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martedì, marzo 30, 2004 L’alieno
In tutto il mio stupore e smarrimento vorrei trovare una traccia di umanità o civiltà. Tutto quel sozzume mi ha praticamente sconvolta. Non riesco a immaginare come esseri umani, miei simili, possano ridurre un posto in certe condizioni, e soprattutto non riesco a immaginare che ci siano persone che ci vivano. A che punto può arrivare la disperazione? Non riesco a capire come ci si possa ridurre in tali condizioni. Io mi rendo conto delle difficoltà cui alcuni vanno incontro, mi rendo conto che la disperazione possa annebbiare la mente, ma proprio mi è impossibile comprendere come non ci sia alcuna volontà di rendere quanto meno sopportabile un soggiorno quasi forzato in un luogo ostile e poco familiare. Sarà la mia indole femminile che mi spingerebbe a ripulire il posto prima ancora di pensare di doverci dormire, ma mai accetterei una simile situazione. Cerco una traccia, qualcosa che mi dia un segnale, qualcosa che smentisca tutto l’orrore che sto provando. Non riesco neppure a respirare, quasi con la paura di inalare batteri a me sconosciuti. È la malattia che regna in questi locali: malattie putride e malattie della mente. Un grande senso di inciviltà. Non sembra di tornare indietro di secoli, ma di milioni di anni. Ancora peggio. Sembra di visitare un’altra galassia, fino ad ora sconosciuta, in cui vivono esseri ben lontani da noi. Sembrano essere stati cancellati secoli di diritti umani. Possibile che nessuno sia in grado di risolvere certe situazioni? Possibile che nessuno si muova? E le persone che abitano proprio lì accanto? Questo piccolo ex centro giovanile sembra sparire, inghiottito dai palazzi alti che lo circondano. Un punto dimenticato, schiacciato come una formica, come gli individui che in esso cercano riparo. C’è da aver paura in questi tempi, e le persone sconosciute si affrontano con diffidenza. Eppure vorrei fare qualcosa, chiedere al comune di intervenire in qualche modo. Non si può lasciare che altri esseri umani cerchino riparo in questo dove. Questi individui si abituano troppo in fretta ad accettare un modo di vivere inaccettabile. Non dovrebbero permetterlo e non dovrebbe essere loro permesso. Visto che edifici come questo sono lasciati lì a marcire, non si potrebbe piuttosto trasformarli in un ricovero temporaneo? Io vivo nella mia casetta e non so come si muove il mondo, non conosco difficoltà tecniche e burocratiche, ma ho la sensazione che non si possa andare avanti in questo modo. Milano sta diventando una città di disperati che si rifugiano in qualsiasi meandro, disperati che si nascondono e si sentono continuamente braccati, a ragione o a torto non importa: non si può andare avanti così. Come mi disse la signora al Derganini… “L’Italia va a rotoli!”
sabato, marzo 27, 2004 Senza parole
Le due ragazze ci spiegano che forse noi stiamo cercando non una scuola, ma una specie di centro ricreativo, che effettivamente versa in condizioni di completo abbandono. Sotto la pioggia le seguiamo e per un breve tratto una di loro ci guida fino all’ingresso, senza porre alcuna domanda sul perché possa interessarci una simile visita. All’inizio rimango un po’ delusa, perché l’edificio di fronte a me è piccolo, prefabbricato, insulso. Il mio sogno è di andare a visitare una di quelle fabbriche che vedo nei vari siti di esplorazioni urbane, tanto belle da togliere il fiato. Qui lo spettacolo non preannuncia nulla di eclatante: le solite scritte sui muri, i soliti vetri rotti. Alla ringhiera che ci separa dalla proprietà mancano due aste, diventando un facile passaggio, anche se non ne vedevo la necessità, visto che il cancello è tanto basso da poter essere scavalcato senza problemi. Alessandro senza indugio mi esorta ad entrare. Io sono un po’ titubante, ma cedo e dopo un secondo mi ritrovo dentro. E mentre cammino verso l’edificio mi ritorna alla mente di come sono venuta a conoscenza di questo luogo. Cronaca nera, due giorni prima è stato ritrovato da uno che curiosava in giro, un senza tetto… senza vita. Una strana sensazione di disagio mista a tristezza mi accompagna nei miei passi, cercando una spiegazione al perché debbano accadere certe cose. L’edificio è quasi completamente vetrato e lascia scorgere tutti gli interni con un solo sguardo. Di fianco all’entrata principale c’è una stanza, con la vetrata completamente mancante, lasciando il freddo e l’umidità impregnare tutto ciò che dentro vi si trova. La scena è agghiacciante. Non c’è modo di scoprire come sia la pavimentazione, perché completamente ricoperta di qualsiasi tipo di spazzatura e cianfrusaglie. Proprio sotto la finestra c’è una traccia, che forse avrei preferito non vedere. Un giaciglio fatto di stracci che reca ancora la forma di un corpo adagiato sopra, come un letto dopo una notte di profondo sonno. Ma non è un sonno tranquillo quello che ha portato il corpo a imprimersi sugli stracci. Con molta probabilità si tratta del posto in cui è stato ritrovato il corpo senza vita… troppo male fa chiamarlo cadavere. Mi fa quasi sentire meglio il pensiero che quello fosse il suo giaciglio, piuttosto che di un’altra persona disperata, ancora disperata oggi.
lunedì, marzo 22, 2004 Via Monfalcone, il grande buco.
