolto da una pianta gigante, che richiama palesemente l’idea di una vegetazione fin troppo vivace piena di spine: non voglio pensare alla rosa, fiore romantico e di amore. Il personaggio in secondo piano ricorda incubi infantili, il famigerato uomo nero. La scena nel suo complesso non è proprio tranquillizzante, ma i colori sono così belli e vivaci da regalare in ogni caso un po’ di allegria alla strada. Non sono un’intenditrice, ma mi sentirei di fare i complimenti a chi ha realizzato questo graffito. Probabilmente chi realizza queste opere va anche in giro a fare firme (qual è il termine giusto? Tag?), che personalmente non approvo. Ci sono sempre in ballo dispute nei consigli comunali, se considerare certe riproduzioni positive o negative. Mi è sembrato di capire che siano accettate se non realizzate su edifici o mezzi di trasporto, ma accolte di buon grado se capaci di rendere un po’ di colore in zone come queste. Si tratta di una vera e propria corrente artistica, chiamata “aerosol art” e come tale andrebbe tutelata, anche da coloro che ne abusano, imbrattando la città. Quel che penso in poche parole è: se sei un incapace, cambia passatempo, e lascia che siano gli altri ad abbellire le periferie. Secondo me in questo caso lo scopo è stato raggiunto.

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giovedì, febbraio 19, 2004
 

Il museo all’aperto.

Fino ad ora mi sono ritrovata a parlare solo di edifici, aree dismesse e di spazio in generale. Chissà, magari un minimo di mentalità da architetto sta piano piano prendendo piede. Nel mio girovagare ho avuto modo di incontrare tante altre cose che meriterebbero un minimo di attenzione da parte di un occhio cittadino vigile. Mi riferisco a tutti quegli oggetti che si trovano lungo le strade, che non sono stati pensati come arredo urbano, ma che involontariamente per usucapione lo sono diventato. Ho cominciato a immortalarli da poco, quindi per ora le testimonianze sono scarse. Ma già incredibili. Quanti veicoli disadattati avrò già incrociato lungo il mio cammino? Tutti vittime di una rapina probabilmente. L’automobile più affascinante e più degna di richiamo è sicuramente questo piccolo veicolo rosso, di quelli che si possono guidare senza patente: a parte la poca velocità, i pochi cavalli, la poca cilindrata (non me ne intendo molto di motori), non ho mai capito come si possa permettere a qualcuno che non conosce il codice della strada di girare su un mezzo in fondo non così piccolo e innocente. Forse era stato ideato per i giovani, per tentare di scardinare la moda dei motorini e degli scooter, ma ho sempre visto alla guida di questi persone decisamente anziane. Il mezzo in questione è veramente in cattive condizioni, non tanto a causa del tempo, quanto per una furia delinquenziale che l’ha ridotto in un vero e proprio scempio. La carrozzeria è fiammante, pulita e lucida, non presenta ammaccature, segni di ruggine né patina da smog. Per il resto non c’è stata alcuna pietà: i vetri sono completamente frantumati, i telai in gomma divelti, parte della portiera dalla parte del guidatore è stata spezzata e gettata sprezzantemente sul sedile, in mezzo ai vetri. Da dove prima si accedeva al mondo della musica, ora sono rimasti solo due fili elettrici: uno rosso e uno nero. Dopo i finestrini sicuramente la prima vera vittima, anche se non penso ci fosse chissà che impianto stereo dentro. Il retro è diventato una pozza stagnante di acqua piovana, il che testimonia parte della durata dell’installazione, se considero che nei giorni scorsi non ha piovuto. La piccola vasca improvvisata ospita una piccola lattina di coca cola, di quelle distribuite dalle macchinette. Questa grande azienda sa sempre come farsi pubblicità: nel bene e nel male la sua immagine ci perseguita lungo le nostre giornate.

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Civico 121

 

 

