esploro l'urbano
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giovedì, aprile 29, 2004
 

Il cavalcavia.

 

 

Esperienza traumatica. Mi sono ritrovata a camminare in solitaria sopra il cavalcavia che sovrasta la stazione di Garibaldi. Ha dimensioni impressionanti, perché una parte è strada e l’altra, più della metà, è adibita a parcheggio. Un’area immensa completamente vuota, deserta. C’eravamo solo io e una signora con il passeggino, che però è sparita in fretta, mentre io mi sono soffermata più del dovuto per godermi il panorama di rotaie e pensiline. Uno spettacolo veramente impressionante. Ritrovarsi completamente soli a cielo aperto, mentre esattamente sotto c’è un brulicare di persone che vanno a prendere o il treno, o il passante, o la metropolitana, il tram, i pullman, o che raggiungono i propri uffici, automobili che strombazzano senza pietà. E io in pace dall’alto, quasi protetta da tutto quel caos, osservo con godimento, senza un minimo di invidia. Se non fosse per il parapetto assassino, elettrificato, si potrebbe raggiungere la copertura delle pensiline con un salto. Non ne vedrei l’utilità, più che altro perché non ci sarebbe modo di ritornare su e pensare di saltare giù… no, grazie. Ma come sempre c’è chi riesce a trovare nuove funzioni a qualsiasi costruzione in uso o in disuso. Così la copertura è diventata l’ennesima discarica abusiva nascosta in città. Comincio a pensare che si potrebbe organizzare una caccia al tesoro, utilizzando come elementi solo il pattume lasciato in giro. In questo caso c’è un passeggino. Ci vuol proprio tutta ad abbandonare, o per meglio dire, scaraventare un passeggino sulla pensilina di una stazione ferroviaria. Ha quasi un non so che di poetico, talmente mi risulta assurdo. Non mi resta che fotografarlo. Che ci vorrà mai? Sono mesi che vado in giro a scattare. Mi sporgo leggermente per avere un’inquadratura migliore, quando all’improvviso vengo investita da una serie di sensazioni molto spiacevoli, sensazioni già provate essendo io una persona ansiosa, ma mai in quel contesto: perdita di equilibrio, capogiri, forte nausea. Ho scoperto di soffrire di vertigini. Ho passato la mia infanzia in montagna, camminando a ridosso di burroni, ho attraversato l’oceano volando ad alta quota, senza avere nessuno di questi disturbi, e ricavandone anzi puro godimento. In questo frangente è stato sufficiente che stessi a un passo dal parapetto, lasciando sporgere, neanche il braccio, ma solo la mano, per sentirmi malissimo. Tutto ha cominciato a sembrarmi orrendo, le persone sotto mi sembravano viscidi insetti, il rumore delle auto mi schiacciava verso il suolo. Mi sento in pericolo. Intorno a me non c’è nessuno. Sforzandomi mi allontano dal luogo incriminato, raggiungendo al più presto il livello stradale: più scendo più sento di poter ricominciare a respirare. Ma ormai sono scossa.

posted by shelise | 10:08 | commenti
 

Il gabbiotto.

 

 

