anteprima mondiale... il mio discorso di domani in sede di discussione di laurea. mi rendo conto della lunghezza... e probabilmente non lo leggerà nessuno...
[1- racconto]
Dalla strada si vede solo un piccolo edificio a due piani, ridotto a un rudere. In passato deve esserci stata la volontà di recuperarlo, o perlomeno di evitarne il crollo, perché presenta ponteggi lungo tutto il perimetro e per tutta l'altezza. Il rudere ha avuto la meglio, perché ailanti e robinie hanno inglobato la struttura in metallo ormai completamente arrugginita. È un vero spettacolo da guardare, perché sembra una torre mozzata di tempi lontanissimi, tanto è devastato. La copertura è completamente mancante, vetri e telai sono spariti tanto da lasciar immaginare che non ci siano mai stati. La giornata tanto bella rende l'edificio ancora più spettrale, perché sembra trovarsi in un'altra dimensione, in un altro tempo, molto lontano da noi. E io mi sono immersa nel silenzio che emana. C'è un cancello completamente spalancato: l'area è estesa, davanti a me un grande spiazzo, circondato da tante costruzioni: sembra un labirinto. Scatto una foto al mio fortino, infilandomi in mezzo alle sterpaglie, ma rimanendo vicina all'entrata del cancello, in modo da poter essere vista dalla strada. Sopraggiungono dall'interno dell'area tre signore che lavorano lì da poco per la Asl e che mi sconsigliano di avventurarmi troppo, essendo le piccole costruzioni abitate da clandestini.
[2- inquadramento:]
Quello appena letto era lo stralcio di un racconto da me scritto dopo una visita al vecchio Derganini.
La mia curiosità per i luoghi abbandonati è nata l'anno scorso, durante il laboratorio di sintesi con il professor Levi. Il tema era quello del tempo, e forse per una mia inclinazione un po' romantico-decadente, il pensiero si è rivolto verso gli angoli della città immersi nel silenzio, luoghi complementari al frenetico viavai quotidiano. Facendo delle ricerche ho scoperto non essere una passione solitaria, venendo in contatto con una vera e propria comunità di persone che condividono lo stesso interesse: l'esplorazione urbana.
[3- chi sono gli esploratori]
Navigando in diversi siti internet sull'argomento ho constatato che per lo più si tratta di ragazzi tra i 17 e i 30 anni di età, probabilmente perché in questa fascia si è più inclini al rischio e si hanno meno responsabilità. I Paesi che sembrano essere più attivi sono il Canada e gli Stati Uniti. Non tutti esplorano allo stesso modo: c'è chi si limita a osservare la città dall'esterno, chi esplora i luoghi abbandonati, chi ama anche infiltrarsi negli edifici ancora funzionanti, sfidando i sistemi di sicurezza, chi lo fa solo di giorno e chi anche di notte. Si esplorano luoghi abbandonati in genere (fabbriche, ospedali, uffici…), strutture di vario genere (ponti, dighe, sotterranei…) e qualsiasi cosa non facente parte di un normale iter quotidiano (locali tecnici, hotel, ospedali…). Ogni esplorazione richiede un equipaggiamento particolare, per rendere la visita più sicura: vestiario adatto per mimetizzarsi tra la folla (nel caso di edifici funzionanti), stivali, guanti, torce, telefono cellulare, kit di primo soccorso (per quei luoghi ritenuti meno sicuri). Lo fanno per vedere come respira la città quando non è osservata, perché si sentono in diritto di conoscere il territorio in cui vivono. Ritenendo questa curiosità più che legittima, seguono un'etica piuttosto rigida: entrano nei luoghi prescelti solo laddove ci sia la possibilità di farlo senza alterarne lo stato di fatto. Il loro motto è: le uniche tracce che lasciamo sono le nostre impronte… La loro curiosità, però, sta proprio nell'osservare le tracce lasciate dagli altri venuti prima di loro convivere con le tracce della natura che avanza. L'unica concessione è quella di scattare foto, per catturare un ricordo e poterlo condividere attraverso il racconto con gli altri esploratori. Internet è il mezzo con cui gli esploratori urbani si confrontano tra loro. E così ho fatto io, condividendo la mia esperienza con loro e con chiunque capitasse nel mio spazio virtuale.