Deve portar male aprire una piccola azienda in questo dove. Due ditte abbandonate una di seguito all’altra. Apparentemente sono molto simili: hanno le stesse dimensioni, stesso tipo di entrate, stesse caratteristiche. Questa però produceva utensili elettrici. La prima parte che incontro è l’entrata per gli autoveicoli. Rispetto all’edificio precedente, questo ha toni più caldi, quasi accoglienti. La pavimentazione è piastrellata con quadretti di due tonalità di rosa, le pareti sono intonacate di grigio bianco. La piccola tettoia che si intravede accoglie la luce del sole e invece che filtrarla sembra renderla più luminosa, accentuando il calore mancante di una giornata invernale. Anche in questo caso ho avuto qualche dubbio sul fatto che fosse effettivamente abbandonato, perché il disordine non è eccessivo: a parte qualche erbaccia che sbuca vicino ai muri e nei dintorni dei tombini, l’unica altra presenza è data da un bancale, ordinatamente appoggiato a una parete. Quello non è certo il suo posto, dovrebbe stare dentro un magazzino oppure in uno spiazzo, non in mezzo a un passo carraio. La vita sembra essersi fermata da poco da queste parti. L’unico segno di abbandono è dato dalla polvere che sta prendendo possesso delle finestre, non ancora distrutte da raid selvaggi. Due buchi nei muri attestano solo la poca voglia di manutenzione. Sulle porte a vetri della portineria stanno ancora due avvisi attaccati con lo scotch: la polvere non è penetrata fino in fondo facendo volare i due fogli di carta sul pavimento un po’ incrostato. La scala che c’è all’interno fa uno strano effetto, perché possiede ancora una certa aura di autorità: gradini a giorno in marmo, con corrimano in legno massiccio. La patina alle finestre impedisce di appurare completamente lo stato della scala, ma sembrerebbe intonsa, come se la polvere avesse volteggiato in aria decidendo poi di posarsi altrove, per rispetto di un elemento dell’edificio che fino a non troppo tempo prima accoglieva dipendenti e clienti. Uno dei due foglietti attaccati al vetro potrebbe essere una spiegazione per cui l’interno non sembra essere stato violato: “ATTENZIONE ALLARME INSERITO”. A dire il vero non è così visibile come lo riporto, ma è un piccolo rettangolo posato non proprio in evidenza in un angolo. Ma potrebbe essere sufficiente a funzionare da deterrente. L’entrata principale è sbarrata da una serranda, di quelle leggere che lasciano intravedere l’interno. Alla stessa altezza dell’intestazione si vede il lampadario, che personalmente trovo gradevole, per la sua forma triangolare: tre globi di vetro penzolano da una struttura in ferro a forma di triangolo equilatero. Le finestre in facciata sono in buone condizioni. Alcune delle leggere veneziane interne sono abbassate, altre lasciano intuire l’immobilità della vita. L’edificio è in balia di ragnetti e scarafaggi, che per una volta possono dimorare senza intrusi e ben protetti. Una delle veneziane si è rotta, formando un bel disegno a ventaglio, generando un minimo di dinamicità in una facciata altrimenti troppo regolare. L’affaccio sulla strada dell’edificio ha una conformazione simmetrica: dopo il passo carraio e l’entrata pedonale si susseguono rispettivamente un'altra entrata pedonale e un altro passo carraio. Questa seconda metà ha vissuto momenti più bui rispetto a quella immediatamente precedente. Non è chiaro se si tratti della stessa ditta, oppure sia l’ulteriore riprova che non porti bene iniziare un’attività in questa zona. L’entrata principale doveva essere piuttosto elegante: un lato è decorato con piastrelle bianche e rosse, con alcuni inserti floreali e delle piccole aperture protette da inferriate in ferro battuto che riprendono il motivo disegnato sulla parete. Questo lato si è mantenuto fino ad ora in buone condizioni, mentre il resto presenta chiari segni di incrostazioni da umidità oltre che dei buchi minacciosi sul soffitto. È un ambiente piuttosto alto e il piccolo lampadario ancora presente non sembra essere in grado di soddisfare le esigenze illuminotecniche. Il secondo passo carraio mi svela un piccolo particolare.  Rispetto al primo è in cattive condizioni: la vegetazione verso il fondo sta prendendo possesso dell’area. I muri sono sporchi e incrostati ed il pavimento ospita mucchietti di calcinacci e pezzi di laterizio. Osservo più attentamente uno di questi, per capire chi possa essere passato di qua: a parte un paio di bottiglie di birra vuote, non c’è altro tipo di spazzatura, quindi presumo un recente soggiorno di operai all’interno dell’area. Essendo la mia attenzione rivolta verso il pavimento, noto che le piastrelle non sono di due tonalità di rosa, come avevo pensato per il primo passo carraio,bensì si tratta della stessa, con in rilievo righe diagonali che seguono senso opposto da una piastrella all’altra, dando la sensazione di tonalità diverse quando colpite dalla luce.