Uno dei tanti, in prossimità delle chiuse dei Navigli. È un locale piccolo, molto piccolo, sembra più un ascensore che altro. La costruzione è graziosa, o almeno lo è stata un tempo, prima che venisse ricoperta di tag. La zona in cui si trova è molto tranquilla, il Naviglio è in secca e l’erba ha cominciato a crescere. In prossimità c’è un parchetto: è ora di pranzo e le persone riempiono le panchine godendosi uno dei primi caldi e chiacchierando amabilmente. Un quadretto degno di essere ricordato. Per raggiungere questo punto ho camminato sotto un sottopasso, buio, arcuato e lungo. La mia diffidenza iniziale mi ha portata ad osservarmi in giro prima di inoltrarvi, anche perché poco prima avevo visto alcuni personaggi poco raccomandabili. Come al solito sono io a essere esagerata, ma di questi tempi credo che la prudenza non sia mai troppa. Superato il buio torno alla luce e vedo immediatamente il gabbiotto. Non so cosa sia, per quanto ne so potrebbe essere un bagno pubblico. Avvicinandomi per fare una foto un tremendo puzzo di urina mi assale e mi avvolge: anche se la costruzione in sé non fosse un gabinetto, qualcuno ha pensato bene di usufruirne come tale, almeno il perimetro esterno e il muretto accanto. L’odore acre è insopportabile e la mia permanenza dura pochi attimi, giusto il tempo di riuscire a non respirare mentre infilo la macchina fotografica nella finestrella rotta per vedere come sia messo l’interno. Un fitto strato di polvere e smog ricopre tutto, ma non abbastanza da scoprire qualche volantinatore debosciato che persa la voglia di lavorare ha pensato bene di liberarsi della carta gettandola qua dentro. A far da compagnia altro pattume, come un berretto e una bottiglia di vetro in frantumi.

 

posted by shelise | 10:07 | commenti


lunedì, aprile 26, 2004
 

Mensa operaia

 

 

L’architetto Broggi alla fine del 1800 ha dato vita ad un edificio che ora permane nella storia di Milano. Non è un luogo abbandonato, non si trova in un’area dismessa e non è destinato a lasciarsi consumare dal tempo. In questi giorni sta anzi avendo inizio il restauro, perché possa trovare una nuova funzione, pur mantenendo piccole tracce di un passato fin troppo importante per la città, in quanto centro industriale dell’Italia settentrionale. Nella mia sempre più insondabile ignoranza non sapevo neppure l’esistenza di questa costruzione, e forse non le avrei neppure dato tanto peso passandole accanto, se non fosse stato per un signore, che, vedendomi fotografare un vero e proprio rudere destinato a sparire nel giro di pochi mesi, mi ha chiesto del perché mi soffermassi lì, quando dietro l’angolo c’era un vero e proprio tesoro di storia milanese. La sua passione mi ha convinta a porre un po’ di attenzione anche alla mensa, e anzi, di approfittare del fatto che i restauri non abbiano ancora colpito la facciata, permettendomi di ammirare l’intonaco deteriorato e la scritta “cucine economiche” ancora visibile. È una costruzione graziosa, di quelle che rendono una città vivibile e a misura d’uomo. Il suo compito sarà proprio questo, visto che poco distante da lì sorgerà presto un nuovo complesso residenziale e commerciale. Non ho visto il progetto, ma il mio timore è che sia un mostro di architettura, un po’ come va adesso, creando costruzioni monumentali, che servono più a declamare che a essere vissuti. E il piccolo lotto di una ormai antica mensa operaia sarà come un neo di bellezza sul bel viso di una donna.

posted by shelise | 17:07 | commenti (2)


martedì, aprile 20, 2004
 

Il parcheggio

 

 