Giornata uggiosa, piove. Gli esploratori dicono che non si dovrebbe andare in avanscoperta con questo tempo, ma visto che tanto non mi appresto a fare scalate e cose rocambolesche, direi che un’occhiata in giro è permessa. Ho trovato una segnalazione sul giornale, nella cronaca nera. Arrivati in loco parcheggiamo l’auto proprio di fronte a un alto muro, che non lascia vedere nulla, ma non essendoci costruzioni che fanno capolino, immaginiamo che non ci sia nulla. Una sola costruzione permane lungo il perimetro: una bassa costruzione all’angolo con via Deruta. Mi chiedo se sia questa la scuola di cui parlava il giornale, anche se non ne ha le fattezze. Oltretutto le entrate sono state diligentemente murate, i cancelli sono un po’ malconci, ma in ogni caso chiusi, le finestre hanno le tapparelle abbassate e dato il loro stato, mi sento di dire che non vengono alzate da parecchio tempo, e, anzi, che basterebbe sfiorarle per ridurle in mille pezzi e lasciare che il vento ne disperda i frammenti. Vista così, la costruzione sembrerebbe un unico blocco che cerca di resistere al disfacimento, ma sbirciando in fessure arrugginite del cancello, si riesce a intravedere invece la vera natura del decorso. Dietro la facciata tutto è crollato. I muri sono spezzati e irregolari, la luce, seppur grigia e triste, entra all’interno con facilità e l’ultima pioggia invernale sancisce la fine di una lunga attesa per un definitivo degrado. Dalle fessure del cancello sposto lo sguardo verso il lato opposto, per cercare di capire cosa ci sia nel resto dell’area, che si rivela abbastanza estesa: nulla. Anche le sterpaglie sono state divorate dal grande buco, che regna sovrano al centro e che solo gli inquilini dei piani superiori nei palazzi intorno, possono ammirare. In lontananza c’è una ruspa, che farebbe pensare a lavori in corso, a un cantiere pronto a risollevare l’animo dei residenti con nuove costruzioni, nuove speranze. Ma girando intorno non c’è cartello che attesti la presenza di un possibile progetto di riqualifica. In effetti anche le sterpaglie ingoiate dal grande buco fanno di tutto per ritornare in superficie, riconquistandosi pian piano il loro territorio. Procediamo alla ricerca della scuola, ma lungo la via c’è un istituto e un asilo nido, che non sembrano avere le fattezze di luoghi abbandonati. Ora piove con più forza, quasi a volerci invitare ad andarcene. Il freddo è pungente, le mani arrossate… nel pomeriggio comincerà l’ultima nevicata della stagione. Incrociamo due ragazze, senza ombrello, che camminano frettolosamente, cercando di raggiungere le loro case sognando un pranzo caldo e un paio di pantofole. Ci pensiamo noi a infrangere le loro speranze fermandole a chiedere informazioni. Chiediamo dove sia la scuola abbandonata, non sembrano né stupite, né incuriosite del perché due persone siano interessate a raggiungere un luogo tanto antipatico. Essendo residenti in zona ricordiamo loro che solo due giorni prima vi è capitato un fattaccio, ma anche qui non sembrano né stupite né consapevoli. Non sanno di cosa stiamo parlando, ma ci assicurano che non può trattarsi dell’area che stavamo guardando, perché al centro c’è solo un grande buco. giovedì, marzo 18, 2004 Via Siccoli, il pentagramma.
Bovisa, dall’altra parte della stazione del Passante, dove vanno gli ingegneri. Ogni studente del politecnico ha la sua fabbrica abbandonata da ammirare. Se con un colpo solo si potesse decidere di farle sparire tutte, lo faremmo? Sarebbe un mondo migliore se non esistessero queste tracce di degrado urbano? Come sarebbe la città se non presentasse vuoti, crolli, e aree dismesse? I clandestini dove si nasconderebbero? Dove troverebbero dimora? E gli artisti? Dove allestirebbero le loro mostre abusive? Una città senza aree dismesse sembra pura utopia. L’uomo sembra portato a costruire e poi a distruggere, ancora e ancora, fino al raggiungimento di cosa? Il cambiamento, la rigenerazione sembrano guidare le nostre vite, quasi temendo la monotonia, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, sempre convinti che esista qualcosa di meglio di quello che abbiamo già. E allora si lascia marcire ciò che fu, nell’attesa che raggiunga uno stato sufficientemente deplorevole per poter giustificare nuovi assetti, nuovi pensieri. Guardo questa fabbrica e mi sento triste. Forse è solo uno stato d’animo che non ha nulla a che fare con la costruzione, ma che questa sembra voler incidere maggiormente nel mio cuore sensazioni già fin troppo vivide. Qui l’attesa è giunta al termine. Non c’è restauro che possa riabilitare il passato. L’unico a poter innalzare a storia questo pezzo di tempo potrebbe essere un artista, che in preda a una crisi estatica sarebbe in grado di cogliere quel poco che è rimasto e urlarlo al mondo. Nessuno vive qui dentro, nessuno espone opere. Tutto è talmente precario e già in avanzato stato di crollo da far temere che anche un solo sguardo potrebbe dare il colpo di grazia. La facciata sembra un canto gregoriano, cupo, sublime, ma ormai passato, non più in grado di seguire i ritmi che la modernità richiede. Non ci sono soprani a cantare la potenza esplosiva di ciò che fu, ma solo bassi e baritoni, come in un requiem dei più tristi che si possa pensare. La luce grigia e uniforme è una nota che suona all’infinito, come un lungo dolore non dimenticato. Una luce che filtra attraverso le cupe crepe e le sottili ed esili strutture che cercano di resistere al disfacimento. Ciò che stava in alto si accascia pian piano verso il suolo, accumulandosi con tutto il resto che in questo dove è stato dimenticato e abbandonato. Affacciamoci pure alle finestre lasciate libere. Non ci sono impedimenti ad entrare, lo spettacolo è lì, offerto a tutti, ma la sensazione è che attraversando il confine non ci sia una vera speranza di poter tornare indietro. Lugubre. Un canto lugubre, un pianto che riecheggia dal passato, che cerca di colpire i nostri animi già proiettati verso quel che sarà.