posted by shelise | 10:31 | commenti


martedì, febbraio 17, 2004
 

Natura morta, civico 123

Appena passato il “garage” c’è un campo cinto da una rete recante un cartello che intima una punizione nel caso a qualcuno venisse in mente di oltrepassarla: secondo la legge 633 del CP. È facilmente intuibile di cosa possa trattare la suddetta, ma cercando in internet non ho trovato il testo preciso. A questo punto sarei curiosa. Il campo tutto sommato è piacevole da guardare, perché non è la solita sterpaglia, ma erbaccia verde. Per quanto non si tratti di un prato da golf, il colore acceso della natura sembra regalare un sorriso a questa strada un po’ triste. I toni vengono in ogni caso spenti dalla piccola fabbrica con cui confina, al civico 123. Non ci sono vetri rotti, qualche finestra è diligentemente chiusa, altre hanno la tapparella abbassata, poche sono socchiuse. Da lontano non ne avrei la certezza, ma parrebbe proprio chiusa. L’aria che la contorna sembra ferma, e il tempo pare abbia smesso di trascorrere da un po’. Non sufficientemente da farla invecchiare. In una fredda giornata invernale non c’è fumo che esca dai comignoli, né dalle piccole ciminiere dello stabilimento. Avanzo di qualche passo, per avvicinarmi all’entrata principale e appurare i miei sospetti. L’edificio di rappresentanza è ricoperto da piastrelline blu: ancor prima dell’intonaco ocra detesto gli edifici piastrellati. Scelte progettuali che non condivido. Il tempo poco alla volta tende a divellere una a una le piccole tessere, lasciando buchi grigi laddove si voleva creare un disegno uniforme e colorato. Un orrore. Una nitida sensazione di povertà e rovina, di invecchiamento precoce e poca cura. Non certo il messaggio che vorrebbe trasmettere un’azienda nel pieno delle sue funzioni. Infatti è chiusa. Il destino era scritto. I telai delle finestre sono quasi tutti arrugginiti, i vetri sporchi e opachi. Una sola finestra è rotta al primo piano, più per dispetto che per un tentativo di entrare, essendoci vetri ad altezze più facilmente raggiungibili. Infatti al pino rialzato c’è una finestra a cui manca totalmente il vetro: scrupolosamente sono stati tolti tutti i frammenti pericolosi, in modo da poter scavalcare senza correre eccessive imprudenze. Il cancello è facilmente scavalcabile, la finestra facilmente raggiungibile: non ho bisogno che nessuno mi confermi che all’interno devono soggiornarci persone. Ho visto posti decisamente più malmessi usati come casa dai clandestini: questo in confronto è un hotel a cinque stelle. Coloro che hanno occupato l’edificio devono ritenersi quasi fortunati di aver a disposizione locali ben protetti dalle intemperie. È un commento un po’ cinico, me ne rendo conto, ma su quindici posti che ho visitato, dieci sono abitati: gli altri o sono completamente murati, o hanno un custode, oppure sono in fase di demolizione o crollo “naturale”. Facendo un calcolo approssimativo di almeno 10 persone per fabbrica (ma alla Richard Ginori avevo già appurato la presenza di una comunità di circa 150 persone), siamo già sul centinaio di persone senza dimora e in pessime condizioni igieniche. Stima assolutamente ottimistica. Ammetto che fino ad ora questo è l’aspetto che più mi ha coinvolto. Non mi sono mai interessata molto della situazione dei clandestini, ma più vado avanti con le mie ricerche, più mi sento scioccata. L’ingresso per gli automezzi è desolato, non c’è neanche della spazzatura a fare da compagnia. L’asfalto è crepato e in prossimità dei tombini un colore muschiato cerca di avanzare, senza impedimenti che precludano la futura crescita di piante infestanti. Dipenderà tutto dai proprietari, dal tempo che lasceranno trascorrere prima di ridare vita ad un’area non ancora totalmente perduta. Gli incavi regolari delle finestre, su uno sfondo di intonaco azzurro quasi acquerellato, mi ricordano quasi una scenografia alla De Chirico. Sarà il senso di solitudine e staticità, sarà il silenzio e le telecamere spente da chissà quanto tempo, ma la discesa dello scivolo mi sembra condurre in un baratro. La ditta produceva “carta carbone, inchiostri, colori e adesivi” come scandiscono chiaramente i caratteri tridimensionali ancora in perfette condizioni attaccati sull’ingresso principale. Le serrande sono abbassate, e sono anch’esse blu: non hanno certo peccato di incoerenza. Le firme dei writer hanno intaccato solo questa parte esterna, non sembrano essersi avventurati all’interno della proprietà. Per quanto sia facile entrarvi, effettivamente si è troppo esposti alla strada, e dato il traffico, si verrebbe subito beccati.

 

 

posted by shelise | 17:27 | commenti


lunedì, febbraio 16, 2004
 

Civico 129

 

 