Sono alla ricerca di un luogo ben preciso, ho chiesto a mille persone, ma nessuno ha saputo dirmi qualcosa, se non indirizzarmi sempre in direzioni diverse. Capito così vicino a un supermercato, o più precisamente al suo parcheggio. Ecco, se tutti i cosiddetti non-luoghi, o luoghi di passaggio, fossero così, il mondo avrebbe da che sorridere e gioire. Purtroppo come tutto ciò che vedo che mi piace, ciò non durerà a lungo, visto l’immenso progetto di riqualifica della zona, quindi mi godo lo spettacolo finché dura. Il cancello è aperto, un guardiano custodisce l’entrata, guardando con sospetto chiunque osi oltrepassare il suo territorio. In principio mi guarda soltanto, io proseguo, faccio un giro veloce per ammirare la struttura, poi diligentemente torno indietro, chiedendo il permesso di scattare qualche fotografia. Da qui una lunga e piacevole conversazione con il custode, che mi racconta il passato del posto e anche il futuro. A mia volta gli spiego perché mi interessino certi luoghi, al che mi nomina la famigerata via Adda, ma sconsigliandomi allo stesso tempo di andarci, visto che proprio in quei giorni si era all’apice della rivolta dei rom. Il parcheggio è ricavato all’interno dei ruderi di una vecchia cascina dell’‘800 proprio a ridosso dei vecchi binari che servivano la zona. Mi indica il muro che delimita la cascina dalle rotaie e mi invita a fare un giro. È piacevole. Non ci sono molte altre parole. L’idea di lasciare la mia auto protetta da vecchi muri in mattoni, sotto lo sguardo di piccoli balconi in ferro battuto è semplicemente piacevole. Le sensazioni sono dolci, riposanti, la luce è dorata, grazie alle lastre ondulate in plastica che proteggono le vetture. Se penso a tanti altri parcheggi, bui, umidi e anche pericolosi se vogliamo… se penso a quelle lande sconfinate di asfalto che caratterizzano i centri commerciali della mia zona… qui siamo in centro a Milano, dove tutto dovrebbe essere triste, grigio e frenetico: eppure tutto ciò che si prova è un senso di pace, di tempi lontani che riaffiorano a inondare di luce un presente bisognoso di affetto. Anche una vecchia  e piccola edicola religiosa aiuta ad annullare il senso di spaesamento tipico del parcheggio. Alcune costruzioni persistono, racchiudendo al loro interno residui ormai caduti. Facendo un giro all’esterno l’area sembra pronta a dare il suo ultimo saluto, ad una città non più in grado di sostenere piccole tracce di un passato più a misura d’uomo, una città pronta a lasciare spazio a grandi complessi commerciali e residenziali. A dare l’ultimo saluto ci pensa un essere giunto dal futuro, che capeggia su tutta una facciata, con un corpo meccanico e scintillante.

 

 

posted by shelise | 16:43 | commenti (2)


mercoledì, aprile 14, 2004
 

Infanzia perduta

 

 