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mercoledì, marzo 17, 2004 Lo spavento
Un salto indietro di pochi mesi, per tornare in centro a Milano, all’altezza della loggia dei mercanti. È metà dicembre, il freddo ci assale, le bancarelle natalizie brillano di luci, emanano profumi, tutti gli oggetti esposti in bella mostra ipnotizzano i pedoni, che proprio non riescono a non fermarsi ad ammirare. Le nostre uniche preoccupazioni sono rivolte alle mani intirizzite e al terribile sentore che torneremo a casa con il portafogli vuoto. Per il resto le facce sono allegre e ci si lascia trasportare dall’atmosfera speziata in cui il Natale puntualmente ci immerge. In centro è lo shopping a regnare sovrano. Questo tratto è chiuso al traffico, e oltre alle musiche dalle bancarelle e a lontani rumori di auto e tram, si sentono solo i passi delle persone e un simpatico vociare su cosa sia più conveniente o più adatto a regalare. Nonostante la giornata soleggiata, intorno a noi tante stelle piccole, grandi, gialle, rosse, brillanti, opache, e la sensazione che manchino pochi giorni a una delle vacanze più attese dell’anno, in cui ci si incontra con parenti e amici lontani con la scusa di scambiarsi auguri e regali. In tutto questo candore, nulla sembra stonare e gli animi sono tranquilli, pur tenendo un occhio e una mano alla borsa, essendo comunque circondati da personaggi con sguardi torvi. Improvvisamente il botto. Violentissimo. Non uno stupido petardo in vista di Capodanno, ma qualcosa di ben più spaventoso, qualcosa che fa tremare le vetrine, qualcosa che rimbomba da una via all’altra del centro, impedendo di identificarne con certezza la provenienza. Il clima natalizio per un istante si congela in un’immagine che tutti vorremo ricordare. I pensieri vanno subito agli attentati, alla guerra, a feriti, morte e devastazione. Come un pubblico di teatro ora stiamo guardando tutti nella stessa direzione, verso via Dante, dove si sentono urla non sufficientemente distinguibili da poterci tranquillizzare. Tutto ciò che si vede è soltanto un gruppo di poliziotti bardati con caschi, scudi e manganelli che corrono come in assetto da battaglia. La paura è tanta, perché nessuno riesce a spiegarsi cosa stia accadendo. Un altro scoppio, sempre violentissimo. Una signora accanto a me cerca di consolare il suo topo-cane, io mi attacco ad Alessandro, tremando come quel piccolo tesserino. Le grida si fanno più forti. Un altro scoppio uguale ai due precedenti. La polizia continua ad accorrere. Ormai siamo tutti impietriti. Le urla si fanno più vicine e distinguibili, e si vede una lunga scia di persone arrivare marciando, inneggiando, gridando slogan. Era solo una manifestazione. Come si dice… mortacci loro. posted by shelise |
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martedì, marzo 16, 2004 Addio Bril
Il custode della Oerlikon gentilmente ci ha segnalato anche un’area dismessa poco distante da via Scarsellini, raggiungibile a piedi. Giunti in via Grazioli rimaniamo un tantino delusi. Da pochi giorni ruspe si stanno adoperando per radere al suolo tutto. Permangono ancora degli edifici per uffici. Il resto non è identificabile, in quanto ormai ridotto ad un ammasso di macerie. Vedere le ruspe al lavoro mi riporta alla mente quei giorni di circa un anno fa, quando il grande braccio meccanico tirava giù con disinvoltura vecchi muri di mattoni in Bovisa. Qui siamo arrivati un po’ troppo tardi, perché non ci sono più muri da tirare giù, ma solo vetri, ferri e mattoni da spostare in un unico mucchio, operazione già iniziata. Il cantiere è aperto, non ci sono alte staccionate a impedire la vista, ma solo una rete poco fitta, che lascia i passanti ammirare lo spettacolo di distruzione. Le macerie vengono poste proprio accanto alla nostra postazione, così che ci è dato vedere da vicino cosa accade ai vari materiali da costruzione una volta violentati. Fino ad ora hanno attaccato solo la superficie. Al di sotto, in alcuni punti, ci sono squarci di vedute dei piani ipogei, dove i mattoni forati impregnati di malta giacciono ancora al loro posto, ma consapevoli della imminente fine. Il sottosuolo accoglie mestamente frammenti di ogni tipo, accatastati fino a formare una montagna che riemerge verso la luce del sole. Piccole porzioni di muri persistono, riportando alla mente immagini di devastazioni da guerre ed esplosioni, immagini fin troppo attuali e deprimenti, che sembrano voler rappresentare le odierne paure degli esseri umani, e prepararci ad un paesaggio che tutti temono di dover conoscere prima o poi. Le ruspe stanno radendo al suolo tutto, per poter costruire poi qualcosa di nuovo, luminoso, moderno, qualcosa che risollevi il morale alla zona, ma a questo stadio non è facile non farsi prendere dalla tristezza e malinconia. I ferri di armatura, una volta ritti e potenti, ora sono accasciati, mosci, come i fili di lana aggrovigliati, contorti e malati. I mattoni si riconoscono solo per il caratterizzante colore rosso del laterizio, sbiadito dalla polvere della terra e della malta frantumata. I vetri, una volta rigidi e trasparenti,ora si trovano sommersi e accartocciati e tutte le increspature e fratture fanno sì che la trasparenza abbia lasciato posto ad uno strano colorito azzurro, come di una fonte d’acqua limpida, quasi a stonare con tutta la polvere che si è posata su tutto creando una patina opacizzante. In mezzo a tutto questo chiasso cercano di farsi spazio qualche oggetto e pochi stracci che avevano probabilmente preso possesso dell’edificio: ma in confronto al resto, si perdono, e le tracce di ciò che vigeva all’interno non è più neanche un ricordo. posted by shelise |
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sabato, marzo 13, 2004 Via Scarsellini, ex Corriere della sera.
Il custode della ex Oerlikon ci ha saputo dire che la fabbrica immediatamente di fronte al suo gabbiotto e all’interno della stessa area della Dgplex in disuso, apparteneva al Corriere della sera, dove venivano stampati i rotocalchi. Qui non ci sono dubbi di sorta sullo stato di abbandono, essendo tutte le aperture accuratamente murate. Non è neanche necessario farsi venire la curiosità di entrare all’interno dell’area, dal momento che si riesce ad abbracciare l’intera vista con uno sguardo, e, a parte il vano scala esterno, non c’è possibilità di scoprire cosa sopravviva all’interno. L’edificio, con il suo chiarore, sembra un fantasma che volteggia intorno all’area industriale di Affori. Personalmente mi ha colpito molto questa volontà di precludere in tutto e per tutto qualsiasi tipo di infiltrazione da parte di estranei, tant’è che pare aver tenuto clandestini lontani da tutto il quartiere. Su tre fabbriche, nessuna è stata occupata: silenzio e solitudine fanno da padroni incontrastati.