Portato a termine il mio compito, torno indietro, ponendo maggiore attenzione al lato della strada su cui mi trovo, lasciandomi sulla sinistra la lunga scia di case popolari. Qui c’è una tesoreria di aree dismesse ed edifici chiusi da non troppo tempo. Come prima cosa incontro un cancello, con una insegna che indica che il nulla che si trova all’interno si tratta di un garage. A dire il vero non vedo nulla che possa anche solo lontanamente ricordare una costruzione. Volendo associare l’area alle automobili la definirei più un vecchio parcheggio. Volendo essere realisti la definirei semplicemente area dismessa. È estremamente affascinante. Il vuoto è totale. Quel poco che si trova all’interno sembra perdersi in confronto alla sensazione di pieno respiro che si ha. Non sembra di trovarsi a Milano, anche se ormai, dopo aver girato per un paio di mesi, mi rendo conto che la città è piena di aree immense, vuote, ricoperte solo di sterpaglie. Ma per quante ce ne siano, non sono immediatamente percepibili come il resto, come le strade trafficate, i palazzi e il brulicare di persone e tram. Per quante ce ne siano, non è immediato associarle a suolo cittadino. L’area che mi trovo innanzi mi conquista per l’apparente ordine che vi vige. Mi seduce quello strano andamento tipico della strada, con tracce di pneumatici, e pochi rimasugli di asfalto. Mi incanta la sensazione di infinito, della strada che non si sa dove porti, dove vada a finire. In lontananza, protette dalla foschia mattutina e, molto più probabile, dall’aura di inquinamento cittadino che a volte può donare immagini sublimi (per quanto negativo sia il fenomeno), si intravedono due figure, che camminano una accanto all’altra, entrambe vestite di rosso. Come al solito mi sento un invasore, seppure probabilmente si tratti anche in questo caso di persone che non dovrebbero trovarsi all’interno dell’area. Essendo ancora piuttosto distanti, rimango per un po’ ad osservare i relitti all’interno, come reduci di una battaglia mai combattuta, ma solo immaginata. Il vinto, una utilitaria grigia, privata dei pneumatici e ridotta quasi ad un ammasso di lamiere, senza più vetri ai finestrini e con vari oggetti che sembrano volerla piano piano consumare ulteriormente, come tanti piccoli animali che insistono su una carcassa abbandonata al suo destino… il vinto tristemente è il ricordo di ciò che l’area doveva rappresentare in passato. Il vincitore, ma solo immaginario, è un’altra utilitaria, bianca, intatta, non riporta segni di ferite e di sconfitte. Questo è ciò che rimane del ruolo di garage. Il resto è solo il presente. Qualche bottiglia vuota in mezzo a rovi e a rami morti, cartacce che si confondono nel letto di foglie secche, un carrello della spesa e tubi ordinatamente appoggiati a lato, avvertono che nulla più accade qui che possa interessare il comune cittadino. Gli alberi a lato attendono che il sole si faccia più caldo e splendente per ritornare ad esprimersi in tutta la loro vitalità. Fino ad allora accompagnano con mestizia coloro che viaggeranno alla ricerca di trovare la fine dell’infinito.

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domenica, febbraio 15, 2004
 

Via Giambellino

Mi sono diretta da queste parti per adempiere ad una commissione. Poi mi sarei diretta altrove alla ricerca di mete per le mie esplorazioni. Nel mio immaginario il Giambellino si è sempre trovato lontano da tutto: lontano dal centro, dall’altra parte della città che sono solita frequentare. In passato avevo avuto modo di rendermi conto che Milano in fondo non è una città così grande come sembrerebbe. Se si percorre a piedi, invece che con i mezzi pubblici, l’impressione è che si possa abbracciare tutta con lo sguardo. Sembrerebbe una contraddizione, perché muoversi con i mezzi dovrebbe rendere la percezione delle distanze minore che camminando. Invece è stato proprio l’uso delle mie gambe che mi ha fatto scoprire quanto sia dolce e accogliente questa città. Forse sono pensieri un po’ banali, ma che ho maturato solo con l’esperienza, luoghi comuni che sono tali solo se verificati. Ho raggiunto via Giambellino con il tram, il 14, se non ricordo male. L’ultima volta che sono passata da queste parti ero piccola e in auto con i miei. Un viaggio infinito, mi era parso. Quindi arrivando sono rimasta veramente sorpresa di scoprire quanto in realtà questa strada sia vicina a tutto il resto. Dal tram vedo la Richard Ginori. È a un passo dai Navigli. Due mondi apparentemente così distanti, come immaginario e come fisicità. Il primo tratto, arrivando dal centro non si discosta dal resto del panorama urbano, il che già mi ha di per sé colpito: non ho mai associato il Giambellino a un viale alberato con alti edifici di inizio ‘900. L’unica immagine che ho in mente è quella data dal secondo tratto: case popolari in una larga via senza neppure una piantina a fare ombra. Ho paura. Per quanto mi renda conto di non essere lontanissima da luoghi famigliari, essere qui mi fa sentire a disagio, poco protetta. La sfacciataggine con cui le case popolari si stagliano ritmicamente lungo la via, mi demoralizza. Non c’è il minimo tentativo di rendere più vivibile la vista. Noi suburbani non siamo pronti ad affrontare tali realtà di abusi edilizi. Mi è capitato spesso di sentire abitanti di quartieri popolari cercare di convincere che l’area in cui dimorano non sia così tremenda come si penserebbe, ma che al contrario è mossa da ritmi propri di una piccola e accogliente famiglia. Mi riesce difficile crederlo. Non è l’umanità delle persone che metto in dubbio, ma il fatto di poter veramente trovare ospitale uno scenario simile. Per chi viene da fuori è uno spettacolo a dir poco impressionante. Scendo dal tram un paio di fermate prima, per poter assorbire meglio le mie sensazioni. Non ci sono molte persone in giro, le automobili sfrecciano di passaggio e io cerco inutilmente qualcosa che mi scaldi il cuore durante il mio transito. L’unica cosa che mi rimane è osservare il sole, pallido, ma almeno familiare. Per la mancanza di alberi lungo la via, la luce non manca, anzi sembra abbagliare gli edifici che si affacciano quasi con arroganza sulla mia persona. Ciò che mi impressiona è la ripetizione continua della stessa tipologia, con lo stesso colore e le stesse dimensioni. Ho quasi l’impressione di non avanzare, di ritrovarmi sempre nello stesso punto. Credo di non aver incrociato un italiano lungo la via. Il che mi ha riportato alla mente la Grecia, il mio Erasmus: vivevo vicino ad una strada del tutto simile e provavo esattamente le stesse sensazioni. Mi stringevo nel mio cappotto per cercare un po’ di conforto e protezione da tutta quella esposizione. Agorafobia. Abitando laddove i milanesi doc la definiscono campagna, mi sembra sempre più contraddittorio. Il potere della città: genera sensazioni impensabili. In uno di questi edifici, qualche giorno fa una bimba di quattro anni ha appiccato un incendio, gettando un foglio di carta che bruciava dentro un armadio. Dovere di cronaca.