Sto diventando fatalista da qualche post. Il viaggio nel tempo che ho intrapreso cammina di pari passo con i pensieri e le sensazioni presenti. Luoghi mai visti prima mi riportano alla mente passate avventure svoltesi altrove; tracce lasciate da chissà chi mi trasmettono un velo di tristezza al pensiero dei tempi che corrono; riflessioni su dove la nostra civiltà si stia dirigendo annebbiano quella vena di positivismo che dovrebbe accompagnare la vita di ognuno di noi. Poi improvvisamente mi ritrovo a camminare tra Garibaldi e Repubblica, al lato di un grande viale, circondata da grandi aree in attesa di rivalutazione e l’occhio cade su un prato, leggermente rialzato rispetto al livello stradale. Ha un non so che di familiare, ma è talmente desolato e avvilente da sembrare far parte di un ricordo sbiadito più che ad un reale avvenimento. Confondendosi in mezzo a cartelloni pubblicitari scintillanti di immagini e promesse, compare una scritta, vecchia, consumata e veramente triste a vedersi. Varesine. Non ci posso credere. Da anni non sentivo più questo nome, talmente tanti che mi sembra di pronunciarlo per la prima volta. Mi è successa la stessa cosa proprio ieri con un altro nome: Cinzia. Alle elementari avevo una compagna con questo nome, dopodiché non ne ho più incontrate. Ora a pronunciarlo mi sembra così curioso, irreale, lontano, estraneo. È possibile abbandonare nel proprio inconscio luoghi e parole, tanto profondamente da scomparire quasi del tutto? Così è successo anche con le Varesine, il luna park. Quando ero bambina era sinonimo di divertimento, luci, colori, musica, zucchero filato. Non saprei dire quante volte io ci sia stata, forse una, forse mille, forse mai. È un passato tanto lontano da non appartenermi più. Può essere che quell’unica volta mi abbia colpito tanto da creare miriadi di sensazioni; può essere che ci sia stata tante volte, ma non essendo stato nulla di speciale le sensazioni si siano confuse con altre; può essere che non ci sia mai stata, ma essendo stata in altri luna park io vi associ le medesime sensazioni e gli stessi ricordi. Non avevo la minima idea che si trovasse vicino a Garibaldi, e la scritta mi ha colpita come una notizia inaspettata. E mi ha fatto fremere vederla in quelle condizioni, senza nulla alle spalle che possa ricondurre all’idea di musica, luci e divertimenti. Niente, non c’è più niente. Solo erbacce. E una scalinata che non sembra più tale. Andare in giro a scovare le nuove rovine di una città non è esilarante, divertente e simpatico. Può dare molte emozioni, si può sentire salire l’adrenalina in alcuni casi, ma non è mai una gita di piacere, da prendere superficialmente. Si fa i conti con il presente, incontrando situazioni di disagio e degrado che uno non penserebbe possibile, si fanno i conti con il passato altrui, ma anche con il proprio. Si prende coscienza del tempo che passa, dell’evoluzione dei luoghi, che a volte, come in questo caso, corrisponde al cammino di una vita umana: la mia, che dall’infanzia mi trovo proiettata vent’anni dopo, come se in un istante fosse stato cancellato tutto ciò che stava in mezzo. Si spezza il lento fluire degli avvenimenti, per vedere in un colpo d’occhio il prima e il poi. Mi sento quasi costretta a fare un bilancio della mia esistenza, per chiedermi se io non sia diventata come quella scritta, una volta luminosa e piena di aspettative, e ora rassegnata a seguire un destino già scritto. Sì, lo so, sono un po’ triste in questi giorni; mi vengono in mente tutte le intenzioni adolescenziali di cambiare il mondo, e vedo come ora invece tutto si sia ridotto al solo tentativo di sopravvivere e trovare il mio ruolo nella società. Giro intorno all’area e trovo un’altra entrata, più nascosta, più timida e ancora più triste. Un cartello mi accoglie quasi sarcastico: “Benvenuti e buon divertimento”. Vieni, entra, vedrai quanto ti divertirai! Sali i gradini e non c’è proprio niente. Neppure un piccolo rimasuglio di un passato gioioso, ma solo un presente mesto e invaso di erbacce.

 

posted by shelise | 17:47 | commenti (2)


lunedì, aprile 12, 2004
 

Déjà-vu

 

 

 

 