Esattamente di fronte alla Oerlikon, che ho poi scoperto essere stata produttrice di frese e armi, si trova un’altra fabbrica, silenziosa e deserta. Ci siamo soffermati un po’ ad osservarla, cercando tracce di un sicuro abbandono. Il cortile è perfettamente visibile, protetto solo da una ringhiera, eventualmente scavalcabile. Nonostante la facilità di accesso non si vedono segni di occupazione. Le serrande che portano ai magazzini sono tutte aperte, ma nessuno sembra passarci attraverso. All’interno si intravedono vari sacchi di spazzatura, e così pure in svariati punti all’esterno. Questa fabbrica confina direttamente con un’altra azienda, la Dgplex, ancora in funzione. Vediamo uscire da un loro cancello un camion, così ci avviciniamo per chiedere maggiori informazioni. Sono due operai che stanno facendo lavori di ristrutturazione. Non sanno dirci molto, ma ci confermano che la parte che interessa a noi è effettivamente in disuso, e non risulta una volontà immediata di rimetterla in funzione, pur essendo sempre di proprietà della Dgplex. venerdì, marzo 12, 2004
Stavamo cercando di raggiungere la sponda opposta della Bovisa, tagliata in due dalla ferrovia, quando ci siamo persi nei meandri di Affori. Guardo attentamente la cartina per cercare una via d’uscita, quando ad un certo punto, alzando distrattamente gli occhi vedo una lunghissima fila di finestre rotte, quasi da non vederne la fine. In retro torniamo indietro e ci infiliamo nella via. A sinistre ci sono edifici residenziali, a destra un parco che segue per tutta la lunghezza la facciata della fabbrica, senza ombra di dubbio dismessa. L’edificio è veramente imponente, la lunga fascia vetrata si trova molto in alto, impossibile anche solo immaginare di avvicinarsi per guardare dentro. Il parco è sempre aperto, protetto solo da una debole rete che ne definisce i contorni su tre lati, essendo il quarto dato dalla lunga facciata. Questa è divisa in lunghezza in due parti ben distinte: la metà più vicina al suolo è in cemento armato, quella più vicina al cielo è vetrata. Il parco è chiaramente frequentato dai giovani, che non perdono mai occasioni per lasciare tracce del loro passaggio. Tutta la parte in basso è completamente ricoperta da graffiti, alcuni anche piacevoli da guardare: questo muro è l’ideale per cimentarsi in questo tipo di arte, il parco ne’accoglie volentieri i colori, altrimenti violentato dal grigiore della fabbrica. La parte in alto è diventata bersaglio di giochi serali, ritrovandosi frantumata in più punti. I più bravi hanno raggiunto le altezze maggiori e disintegrato intere finestre. Per un po’ rimaniamo allibiti davanti a questo spettacolo, ma poi la razionalità torna a galla convincendoci a guardarci in giro alla ricerca di esseri umani che possano illuminare le nostre menti. Ci passa davanti un asiatico che scartiamo, immaginando che non sia in grado di dirci molto. Attendiamo ancora, fino all’arrivo di una sud americana, che con un italiano un po’ stentato ci dice di non sapere nulla, tranne che l’area è con molta probabilità abbandonata. Attendiamo ancora, ma non passa più nessuno, così decidiamo di risalire in macchina e fare un giro intorno all’area. Entriamo così in via Scarsellini, ammirando le dimensioni del complesso. Arrivati quasi alla fine parcheggiamo e scendiamo a fare due passi. Sul lato opposto della strada ci sono altre due fabbriche, chiaramente dismesse. Da questa strada non si potrebbe dire con certezza le condizioni dell’area, perché le finestre sono tutte intatte, chiuse e smerigliate. Ci mettiamo all’ascolto, ma non si sentono rumori venire dall’interno. Una ventola per l’aerazione gira debolmente, per la forza del vento, non per un meccanismo funzionante. L’unica cosa che interrompe la vista di questo blocco imponente è dato da un parcheggio macchine, posto più o meno in centro, dove la grande chiocciola in cemento armato riposa inutilizzata e con qualche traccia di cattiva manutenzione, con qualche ferro ossidato in bella vista. Quasi alla fine siamo ormai sconsolati, quando uno dei grossi cancelli blu mi mette in allerta. Fino ad ora tutto è stato assolutamente impenetrabile, e vedere uno spiraglio di speranza mi fa agitare. Il cancello è leggermente aperto, di circa un metro. Buttiamo dentro la testa meravigliati, convinti ormai di esserci sbagliati sullo stato di abbandono, quando ci accoglie il custode, che annoiato se ne sta nel suo gabbiotto. Facciamo segno per chiedere se possiamo avvicinarci a lui, il quale, un po’ sospettoso acconsente. Ci conferma che l’area non è in funzione e non lo sarà per lungo tempo. Essendo il custode non può darci il permesso di entrare e fare un giro, ne tanto meno di scattare foto all’interno, però ci accompagna per qualche metro, perché possiamo renderci conto delle dimensioni del posto. Come sempre io e Alessandro siamo gentili e molto educati, il che porta il custode a sciogliersi un poco, anche se ci guarda sempre un po’ intimorito, non convinto di aver fatto la cosa migliore nel lasciarci entrare anche se solo fino a lì. Gli chiedo a chi dovrei rivolgermi per chiedere un’eventuale autorizzazione. Non è sicuro di potermelo dire, tant’è che insiste nel dire che lui negherà ogni addebito, nel caso sorgessero complicazioni di sorta. Non ho nessuna intenzione di metterlo nei guai. Mi dice che non sa chi sia il proprietario, ma che lui lavora per il Gruppo Zunino. Ovviamente, data la mia infinita ignoranza, non ne ho mai sentito parlare. Arrivata a casa faccio ricerche in internet e scopro essere una grande società che collabora con altrettanto grande, se non di più, società chiamata Risanamento Spa. Sul sito ufficiale vengono date notizie delle varie aree dismesse in loro possesso e le intenzioni future. In questo caso tutto verrà raso al suolo per costruire un centro commerciale, o qualcosa del genere. Mi chiedo se sarebbero disposti a darmi l’autorizzazione per fare un giro all’interno dell’area, prima che venga tutto raso al suolo. Proverò.
giovedì, marzo 11, 2004 Ex-laboratori di scenografia della Scala
Un ultimo sguardo su questa fabbrica, prima di andare a visitare un’altra destinazione. Questo luogo, nonostante sia abitato da personaggi misteriosi, non suscita tutte le paure che potrebbero derivare da mete più isolate. Si trova in mezzo a edifici residenziali, sembra protetto e proteggere. L’ultima parte che osservo è diversa da qualunque cosa io abbia visto fino ad ora: un’alta facciata, senza finestre, ma solo con porte e lunghi passaggi che portano da un lato all’altro. Vagamente sembra richiamare una tipologia ormai non più in uso, delle vecchie corti: i palazzi a ringhiera, dove per arrivare alla porta di casa ci si trova a passare di fronte alla casa altrui. Le finestre qui sono solo immaginarie, e le aperture non servono residenze, ma probabilmente livelli diversi di un edificio dentro vuoto, necessario per poter costruire le grandi scenografie del teatro di Milano per eccellenza. Un blocco massiccio e uniforme, che cerca di raccontare qualcosa di sé aprendosi verso l’esterno, lasciando che l’aria di lunghi anni di lavoro inondi le strade e i passanti. Le porte sembrano così piccole al confronto! Con un salto vorrei raggiungere una di quelle aperture e cominciare un viaggio infinito, salendo e scendendo scale, sbirciando nelle stanze, nei laboratori, nei magazzini, nella speranza di trovare tracce inconfondibili del passato.