 

posted by shelise | 16:53 | commenti


lunedì, febbraio 09, 2004
 

Piola, il rinnovo

 

 

Ultimamente le entrate della metropolitana stanno vivendo un restyling. Scendendo dal convoglio il giorno del mio ultimo esame, ho incrociato questo cimelio che inconsapevole ha accompagnato il passaggio di migliaia di studenti, ma soprattutto, essendo un po’ egocentrica, ha accompagnato il mio. Per più di 5 anni gli sono passata davanti, sbirciando dentro il gabbiotto, sempre curiosa di vedere cosa le varie telecamere trasmettessero ai video incastonati in una scrivania un po’ malmessa. Il controllore di turno non sembrava molto interessato a quei fotogrammi, probabilmente troppo abituato ad averceli davanti. Ogni tanto lo vedevo leggere il giornale, altre fare parole crociate, altre ancora con il capo reclinato, sonnecchiando su una superficie fredda e squallida che tutto sembrerebbe fuorché un mobilio atto al riposo. Il nuovo gabbiotto è ampio, luminoso, ha pure lo spazio per un ventilatore. Tutto è bianco e grigio chiaro. La vecchia scrivania abbandonata lungo il corridoio è giallina, arrugginita, e a guardarla sembrerebbe avere almeno 20 anni. Alcuni cassetti sono aperti e lasciano intravedere il contenuto, raccontando le giornate di controllori che non sembrano essere dispiaciuti troppo di essersi separati da un compagno fedele, anche se un po’ datato. La cura riservata agli arredi è rivelatrice dello stato d’animo di chi ci lavora. I gabbiotti dell’ATM non sono come la scrivania di una segretaria, la quale impara ad affezionarsi al SUO luogo di lavoro, tenendolo in ordine, pulendolo e riempiendolo di ogni soprammobile che le possa ricordare casa e affetti. I gabbiotti dell’ATM non hanno niente di tutto questo. Chi si trova a soggiornarvi lo fa per poche ore, poi si sposterà con molta probabilità ad un’altra fermata o sarà mandato a fare altri lavori. Nei gabbiotti non c’è un segno che attesti il piacere di svolgere quel mestiere. La noia o la tensione che si respira passandogli accanto è quella di gente che non ha proprio desiderato quel destino, ma ci si è ritrovato per forza, quindi non c’è ragione di trasportarvi i propri affetti e ricordi. Forse dipende anche dal fatto che sono sempre uomini, e questi il più delle volte sono restii a essere sentimentali sul lavoro. Cambiano i mobili, cambieranno i contenuti. Insieme al vecchio hanno buttato anche ciò che c’era dentro: si vede un giornale, di quelli gratuiti che vengono distribuiti in giro per la città; si vedono fogli e documenti vari, probabilmente una volta utili, come ciò che li ospita, ma ora pronti a essere dimenticati nel tempo di un respiro. Uno dei cassetti è rotto. Sarà successo nel togliere la scrivania dal gabbiotto, oppure i controllori hanno dovuto dannarsi per anni con delle guide in metallo che non volevano più saperne di funzionare? Questo è un aspetto importante, perché è già deprimente lavorare in un luogo scuro, umido, freddo con una scrivania arrugginita: se ci mettiamo anche i cassetti rotti, il disagio diventa veramente intollerabile, poco dignitoso e rispettoso per coloro che hanno dovuto sopportare per tanto tempo una situazione simile. Direi quasi disumano. Tali rivelazioni calmano un po’ la mia rabbia nei confronti di quelle giornate di sciopero pazzo. In fondo io sono qui, a casa, che scrivo in pace la mia tesi, con tutto ciò che mi scalda il cuore a guardarmi e a tenermi compagnia; quando voglio posso prendermi una pausa e farmi una tazza di tè caldo. Chi ha lavorato per anni nel gabbiotto di Piola non aveva tutte queste comodità. Ora il panorama è sempre lo stesso: la solita edicola, il solito bar, le solite colonne che ostruiscono un poco la visuale delle scale con la gente che va e viene, senza fermarsi un secondo, senza lasciare alcuna traccia di sé e senza comunicare con i perenni controllori, diventati ormai tutt’uno con il paesaggio ipourbano. Ma ora, hanno a disposizione un luogo più accogliente, più protetto dalle raffiche di vento portate su dai convogli in transito, più dignitoso. E sembrerà banale, ma l’altro giorno dai loro volti traspariva un minimo di soddisfazione nell’osservare i passanti affascinati dallo splendore del nuovo. Il vecchio giace per ora in un angolo, nell’attesa di finire il suo destino altrove. Solo. Mi sento un po’ fatalista, forse pecco di dare agli oggetti troppa personalità e volontà. È difficile credere che cose senza anima, che hanno accompagnato per tanto tempo le nostre giornate, non abbiano nel frattempo preso vita, assorbendo le nostre esperienze e i nostri ricordi. Io fatico molto a separarmi dagli oggetti, e vedere una vecchia scrivania pronta al macello, mi fa salire un velo di malinconia, soprattutto se proprio accanto, il nuovo sorride illuminato dagli sguardi ammaliati altrui.