Si può rimanere tanto affascinati dalle rovine al di sopra delle nostre teste, da non notare ciò che succede al di sotto dei nostri piedi. Quelle pareti in declino catturano la nostra attenzione, facendo capolino dietro pareti ancora intatte che fungono da mera facciata. Ma abbassando la testa, forse per distrazione, forse per tristezza, dovuta allo sconforto del ricordo di giorni lontani di guerra, si vedono piccole aperture, innocenti e dimenticate. Sembrerebbero normali finestre di cantine, e forse erano proprio quello una volta, ma trovandosi esattamente sul territorio dell’edificio in rovina, promettono immagini particolari. Mi abbasso, in ginocchio, con la gente che mi cammina accanto senza capire, mi avvicino quanto più possibile, per cercare di vedere una qualsiasi forma nascere dal buio completo che regna là sotto. Pur essendo una giornata soleggiata, non c’è raggio in grado di rischiarare quegli abissi, e l’unico rumore che si sente è quello dell’aria gelida proveniente dai locali misteriosi. Il suono che mi raggiunge è come una costante vibrazione, flebile, ma presente. I miei occhi non riescono a distinguere alcun che. Non mi resta che sperimentare la tecnica del flash già usata precedentemente all’istituto geriatrico, e appropriarmi di ricordi e immagini in realtà mai vissuti. Più che di una cantina sembra trattarsi di una fognatura, uno scolo per le acque piovane. La mia macchina fotografica ha catturato una specie di cunicolo troppo stretto per essere un locale. Le pareti completamente incrostate e umide invitano ad un’esplorazione, come quelle avventure che ci si immagina da ragazzini. Il tubo di traverso sembra tanto vecchio da poter essere esso stesso in grado di raccontarmi decenni di vita vissuta nel sottosuolo. Scavo nella memoria, perché queste immagini mi sembrano tanto famigliari, il che è innaturale, se non avessi vissuto un’esperienza simile da ragazzina. Sento chiaramente l’odore di sotterranei, riesco a percepire i miei passi e la luce di una torcia taglia l’aria gelida che mi viene incontro. Sono quasi sicura di aver vissuto una simile avventura da piccola. Sì, ma quando? E dove? I miei tentativi di cancellare il passato devono essere riusciti fin troppo bene, non essendo in grado di ricordare nulla della mia infanzia. I casi strani della vita. Proprio io che inseguo questa tesi, andando a cercare luoghi abbandonati in grado di raccontare la loro storia, ho tentato con successo di cancellare la mia storia personale. Come se osservando questi luoghi io stessi espiando, scavando nel mio intimo per far riaffiorare ciò che ho voluto cancellare. Una specie di psicoterapia, mi verrebbe da pensare. Sale la curiosità e cerco di catturare ciò che sta sul fondo di questi cunicoli. Le pareti, le strutture, raccontano il tempo che passa attraverso il loro degrado, il lento consumarsi dei materiali, con il formarsi di muffe e muschi. Il suolo racconta il passare del tempo in modo completamente opposto: per accumulo. Strato dopo strato si formano anni e anni di giorni passati e fermati. Foglie secche di questo inverno si posano sopra quelle dell’anno passato. Spazzatura gettata distrattamente per terra da passanti un po’ incivili, è stata casualmente inghiottita da queste aperture incustodite, trattenendo tracce della cartaccia di una merendina di chissà quanti mesi prima, lattine di coca cola ormai passate di moda, volantini di personaggi improbabili, che di italiano hanno ben poco, eppure gli stessi occhi e lo stesso sorriso mi guardano in moltitudine dall’oscurità. Quanti centimetri di stranezze si saranno formati in decenni di abbandono? Servirebbe forse il parere di un geologo, un geologo specializzato in stratificazioni di pattume. Esisterà un simile personaggio?

 

 

 

 

 

posted by shelise | 16:32 | commenti


giovedì, aprile 08, 2004
 

L’ultima rovina

 

 

In pieno centro, dove uno non si aspetterebbe di trovare nulla in disordine, non lontano dal Duomo, sorge l’ultima rovina. Non è niente di storico, non è una fabbrica momentaneamente chiusa, non è un edificio occupato. Si tratta solo di un ammasso di macerie nascosto dietro mura e cancelli, presentandosi al pubblico solo con uno sguardo verso l’alto. È in attesa. E giorno dopo giorno piccole parti si distaccano, aumentando il volume formatosi sul suolo. Nessuno sembra preoccuparsi tanto del lento decadere dell’anima di un vecchio palazzo. Eppure attende in silenzio, sotto gli occhi di tutti, di studenti, di turisti, commercianti e comuni cittadini. Sembra aver fatto una scommessa con l’intorno: quante persone mi noteranno in mezzo al via vai costante che contraddistingue questa zona di Milano? Non sono la velocità e il traffico a comandare, ma i passetti affaccendati o flemmatici della moltitudine che ogni giorno si riversa lungo queste strade. È una rovina, perché è di fatto abbandonato a se stesso, dimenticato e solitario. Troppo tardi anche solo pensare a un recupero. Lo stato originale si può solo immaginare, con un profondo tocco creativo, essendoci solo pochi resti ad attestarne la presenza. Per scoprire lo stato dell’interno non resta che sbirciare nelle crepe delle assi di legno che delimitano alcune parti, o arrampicarsi per sfruttare qualche buco lasciato da mattoni già caduti, oppure ancora osservare attraverso le grate di una finestra che della sua funzione conserva solo la forma, non essendoci più stanze da proteggere e illuminare. Al di là solo foglie secche: un letto fitto, compatto, che sembra aver coperto qualsiasi traccia possa essere rimasta dopo tanti anni di miseria. In facciata solo finestre murate, con grate arrugginite e tristi. Una vecchia serranda leggermente forzata e rovinata racconta di attività ormai logore e andate.