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martedì, marzo 09, 2004 Ex-laboratori di scenografia de La Scala. Due interni
Alcune porte sono aperte, protette solo da una grata, per impedire che entri nessuno. Essendo il luogo abitato, sul retro ci saranno sicuramente passaggi più agevoli. È di mio interesse appurare soprattutto lo stato del luogo, verificarne la visitabilità, e scoprire se all’interno permangano oggetti veri di potenziale interesse. Questo luogo risponde bene a tutte le mie richieste. È possibile entrarci, si riesce a sbirciare l’interno senza difficoltà, e soprattutto è pieno di cose da vedere. Il primo approccio è uno sguardo dentro una delle stanze protette da grata. Di per sé non sarebbe nulla di trascendentale, essendo un semplice locale per la caldaia: ma essendo questa in perfette condizioni, o essendolo almeno il suo guscio esterno, non può che portare a un attimo di commozione. Fino ad ora non mi era ancora capitato di vedere un luogo abbandonato con al suo interno dei macchinari di qualsiasi natura, trattasi anche solo di una caldaia. Il locale è scuro, le pareti incrostate, ma tutto sembra resistere al meglio, nell’attesa che Ronconi torni con il suo spettacolo. L’altra stanza che riesco a vedere è un deposito. Contiene mille oggetti, tavole di legno, contenitori, mobili e un po’ di spazzatura dimenticata, come qualche bottiglia di birra vuota e delle lattine, che cercano di mascherare il fatto di non doversi trovare lì. Mille pensieri e immagini si accendono, tentando di sognare quali spettacoli possano aver ospitato tutto quel che ora sembra solo ciarpame. O forse è quello che è: probabilmente non sono tracce lasciate dai laboratori, ma avanzi di quel nulla che circonda il luogo nel suo presente. La parete in fondo sembra aver ospitato mille cornici delle forme più strambe, oppure sembra un richiamo ai vecchi muri realizzati con pietrosi… probabilmente sono solo macchie di umidità lasciate dai vari oggetti ospitati da questa. Un mondo magico doveva essere, una magia che ancora oggi cerca di raccontarci qualcosa.
lunedì, marzo 08, 2004 Le vie dell’acqua
Superata un po’ la paura, avendo notato quanto poco la mia presenza abbia alla fine preoccupato l’extracomunitario sparito dietro le quinte, mi soffermo ad osservare uno dei cortili abbandonati più frequentati di Milano, essendo sede dello spettacolo di Ronconi. Non ci sono molte erbacce e la ghiaia aiuta a tenere una parvenza di ordine. Ogni tanto, sparsa qua e là, un po’ di spazzatura intrattiene il visitatore curioso di scoprire la vera natura del luogo. Prima ancora di osservare il lato dell’edificio, ammiro il lato interno del muro di cinta, cosparso di piccoli tesori, che donano un’aura romantica all’atmosfera, pur essendo una giornata abbastanza soleggiata. La prima via dell’acqua che incontro è un piccolo lavabo, che per quanto sia semplice e stilizzato mi sembra una fontana lussuosa, un pezzo di antiquariato quasi. Non so cosa lo renda così speciale, sembra una protuberanza del muro, avendone le stesse caratteristiche di tonalità. Sembra quasi che intonacando il muro, abbiano intonacato con esso anche il piccolo oggetto di metallo. Il tubo di scarico si perde sotto la ghiaia, facendomi immaginare l’intricato sistema invisibile sotto i miei piedi. La rubinetteria è completamente assente, ma verrebbe da chiedersi se ci sia mai stata. Forse è per questa ragione che ho pensato ad una fontana, perché quel piccolo e unico buco nel muro è l’unica via di fuga di un rivolo d’acqua, ora fermo ed assente. Come ogni fontana che si rispetti, il meccanismo di funzionamento è ben nascosto e si ha l’impressione che potrebbe partire in qualunque istante, anche se la vera sensazione è che non accadrà per molto tempo. Segni di ruggine stanno intaccando la piccola struttura, e verrebbe da salvarla da un sicuro declino futuro. L’oggetto in sé è tanto statico da risultare elemento di disturbo rispetto all’intonacatura disordinata del muro. La simmetria sembra stonare con l’atmosfera di abbandono che si respira intorno. Questo luogo mi attrae, perché, pur essendo una fabbrica, riesco a vedere i personaggi strani, creativi, che vi aleggiano, come se avessero lasciato mille tracce di sé. Era sì un luogo di produzione, ma di scenografie, dove la fantasia e l’estro sono necessari per realizzare qualcosa di speciale. Fantasmi di mimi e falegnami provetti si abbeverano a questa piccole fonte. Un po’ più internamente rispetto al cancello principale, altre sorgenti d’acqua accompagnano lo sguardo. La prima che incontro è un altro lavabo, un po’ più grande e meno profondo. Questo sembra figlio del muro ancor più dell’altro: il tubo di scarico si perde al suo interno, portandomi a immaginare tubazioni idrauliche lungo tutto il perimetro, per mettere in contatto le diverse fonti. Rampicanti morti servono da cornice. La rubinetteria sembra essere stata divelta con una certa violenza, lasciando un enorme buco, con i mattoni pieni a vista violentati, il che sembra essere la causa della lunga crepa che si dirama in due direzioni dal lavabo. Al di sotto di questo due ferri fuoriescono dal muro, come due sostegni di qualcosa che non c’è più. Un letto di foglie secche accompagna il riposo di una fonte non più utile. Quella che succede ad esso è sicuramente più affascinante e romantica: una vera e propria fontana, con tanto di vasca e statua al centro. Le condizioni in cui si trova fan sì che sia ancora più apprezzabile di quando era nuova e funzionante, o almeno così penso io, amante dei ruderi. Il perimetro della vasca ha richiami baroccheggianti, con curve e volute a dare un tocco d’eleganza. La statua al centro rappresenta un bambino: non vedo ali di nessun tipo che mi faccian pensare ad angeli e putti. Il tempo è stato impietoso, privandolo di un braccio e di una gamba, lasciando a vista i ferri, l’ossatura interna, rivelando il sistema costruttivo di una poco romantica colata di cemento. L’umidità ha ricoperto il bambino di uno strato di verde muschiato brillante, quasi a voler accogliere la cascata di edera che lo circonda; edera che ha preso il posto dell’acqua, regalandoci un effetto ancora più spettacolare e florido, se non fosse per il vento che ha trasportato nella vasca ogni tipo di cartaccia e foglie secche. Ma di fronte a questa immagine si ha l’impressione di poter soprassedere a questi piccoli inconvenienti, facilmente eliminabili. Al di là della fontana, tra due alberi, un altro lavabo, uguale al secondo, in quasi tutti i particolari. La struttura è la stessa, il tubo di scarico sparisce nel muro, la rubinetteria è stata divelta lasciando un buco con i mattoni pieni deturpati; sopravvive però un piccolo tubicino, da cui usciva l’acqua. Il lavabo è ricoperto da foglie e rametti morti, e calcinacci. L’umidità cola verso il basso, macchiando il muro di gialli, neri e rossi, a causa dell’ossidazione. La presenza di tutte queste fonti mi incuriosisce, addolcisce l’immagine della fabbrica abbandonata e probabilmente ingentiliva il lavoro degli operai, che in ogni caso si trovavano a creare sempre immagini sublimi.