posted by shelise | 13:36 | commenti (7)


mercoledì, febbraio 04, 2004
 

La scuola… continua

 

 

 

Siamo risaliti in macchina dirigendoci verso il primo semaforo per fare inversione, quando pochi metri da dove avevamo parcheggiato, ci rendiamo conto che l’edificio che avevamo visto in principio non era quello che avevamo osservato poi. Ritrovare parcheggio è stato impossibile, così Alessandro si è fermato davanti a un passo carraio e mi ha mandata in spedizione, rimanendo fermo ad aspettarmi con le quattro frecce che a intermittenza mi spingevano lontana. Quel che si vede dalla strada è già di per sé affascinante. Sembra la casa degli spiriti: un piccolo edificio basso, con i buchi delle finestre spogliati del telaio e dei vetri, con le pareti di un colore tendente al grigio, accentuato dalla serie di alberi spogli a causa del riposo invernale dei germogli. Fosse stata primavera probabilmente non l’avrei notato: sarebbe stato completamente ricoperto di un verde vivo e florido (per quanto possano essere floridi gli alberi lungo una strada trafficata di Milano). Attraverso. In punta dei piedi guardo oltre l’ennesimo cancello arrugginito, ma forse un po’ meno sgangherato dei suoi predecessori. Scatto qualche foto e curioso in giro. Entrare non sembra così immediato. Quel che si vede mi lascia un po’ delusa e affascinata allo stesso tempo. Dietro il muro di cinta c’è l’edificio in questione e poi una grande area libera, occupata solo da sterpaglie intorpidite dal freddo, segni di asfalto dimenticato e invecchiato in solitudine e qualche sacco della spazzatura: chissà perché i rifiuti non mancano mai. In lontananza, almeno 50 metri azzarderei, si intravedono delle basse costruzioni a un piano, anche queste in stato d’abbandono si direbbe. Mentre continuo a rimuginare, mi distoglie dai miei pensieri un operaio del Comune, che per pura curiosità personale vuol sapere cosa io stia facendo. Non so per quale assurdo motivo mi ritrovo proiettata in un circolo vizioso di mezze verità e conseguenti bugie. Spiego di essere una studentessa di architettura (verità) e che devo fare un progetto su quest’area (bugia): non so perché, ma non avevo voglia di spiegargli la mia tesi. La mia capacità di trovare la cosa sbagliata da dire nel momento giusto è sempre più sbalorditiva. È un operaio del Comune: gira la città a fare lavori: insomma, se non conosce lui tutti gli angoli dimenticati, a chi altri devo chiedere? Ovviamente mi viene tutto in mente a posteriori. Sono troppo timida, e mi faccio prendere dal panico quando vengo interpellata quando meno me l’aspetto. Il signore mi sorride sornione mentre parliamo, il che a dire il vero mi fa sentire un po’ a disagio: fossi stato un ragazzo mi avrebbe fermato? Mi avrebbe guardato con gli occhi un po’ trasognati? Forse è per quello che cerco di dare risposte affrettate, per interrompere al più presto la conversazione. Peccato che l’improvvisazione non sia il mio forte. Non mi sarebbe venuto in mente niente di intelligente se non fosse stato lui a dirmi che ci aveva notato già prima, all’edificio più indietro, mentre guardavamo dentro al cancello spalancato dell’area piena di cianfrusaglie. Mi spiega che stanno facendo dei lavori in zona e che il Comune ha affidato loro quell’area da usare come deposito. Ormai è un po’ che si trovano lì e ha potuto constatare i quotidiani movimenti che avvengono di sera e di mattina. Entrambi gli edifici sono abitati da clandestini extracomunitari. Nel primo entrano scavalcando proprio il muro all’interno dell’area deposito, senza farsi troppi scrupoli, passando davanti tranquillamente agli addetti del Comune. Il signore non sembra provare per loro né disprezzo né un po’ di pietà: indifferenza totale, credo sia il suo