[4- origini]
Le origini del fenomeno sono abbastanza discordanti. Alcuni tendono a pensare che coincida con la formazione delle città, altri con i miti classici e sumeri sui misteri delle grotte; più probabile con la Rivoluzione industriale e il rapido espandersi del suolo urbano. I grandi cambiamenti epocali da allora avvenuti, hanno lasciato profonde cicatrici nel territorio, cicatrici da osservare, prima di essere totalmente cancellate. I primi a teorizzare i possibili effetti positivi di un'esplorazione della città sono stati quelli dell'Internazionale Situazionista. Debord in particolare con le derive e la psicogeografia, voleva costruire un nuovo ambiente o viverlo in modo differente, permettendo uno stile di vita liberato, più piacevole, creando situazioni attraverso l'urbanismo unitario. Lo scopo era quello di sviluppare, quella da loro definita come, "la parte non-mediocre della vita, attenuandone per quanto possibile i momenti nulli". Debord definisce la psicogeografia come lo studio di leggi precise e degli effetti specifici dell'ambiente geografico, consciamente organizzato o meno, sulle emozioni ed i comportamenti degli individui. La città va esplorata attraverso le derive, vagando senza meta, lasciandosi guidare nell'ambiente circostante, o attraverso giochi psicogeografici, come per esempio quello di esplorare una città seguendo la mappa di un'altra, per contrastare la "società dello spettacolo", la vita alienata imposta. Le teorie di Debord sono molto attuali a distanza di circa 50 anni, soprattutto quando affermava che l'alienazione non avviene più mediante la produzione, come nell'era fordista, ma attraverso lo spettacolo, trasformando il vissuto in rappresentazione, codificando e strumentalizzando non più soltanto il lavoro, ma anche il tempo libero. Sempre secondo Debord "lo spettacolo è una relazione sociale fra persone mediata da immagini". La teoria situazionista rappresenta un'analisi lucida delle trasformazioni della nostra epoca, la quale appunto non è più guidata dalla sola produzione, ma anche, e soprattutto, dall'immagine. La critica, da loro iniziata e da altri successivamente portata avanti, riguarda la condizione di isolamento verso cui la società si sta dirigendo, che i mezzi di comunicazione permettono e l'urbanismo realizza: la partecipazione è illusoria, la comunicazione tra gli individui non sarebbe totalmente reale. Tutto lo spazio costruito sarebbe realizzato e organizzato in modo che di comunitario ci sia solo l'illusione dello stare insieme. Secondo Constant, la costruzione di situazioni è fatta di gesti contenuti nello scenario di un momento. L'urbanismo unitario è contro la fissazione delle persone in dati punti di una città; si contrappone alla fissazione delle città nel tempo. Sempre secondo i Situazionisti il territorio si struttura come rete che annulla differenze e specificità fisiche. Tutti gli spazi di vita quotidiana vengono banalizzati, omologati ed unificati nello spazio astratto del mercato. Oggi, anche senza saperlo, noi giovani esploratori urbani abbiamo raccolto la nostra esperienza dalle stesse teorie, rimarcando quasi l'atteggiamento profetico di alcune di queste, propagandate dall'Internazionale Situazionista.
[5- pratiche affini]
Nelle mie ricerche sono venuta a contatto con diverse realtà che ho ritenuto utili confrontare per sottolineare quanto il panorama sia ricco di possibilità in contrasto con quella società dello spettacolo, che Augè oggi definisce finzione integrale, che si estende al mondo intero.
Il Parkour per esempio, è una disciplina interessante, perché chi la pratica affronta il suolo urbano in modo totalmente inedito: il loro scopo è creare nuovi percorsi nella città attraverso il superamento di ostacoli. Più l'ostacolo è difficoltoso, più suggestioni si ricercano. Barriere architettoniche, muri, la distanza tra un edificio e un altro diventano lo spunto per mettere in atto figure acrobatiche. Gli ostacoli sono la loro arte.
Andrea Chiesi esplora le archeologie industriali per poi riprodurle sulle sue tele. Le sue architetture non sono "ambienti": sono soggetti a sé, carichi di significato. Cavi elettrici, circuiti stampati… E' una metafora della complessità del nostro mondo tecnologico.
In Italia ci sono diversi gruppi che affrontano, o hanno affrontato, l'esplorazione urbana come esperienza di sé nel mondo, per trovare la coscienza necessaria per dire, immaginare e progettare.
A Roma gli Stalker, a Torino i Cliostraat (svelando i luoghi dimenticati della città attraverso eventi), Città Svelata (secondo i quali il progetto deve passare innanzitutto attraverso chi abiterà quel luogo) e Gruppo-sfera, a Genova gli A12, a Firenze gli Errore Generale e a Napoli Arte e Propaganda. Gli Stalker in particolare investigano gli spazi urbani come un'azione che crea significati diversi per gli spazi vuoti, ambienti fertili che segnalano una diversa urbanizzazione. Si crea un sistema di relazioni all'interno dello spazio e del tempo che caratterizza i "territori attuali". I Territori Attuali costituiscono il negativo della città costruita, aree interstiziali e di margine, spazi abbandonati o in via di trasformazione. Sono i luoghi delle memorie rimosse e del divenire inconscio dei sistemi urbani, il lato oscuro delle città, gli spazi del confronto e della contaminazione tra organico e inorganico, tra natura e artificio. Foucault dice "L' attuale non è ciò che noi siamo, ma piuttosto ciò che diveniamo, ciò che stiamo diventando, ossia l'Altro, il nostro divenir-altro". Percepire lo scarto tra ciò che è sicuro e ciò che è incerto genera un senso di spaesamento che intensifica la percezione. Gli Stalker attraversano a piedi i territori attuali per essere in quegli spazi senza mediazioni, per partecipare alle loro dinamiche.