sabato, marzo 06, 2004 Via Baldinucci, ritorno alla Bovisa.
Ho trovato questo posto assolutamente per caso. Da lontano ho visto un edificio un po’ più alto di ciò che gli stava attorno, grigio, desolato e con qualche vetro rotto. Anche se a dire il vero mi aveva affascinato di più una casetta a due piani ridotta in condizioni pietose, nella proprietà accanto. Cerco di raggiungere questa costruzione più piccola, prima di tutto, anche perché ormai ho visitato qualunque tipologia, tranne che una casa. Entro in un cancello: sulla destra c’è un’area da deposito, davanti a me a 20 metri circa un cancello, con due grossi cani che ci guardano incuriositi. Spunta vicino a loro il padrone e ci fissa guardingo. Apre il cancello e lascia i cani liberi di venire verso di noi. Alessandro adora i cani e subito fa loro le feste, non sembrano violenti, così anch’io riesco a non irrigidirmi e li lascio tranquillamente annusarmi e girarmi intorno come meglio credono. Il padrone si avvicina, è un ragazzo, più o meno della nostra età (quella in cui dire ragazzo/a è ridicolo, ma lo è altrettanto dire uomo/donna). Ci chiede diffidente cosa vogliamo e, un po’ fiero, se abbiamo paura dei cani, come se dovessimo averne. Gli chiedo della fabbrica di fianco alla sua proprietà. Era il luogo dove producevano gli scenari per La Scala, chiuso da un po’ di tempo, perché trasferitisi in luoghi migliori. In compenso una volta l’anno c’è lo spettacolo di Ronconi (infinity?). queste notizie mi fanno apprezzare molto di più l’edificio oltre il muro. Ovviamente, ci avverte, ci vivono dei clandestini, e tanti. Allora gli chiedo di quella bellissima casa nella sua proprietà, sperando invano che ci inviti ad entrare per vederla. E invece un po’ seccato ci dice che non è abbandonata, ma solo in pessimo stato e disabitata, perché costa troppo metterla a posto. Anche se non abbandonata sarebbe stato bello in ogni caso vederla da più vicino, ma vedo il tipo mal disposto, come se avessimo offeso la sua dignità. Cordialmente salutiamo e ci dirigiamo verso l’entrata principale dell’area abbandonata. Il cancello è socchiuso, non ci sono catenacci. Proprio lì davanti c’è un tipo che sembrerebbe nord africano, che parla al cellulare. Capisco subito che deve trattarsi di uno degli inquilini, perché ci guarda un po’ di traverso mentre ci soffermiamo lì davanti. In quel momento arriva un signore piuttosto anziano, si ferma e ci dice “qui ci abitano extracomunitari, non se ne può più!”, senza che noi chiedessimo nulla. Io, che sento sempre il bisogno di giustificarmi per qualsiasi cosa io faccia, spiego che mi interessa l’area per la mia tesi. Il signore annuisce, ancora contrariato per la sua rivelazione. Se ne va, così come è arrivato. Intanto il tipo al cellulare faceva finta di niente, ma con un’aria un po’ colpevole, ma soprattutto investigativa, per assicurarsi che la sua “casa” non fosse in pericolo. Buttiamo un occhio all’interno. Non ci sono movimenti strani. Chiedo ad Alessandro di stare sul cancello mentre scatto qualche foto. Ma vedendo la situazione tranquilla alla fine entriamo entrambi, io vado a destra, lui a sinistra. Nel frattempo entra anche il tipo del cellulare, e sparisce all’interno dell’edificio, dietro l’angolo a sinistra. Non sia mai che io entri dentro sapendo esserci qualcuno a cui la mia presenza non dovesse risultare gradita. Devo ammettere però che mi sembrava una persona per bene, e per qualche istante ho anche pensato di chiedergli di guidarmi in un tour, così da evitare di invadere i suoi spazi. Ma il cortile mi sembra più che sufficientemente bello, senza dover rischiare inutilmente la pelle.
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venerdì, marzo 05, 2004 Prospettive e simmetrie.