stato d’animo. Mi dice che entrambi gli edifici fanno parte della stessa area, divisi solo da una scuola superiore ancora in funzione. Ah, già… l’avevo notata, ma non le avevo dato troppo peso. Mi consiglia di andare là e chiedere maggiori informazioni. Il cancello è spalancato: ai miei tempi si usava chiuderlo durante e dopo le lezioni. È ora di pranzo, probabilmente gli studenti se ne sono andati da poco. Sulla destra un po’ distanti ci sono delle persone, ma preferisco farmi un giro in cortile per capire com’è strutturato il posto. Sulla destra c’è l’edificio principale, abbastanza imponente, rispetto al resto. Sulla sinistra ci sono dei bassi edifici tutti uguali messi in fila. Questa immagine l’ho già vista: ma certo! Sono gli stessi che avevo visto dal cancello dell’area abbandonata poco prima! Decisamente non sono abbandonati, probabilmente sono laboratori scolastici. La situazione sembra la stessa che ho vissuto per cinque anni: la mia scuola era talmente cadente che dall’esterno avrebbero tutti scommesso sullo stato di completo abbandono. I nostri laboratori erano stati all’epoca da poco ristrutturati, ricavati da vecchie stalle della villa Reale di Monza. Questo scenario mi fa sentire a casa. Tra un edificio e l’altro ci sono dei ragazzi con l’aria un po’ tenebrosa che mi guardano con sospetto: a dire il vero sono io che sospetto su quel che stan facendo imboscati in un angolo con un rivolo di fumo che vien fuori da dietro le spalle di uno di loro. Ciò mi fa sentire ancora più a casa: era situazione più che normale nella mia scuola, se non ricordo male non ci si sforzava neanche tanto a nascondersi (anzi mi ricordo benissimo, ma non mi sembra il caso di dire più del dovuto a riguardo). Arrivo fino alla fine del cortile, dove c’è un basso muretto per delimitare l’ultimo degli edifici, questo abbandonato ma proprietà della scuola: si capisce dalla quantità di banchi, cattedre e armadi sfasciati buttati senza cura in mezzo alle foglie secche che non sono state più raccolte. L’edificio in sé è ancora in buone condizioni, non presenta vetri rotti (la furia vendicatrice degli studenti non ha colpito) e si notano ancora decorazioni attaccate alle finestre (una palma). Probabilmente non è chiuso da tantissimo tempo: oserei dire un paio d’anni al massimo, ma anche meno. Il basso muro delimita anche la fine dell’area scolastica, aprendosi in una landa di sterpaglie che uno non si aspetterebbe di trovare in una città come Milano. Tornando indietro sulla mia destra ritrovo l’edificio che si vede dalla strada: lo separa dalla scuola solo una di quelle reti arancioni di delimitazione di cantieri. Non ci sono segni di volontà restauratrici o di lavoro alcuno al di là del confine. La sensazione di casa degli spiriti è ancora più forte, perché non ci sono più le macchine che sfrecciano davanti ricordando il tempo che scorre. Non ci sono né porte né finestre e fatico a pensare come qualcuno possa trovare sollievo dal freddo in un luogo simile. Scatto fugacemente una foto, da inserire nel mio schedario. Forse tornerò anche qui un giorno. Ora non posso soffermarmi troppo: Alessandro mi aspetta incuriosito dall’altra parte della strada. Mi tocca riattraversare. Questa volta non ho voglia di fare il giro arrivando fino al semaforo per poi tornare indietro. Mi butto e passo direttamente da qui. Accidenti alle transenne. Mi tocca scavalcare. Alessandro mi osserva divertito, mentre con la mia solita agilità da novantenne cerco di scavalcare prima e passar sotto dopo. Il fatto di essere osservata rende l’operazione ancora più difficile, perdo quel poco di credibilità personale che posseggo. Eh sì che quelle transenne sono lì apposta per invitare i pedoni a non passare, ma a fare il giro dal semaforo.