dalla teoria alla pratica
preso atto dell'esistenza del fenomeno, per capirne meglio le motivazioni, e i possibili benefici soggettivi, ma anche nel campo dell'architettura, ho ritenuto necessario sperimentare in prima persona l'esplorazione urbana, effettuando un viaggio nella città di Milano, tentando di conoscere il territorio sfiorandolo, investigandolo e raccontandolo. L'esplorazione urbana è strettamente legata al senso del tempo, e per questa ragione ho affrontato diversi panorami, che fossero in grado di suggerirmi interpretazioni su un passato recente, sul presente e sul divenire. Da qui la scelta di fabbriche abbandonate che abbiano rappresentato per un certo periodo la storia milanese, come per esempio il saponificio della Bovisa, la Richard Ginori… fino ad arrivare a piccole industrie di recente formazione che però non hanno resistito ai veloci cambiamenti. Ho ricercato il passato anche nel già citato ospedale Bassi (il Derganini), nell'ex laboratorio di scenografie della Scala, per giungere poi al presente, attraverso la fruizione dei mezzi pubblici, stazioni, fast food, edifici ancora funzionanti, come il Pio Albergo Trivulzio e i percorsi artistici offerti da Cittàzioni. Tra queste due facce (il passato e il presente)… il divenire, il senso di attesa che si respira nei cantieri e nei terreni incolti.
Milano non è la città in cui risiedo, ma da qualche anno, è la città in cui vivo, dove studio, dove passo il mio tempo libero. Pur interagendo in continuazione con i suoi spazi, mi sono resa conto di non conoscere a fondo il territorio, il che, a volte, ha portato a un lieve senso di smarrimento. Infatti, gli spazi che personalmente organizziamo e conosciamo sono pochi, riducendosi il più delle volte alle sole abitazioni. Conosciamo la nostra casa e conosciamo il luogo in cui lavoriamo, ma probabilmente sappiamo ben poco di tutto ciò che sta in mezzo. Durante le mie esplorazioni ho osservato con attenzione le dinamiche degli spostamenti da un luogo a un altro, a volte concentrandomi sulle mie sensazioni personali, a volte contemplando l'atteggiamento di perfetti sconosciuti che si trovavano per caso di fronte a me. I punti di riferimento non sono più luoghi da noi conosciuti in modo profondo, ma svincoli autostradali che sorpassiamo velocemente, immagini in movimento che spariscono con la stessa rapidità con cui si sono presentate ai nostri occhi, oppure anonime banchine, stazioni o fermate di pullman. La nostra attenzione non è rivolta a ciò che ci sta intorno, ma a qualunque cosa possa darci la sensazione di far scorrere il tempo più velocemente. È la condizione di passeggero a guidarci a destinazione, condizione caratterizzata dal senso di attesa, l'attesa, appunto, di arrivare a destinazione. Più che alla concretezza, i nostri spostamenti sembrano legati a immagini e comunicazione, simboli dell'istantaneità, che fan sì che i cittadini non siano più tali, diventando invece semplici utenti. Non percepire ciò che ci sta intorno cancella una parte di sensibilità propria dell'abitare, il che ci rende emotivamente incompleti. Proprio questa consapevolezza ha portato alla nascita dell'esplorazione urbana, perché ci ambientiamo laddove ci sia libertà di manipolare lo spazio. Essendo i luoghi pubblici preclusi a tale attività non resta che andare alla ricerca di quegli angoli dimenticati e nascosti che si trovano in ogni città: per ritrovare il senso dello spazio, per stupirsi della fisicità delle cose. Rappresentano i segni visibili di ciò che fu, ci mettono di fronte alla differenza che intercorre tra la nostra identità presente e ciò che non siamo più. La nostra esigenza di dare un senso al presente, rende difficoltosa la percezione del passato prossimo, spingendoci a cercare tracce che ricostituiscano un ordine temporale reso confuso dalla sovrabbondanza di avvenimenti e informazioni. La scelta del racconto, sia nell'esplorazione urbana che nel viaggio che ho intrapreso a Milano, non è casuale: il racconto tenta di annullare le distanze nello spazio, ma anche tra il presente e il passato prossimo. Per raccontare è necessario tornare indietro con la mente a quegli attimi vissuti, e cercare di renderli presenti. Ciò che viene scritto è un perfetto esempio di mappa mentale, in cui l'autore mette in evidenza particolari punti di riferimento, eliminando dettagli ritenuti poco importanti, ampliando o restringendo tempi, a seconda di quanto un avvenimento abbia contato nell'evolversi dell'avventura. Il racconto esplicita il modo in cui un individuo possa vivere un luogo, di come venga interpretata un'esperienza, nelle distanze spaziali e temporali.