Da quando ho iniziato questa tesi, le attese non mi annoiano più. Chi prende la metropolitana direzione Cascina Gobba, si ritrova sempre in uno stato di semi frustrazione: dovendo andare verso Cologno nord, è certo che prima passeranno almeno un convoglio per Gessate e due per Gobba. Stessa cosa succede a chi deve andare a Gessate: dovrà prima attendere il passaggio di quello per Cologno e dei due per Gobba. Le speranze di scendere al freddo e al buio in una stazione qualsiasi e vedere arrivare per primo quello che porta alla propria destinazione, sono veramente esigue. La maggior parte delle persone, per dare una parvenza di attesa minore, monta comunque sulla prima metro che passa, scendendo poi a Crescenzago, per aspettare quella giusta. I motivi possono essere differenti: c’è chi ne approfitta per fumarsi una sigaretta, visto che nelle gallerie non è possibile; c’è chi soffre di claustrofobia e non vede l’ora di uscire e respirare un di sana aria derivante da via Palmanova; c’è chi guarda l’orologio e si rende conto che il sole sta tramontando e aspettare sottoterra significherebbe uscire in superficie già al buio, mortificando il ritorno a casa: non c’è niente di più rinfrancante dopo una giornata lavorativa che uscire dalla metropolitana con la luce del sole ad irraggiare i visi stanchi; c’è poi chi si vede passare davanti il Gobba, quasi vuoto, e ne approfitta per farsi qualche fermata seduto, consapevole che le altre due destinazioni sono sempre super affollate in orario di punta. Personalmente prendo il primo convoglio e scendo a Crescenzago per tutti questi motivi. Il mese scorso ho sostenuto nel primo pomeriggio il mio ultimo esame. ero molto felice. Scesa in metropolitana, in mezzo al grigiore e al forte rumore, ho cominciato a sentirmi, in modo ingiustificato, malinconica. Sono salita sul Gobba, per poter raggiungere al più presto la superficie e cominciare il giro di telefonate per dare la lieta notizia. Il vagone era quasi vuoto, e così ho cominciato a sentirmi anch’io, tentando inutilmente di trattenere le lacrime, che non capivo più se essere di gioia o di tristezza. A Udine mi stava già salendo un lieve attacco di claustrofobia. Ero seduta, sola, tenendomi il polso, un po’ agitata, quando all’improvviso mi sono sentita inondata da una luce calda e rossa. Il mondo ha ricominciato a sorridere nuovamente, l’ansia è sparita e il pianto da malinconico è diventato di gioia. Sono così scesa a Crescenzago, ho acceso una sigaretta, ho fatto un paio di telefonate, mandato qualche sms, e ancora la metro per Cologno non arrivava. Allora mi sono guardata in giro, ho cominciato a passeggiare avanti e indietro. Il cielo era veramente limpido, le auto sfrecciavano in Palmanova ed io le osservavo come fossero state note musicali di uno spartito dodecafonico. Il convoglio che arrivava da Gobba verso Milano, in direzione opposta rispetto alle auto che vedevo in Palmanova, mi sembrava rappresentare una lunga pausa, scura, cupa, per poi ripartire lentamente e tornare al ritmo sostenuto. Dovendo arrivare a Cologno Nord, ed essendo l’uscita dalla fermata all’altezza del primo vagone, attendo la metro in fondo alla banchina, dove la vista sembra tuffarsi nell’orizzonte di rotaie. La banchina è tanto lunga da diventare piccola e lontana, man mano che lo sguardo cerca di mettere a fuoco l’uscita. L’ora non è tarda, e ci sono poche persone ad aspettare con me. La banchina, indorata dal sole, è ancora più affascinante quasi deserta. Faccio qualche passo oltre la pensilina, per lasciarmi circondare completamente dalla luce. Mi metto perfettamente al centro. Dietro di me due signori parlano, ed io osservo le linee rincorrersi cercando di raggiungersi.
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mercoledì, marzo 03, 2004 Derganini
Una volta tornata sul piazzale principale, dove passano i poveri lavoratori dell’unico padiglione ristrutturato, mi sento più tranquilla e protetta. Perpendicolare alla strada, oltre lo spiazzo, c’è un’area completamente recintata. È anche circondata da alberi, che cercano inutilmente, nel loro stato spoglio invernale di occultare la vista di quel che succede al di là. Ci sono tanti padiglioni alti non più di un piano, tutti uguali, e abbandonati. Mentre osservo quel tesoro nascosto si avvicina una delle signore che avevo incontrato all’inizio, di ritorno dalla pausa pranzo. Si ferma a scambiare quattro chiacchiere e mi racconta la situazione dell’area che è costretta a vivere tutti i giorni. Il suo tono è malinconico e sconsolato. Mi dice che si tratta del vecchio Derganini, ospedale per malattie infettive (facendo delle ricerche, il nome ufficiale dovrebbe essere ospedale Bassi), e la struttura è a padiglioni proprio per tenere separate le varie malattie. Per me è una rivelazione stupefacente, perché mai avrei creduto di imbattermi in un pezzo di storia così affascinante a due passi dal centro (facciamo tre o quattro…). È una chiara testimonianza di tempi andati, e guardandomi in giro posso ancora rilevare la vita di allora, con preoccupazioni e dolori e il viavai di infermiere e medici. Faccio notare alla signora che, nonostante ci sia questa nuova sezione della Asl, mi pare strano che tengano un cancello spalancato su di un’area in completo disfacimento. Mi svela così che accade solo una volta alla settimana, di venerdì, perché nelle vicinanze si ritrovano migliaia di fedeli musulmani a pregare, e per non ingorgare il traffico hanno concesso loro quest’area per parcheggiare le vetture. Mi dice che se aspetto un po’ vedrò il grande piazzale riempirsi in pochi minuti. Non è molto entusiasta della situazione. Non si sente sicura, e prima di andarsene mi congeda con un “l’Italia sta andando a rotoli”. Per precauzione le chiedo nuovamente se posso continuare a gironzolare liberamente: mi sembra troppo bello per essere vero. Riprendo a osservare i padiglioni recintati. L’architettura di queste costruzioni è fine, come richiederebbe un edificio da conservare. Le facciate presentano una serie di ampie finestre, ora tutte murate fino a quasi l’imposta dell’arco. Una decorazione rossa percorre tutta la facciata seguendo e abbracciando l’estradosso degli archi. La costruzione in mattoni è ricoperta da uno strato di intonaco con modanature orizzontali, quasi a voler definitivamente cancellare la verticalità, già scarsa, di ogni singolo edificio. Alcune delle vetrate nell’intradosso sopravvivono, ma è chiaro che il loro destino è già segnato, se non si decide di intervenire presto. La natura sta cercando di farsi spazio, crescendo sulla copertura, ancor prima che sulle pareti. Mi avvicino ulteriormente alla recinzione per vedere se sia proprio impossibile entrare. Mi divide dall’area una rete, un piccolo fossato con alberi piantati a formare una barriera, e un’altra rete al di là. Proseguo verso la costruzione restaurata e noto che oltre un altro recinto c’è un parchetto, probabilmente sempre parte dell’area, ma diviso dall’Asl e dall’abbandono. In quel momento c’è solo un signore anziano che gioca con i due nipotino. Mi trovo esattamente tra un edificio abbandonato e quello restaurato a cui do le spalle. Senza pensarci troppo mi giro e rimango un po’ stordita dalla contrapposizione tra vecchio e nuovo. Mi rigiro, e vedere il nuovo trasformarsi in un attimo in vecchio mi demoralizza, per quanto l’abbandono sia elettrizzante.