 

 

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lunedì, febbraio 02, 2004
 

La scuola

Da viale Bezzi, decidiamo di dirigerci verso Loreto, per fare un giro nei negozi e per raggiungere l’università. Meritato riposo, dopo la visita all’Istituto geriatrico. Proseguiamo lungo la Circonvallazione. Perché cercare di perdersi quando sono state costruite delle strade che ti portano direttamente dove ti interessa? Se non avessi seguito questo pensiero non sarei passata per viale Liguria fino a chissà quando. Poco dopo la fermata della metropolitana di Romolo, dove scendono tutti gli studenti dello IULM, un po’ distrattamente notiamo un edificio tendenzialmente scuro, invecchiato, senza vetri e con tanti rampicanti che si insinuano tra le fessure. Il pranzo può aspettare, cerchiamo parcheggio, avanziamo qualche centinaio di metri, finché ci arrendiamo e torniamo indietro (volevamo parcheggiare sul lato della strada che porta verso Loreto, in modo da non dover fare inversione). Trovandoci sul lato opposto ci sentiamo un po’ disorientati, vediamo un edificio con le finestre tutte murate e parcheggiamo, proprio di fronte. Ma è quello di prima? Eppure sembra diverso. La facciata è completamente chiusa, non c’è un’apertura lasciata libera: il cemento alle finestre e alle entrate impedisce a chiunque di anche solo immaginare cosa possa esserci all’interno. È un blocco massiccio. Fortuna che c’è sempre il solito cancello sgangherato: a che pro murare il tutto se poi lasciano la via principale d’accesso debolmente protetta? Il cancello è leggermente scardinato, molto arrugginito, e le parti sono tenute insieme solo dalla ormai nota catena da bicicletta con la plastica verde consumata: c’è qualche motivo particolare per cui queste catene hanno tutte lo stesso colore? Un cartello sopra cita testualmente: “vietato l’accesso agli autoveicoli non autorizzati”. In teoria quindi potrei anche entrare… io non sono un veicolo! Si tratterebbe comunque di scavalcare il cancello, perché lo spazio lasciato libero dallo scardinamento è troppo stretto: forse un bambino potrebbe passarci. Non mi sembra il caso di mettermi a fare acrobazie in pieno giorno con il mio bel cappottino di velluto. Osserviamo più attentamente il cortile. Ci sono segnali di passaggi, un po’ di immondizia lascia pochi dubbi. La natura è completamente selvaggia: le piante sono cresciute a dismisura, sembrano ballare tra loro, catturando tutto ciò che capiti sotto i loro artigli. una delle loro vittime, che mi lascia sconcertata, è una ruspa: se hanno avuto la capacità di avvinghiare e stritolare un veicolo (probabilmente autorizzato) così grosso, cosa farebbero al mio esile corpicino umano? Dalla fessura si intravede immediatamente a destra una porta aperta in metallo, facente parte del muro di cinta. Ironicamente un cartello su questa dice “chiudere la porta”. Ci sorge un dubbio: avvicinandoci al cancello, possibile che non abbiamo notato una porta aperta? Facciamo qualche passo indietro, allungando la testa laddove dovrebbe esserci l’entrata libera: un po’ seminascosta da sterpaglie apertura… non è più tale: è stata anche questa murata. Questo fatto ci lascia un po’ perplessi, perché prima ancora di notare il vano murato, abbiamo visto da una piccola fessura la sua porta ancora sui cardini all’interno dell’area. Ridacchiando ci dirigiamo verso Piazza Belfanti, dove avevo visto un cancello spalancato che sembrava far parte del resto. Timidamente faccio qualche passo dentro e osservo: è una specie di deposito di roba vecchia, rottami o arnesi da lavoro. Un tipo è seduto su una sedia in lontananza e ci osserva. Mi ritraggo, perché in ogni caso ho potuto appurare che le due aree sono separate da una foresta di rovi e da un muro. Tornando verso la macchia un po’ sconsolati per non aver scoperto molto incontriamo nuovamente il cancello sgangherato: Alessandro mi invita ad osservare la figura su questo, rappresentante una specie di simbolo della pace (dritto o capovolto? Non ricordo…) con una S che si incrocia. Potrebbe essere un caso, potrebbe essere il simbolo della ditta che produce i cancelli, ma è troppo grande, quindi mi viene da pensare che potrebbe essere l’emblema di ciò che c’era qui.

 

 

 

 

 

posted by shelise | 13:24 | commenti