 

 

posted by shelise | 16:49 | commenti (4)


lunedì, aprile 05, 2004
 

I brandelli

Tornando verso l’auto passiamo davanti a un muro. Non è di quelli pieni impenetrabili, ma è fatto con le greche, come nelle vecchie cascine. Non ci sarebbe nulla di interessante da osservare, se non fosse che il mio occhio, che ormai si fa ogni giorno più attento, nota che al di là spuntano solo erbacce. Allora mi avvicino e cerco di guardare attraverso uno dei buchi. Rimango abbastanza sorpresa, perché non mi aspettavo un’altra area dismessa in questa zona. Due mi sembrano più che sufficienti. E invece ecco spuntare una specie di parcheggio, uno spiazzo invaso da erbacce e sterpaglie con delle pensiline a tentare di rimembrare una suddivisione dello spazio regolare. Ma ormai è solo un ricordo, perché il posto sembra essere stato dimenticato da tanto tempo. Nascosto dietro a un muro, e circondato sugli altri tre lati da edifici residenziali, nessuno sembra più preoccuparsi di un piccolo punto che si confonde nella grande Milano. L’asfalto è sbiadito e pian piano si sgretola perché la natura possa fare il suo corso e riappropriarsi del terreno. La ruggine consuma le strutture metalliche e con l’umidità perenne di questa città, non ci vorrà tanto perché si riducano in brandelli irriconoscibili.

posted by shelise | 10:26 | commenti


venerdì, aprile 02, 2004
 

Le scarpe

 

 

Un ultimo sguardo all’interno è rivolto a un bagno, dove la fila di bassi lavandini ne rivela l’utilizzo pubblico di età giovanili. Tutto ormai è sporco e come in ogni altro locale ci sono rifiuti ovunque. In mezzo a tutto quel marciume, non ci si aspetterebbe un esterno tanto diverso. L’erba è invece stranamente corta e gli alberi spogli non riposano sommersi dalle loro stesse foglie cadute in autunno. Il silenzio è rotto solo dalla leggera pioggia invernale e da lontane urla di ragazzini, provenienti da una scuola poco distante, ma che sembra più un richiamo funebre di ciò che accadeva in quest’area molto tempo prima. Ma molto quanto? Le pareti sono sottili pochi centimetri e là dove c’è un grosso buco se ne rivelano i materiali precari: sono solo pannelli in cartongesso, non certo atti a durare in eterno. Rappresentano le rovine dei nostri tempi, destinate ad apparire e sparire con la stessa facilità e velocità in ogni punto della città. Sul retro ci sono ancora tracce dei giochi per bambini, arrugginiti e tristi, in attesa di venire ulteriormente consumati, fino a scomparire. Un’altalena giace solitaria, lontana dagli altri giochi, non più utilizzabile, appesa in mezzo ai glicini, gli unici in grado tra qualche mese di regalare nuovi colori e profumi ad un’area ormai andata. Un forte senso di malinconia accompagna i nostri passi verso l’uscita. Non prima di aver notato un piccolo particolare veramente singolare. Un paio di scarpe, apparentemente in buono stato, giacciono in un angolo, ordinatamente posate sotto una tettoia, come per far prendere loro un po’ d’aria. Spiccano come un punto rosso su sfondo nero, tanto che non riesco più a vedere altro intorno a me. Alessandro mi invita ad andarcene e io all’inizio lo seguo senza capire. Una volta fuori mi fa notare che la finestra dove c’erano le scarpe era oscurata da una coperta appesa, come se qualcuno avesse voluto crearsi un angolo di privacy. È molto probabile che al di là ci fosse effettivamente qualcuno.

 

 

posted by shelise | 18:42 | commenti