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martedì, marzo 02, 2004 Viale Jenner, l’adrenalina.
L’area è troppo bella, e andarmene senza neanche aver tentato di vedere qualcosa di più è improponibile. Mi rendo conto di essere da sola, e addentrarsi è altamente sconsigliabile, proprio perché non conosco il sito, non so il livello di pericolosità e non ho idea di cosa ci sia stato qui prima. È vero che visitare un luogo senza sapere nulla può essere stimolante, ma i veri esploratori urbani consigliano in ogni caso di informarsi prima, per accertarsi che non ci siano sostanze nocive, come per esempio l’amianto in molte fabbriche. Mi sono ripromessa di non entrare negli edifici, come suggeritomi dalle signore poco prima, quindi dal punto di vista della salute dovrei ritenermi abbastanza tranquilla. Quel che mi preoccupa veramente è la presenza di personaggi indesiderati che potrebbero nascondersi dietro ogni angolo. Un po’ di attenzione e circospezione dovrebbero essere sufficienti. Come al solito il mio abbigliamento non è dei più adatti per una fuga veloce e scattante, ma credo che se la paura dovesse farsi sentire, non c’è cappotto che possa impedire alle mie gambe di trovare spazio ed energia necessari a seminare chiunque. In fondo mi è già successo in passato di dover scappare da un personaggio decisamente molesto, e il mio abbigliamento allora era decisamente peggiore: gonnellina, tacchetti, ombrello e borsa. E l’ho seminato senza problemi. Ora ho solo il cappotto che potrebbe intralciare la fuga. Con un respiro profondo faccio qualche passo verso l’interno, allontanandomi dal cancello principale. Continuo a guardarmi le spalle e a girare su me stessa, per essere sicura che nessuno sbuchi da angoli nascosti. Sotto questo punto di vista sono allenata, a causa delle mie paranoie sui maniaci (e mia madre che mi ha sempre presa in giro!). sembra non esserci anima viva, a parte me e qualche piccione che ogni tanto prende il volo smovendo foglie secche e rami morti. Non è comunque mia intenzione addentrarmi più del necessario. Mi trovo tra due edifici, dietro a quello che da sul piazzale. Le aperture di entrambe le costruzioni sono completamente murate al piano terreno. L’edificio sulla mia sinistra presenta finestre prive di vetri solo al primo piano, il che non mi disturba particolarmente, perché non riesco a immaginare nessuno pronto a gettarsi da quella altezza solo per aggredirmi. Cerco di muovermi in fretta, per non sostare troppo nello stesso punto, come un animale nella foresta, sempre allerta, e pronto a nascondersi al primo sintomo di pericolo. La pittura gialla dell’edificio a sinistra è completamente rovinata, al piano terreno, e persiste solo in alcuni punti, lasciando a vista l’intonaco e i mattoni. Dove c’è lo sfogo per le acque piovane la parete si è scurita, macchiandosi di muschio e permettendo ai rampicanti di crescere rigogliosi. Le finestre sembrano essere state murate di recente, con diversi getti di cemento: si vedono perfettamente i seni lasciati dai casseri. L’edificio di fronte non ha aperture su questo lato, ma presenta anch’esso lungo tutta la facciata segni di deterioramento da umidità. Il suolo è ricoperto di erbacce, rifiuti e foglie secche, non c’è nessun segno che attesti una precedente pavimentazione. La vegetazione non è in ogni caso alta, come se qualcuno si fosse preoccupato di lasciare il passaggio libero. In mezzo al passaggio c’è un estintore: chissà per quale motivo e quasi sempre uno degli ultimi oggetti a persistere nelle aree dismesse. La costruzione sulla destra ha un che di spettrale nel suo angolo in fondo: un muro fuoriesce, come un paravento, con una croce sulla sommità e un intricato sistema di rami morti che ricoprono il tutto, come ci si aspetterebbe di vedere in un vecchio cimitero dimenticato. Peccato che ai piedi di questo ci sia un’infinità di pattumiera, quasi a sdrammatizzare la scena e a riportarla ai giorni nostri. Ormai mi sono allontanata dal cancello e la paura aumenta, ma devo almeno scoprire cosa si trova dietro la costruzione sulla destra. Sempre guardandomi le spalle e su ogni lato, con passo felpato, cercando di evitare i mucchietti di foglie secche, per non spezzare il silenzio che regna all’interno di quest’area, giro l’angolo. Fortunatamente questo lato dell’edificio non è lungo e ho così la possibilità di osservare questa nuova parte senza inoltrarmi troppo e senza espormi. Qui dietro c’è un altro ampio piazzale inerbato e con piccoli detriti sparsi un po’ ovunque. Il perimetro di quest’area è dato da una serie di edifici, di diverse altezze e in diverse condizioni di degrado: tutti in ogni caso mal messi. Tutte le aperture al livello terreno sono murate, sempre con getti di cemento. Le finestre al primo piano sono state murate tanto tempo prima, o forse sono sempre state false finestre, perché presentano lo stesso tipo di intonacatura delle facciate. I voltini delle finestre riprendono il motivo di quelle della costruzione all’entrata: in mattoni rossi a vista. La colorazione di rivestimento varia da un edificio all’altro, seguendo diverse gradazioni di giallo. Tutte queste costruzioni hanno un affaccio sulla strada. In alcuni punti la vegetazione si fa spazio, invadendo le facciate. Sono un po’ distante, ma non mi sembra necessario avvicinarmi ulteriormente, visto che il panorama non si discosta tanto dagli edifici a cui sono più vicina. Sullo sfondo si intravede un grattacielo che assomiglia vagamente al “maschio” di Garibaldi, il che mi destabilizza per qualche istante, facendomi perdere il senso dell’orientamento. Non si tratta di quel edificio, perché sto guardando esattamente dalla parte opposta. Ritorno verso il piazzale principale, convinta di aver rischiato a sufficienza. Mi trovo sulla destra il lato corto della costruzione prospiciente lo spiazzo. Non ha aperture, il tetto è a capanna e una pioggia di rami morti cerca di coprire la scritta “tenere pulito” che il tempo sta pian piano sbiadendo, e che pochi sembrano rispettare, vista la quantità di spazzatura nell’area.
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13:30 | commenti (1)
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