L'esploratore urbano fa largo uso del racconto rendendolo pubblico attraverso internet. Così ho fatto io, tenendo un vero e proprio diario di bordo, un blog (dove blog deriva da web-log e log significa traccia), per raccontare in un continuum temporale le diverse esperienze spaziali, nello spazio virtuale per eccellenza. Mi sono confrontata con altri esploratori, sparsi per il pianeta, rilevando quanto tutti siano alla ricerca delle stesse suggestioni. Ho trovato riscontro anche da residenti di Milano, che hanno seguito il mio percorso, incuriositi da immagini della città che non conoscevano, o che hanno portato loro alla mente ricordi del passato.
Qualche esempio… in principio non sapevo da dove iniziare e Lisard mi ha scritto:
"comincia dalle viette dietro via torino..sarà banale, il centro...ma dal centro la città si dirama, e ti assicuro che andare in galleria in bicicletta alle 3 di notte é un'esperienza da provare..."
Oppure: … delle mie amiche addirittura per impararsi i tragitti degli autobus puntavano il dito sulla cartina della città e dovevano riuscire ad arrivarci!
Raccontando della Bovisa, sempre Lisard: mia nonna abita proprio vicino alla bovisa...mi ricordo che da piccola la domenica mio nonno mi portava a vedere i treni nella vecchia stazione...adesso anche quella é chiusa..e qndo ci passo davanti, il più delle volte sopra un treno, dal finestrino la rivedo, abbandonata, i vetri rotti e le cose coperte di polvere...
Vuotopieno, sempre in Bovisa… "ho sempre pensato fosse il "caso" a deteriorare prima alcune zone che altre... piacevole lettura... la natura selvaggia avrà il sopravvento… prima o poi..."
[7- conclusioni:]
I luoghi abbandonati, le rovine, possono rappresentare un'evocazione del ricordo. Nel ricordo noi mettiamo sullo stesso piano diversi elementi che ci aiutano a raccontare un evento: il nostro passato diventa così un miscuglio di tempi, luoghi, oggetti, sensazioni, individui, che uniti insieme rappresentano il nostro presente, ciò che siamo. Allo stesso modo rappresentano la summa di ciò che è stato fino ad un attimo prima, raccogliendo piccoli frammenti sparsi che dal passato sono arrivati fino a noi, raccontandoci non più la Storia, ma un ricordo di questa, da interpretare, e quindi personalizzare, da ogni singolo individuo che su di essi posi lo sguardo. L'osservazione e l'interazione stanno alla base del reale fruire di un luogo. L'esploratore urbano sente questa necessità pulsare maggiormente, gettando uno sguardo, più che verso un passato lontano, verso un presente da poco terminato, in un sottile tentativo di legarsi a ciò che è stato, come una catena formata da tante maglie, unite una dietro l'altra, raccontando brevi tratti di storia. Il fascino dell'osservazione di questi luoghi sta nel poter contemplare il flusso del tempo, un tempo non controllato e corretto da restauri e manutenzioni, ma un tempo libero di esprimersi, come l'esploratore è libero di sperimentare le suggestioni lasciate sciolte. L'accumulo di sedimenti, di tracce lasciate da altri, il lento consumarsi di altre forme e altre tracce fa avvertire una distanza fra un passato scomparso e una percezione attuale incompleta. La percezione di questo scarto fra incompiutezze, è la ragione essenziale del nostro piacere; è la percezione stessa del tempo, della subitanea e fragile realtà del tempo. I luoghi abbandonati e le rovine sono caratterizzati dal tentativo della natura di impossessarsi nuovamente del territorio. Ed è proprio questa a sensibilizzare maggiormente la sensazione di estasi estetica. La natura nel suo riappropriarsi ci rende partecipi di una nuova percezione del tempo, che nel vivere quotidiano non credevamo possibile: Augè lo definisce tempo puro. I molteplici passati delle rovine e la loro perduta funzionalità, quel che di esse si lascia percepire è una sorta di tempo al di fuori della storia a cui l'individuo che le contempla è sensibile come se lo aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui. Sperimentare la dimensione del tempo puro non è un'azione fine a se stessa, non è solo un viaggio interiore ed estetico: allontanarsi dalla Storia può essere un modo per riappropriarsene, per riprenderne la coscienza; una coscienza storica sbiadita dalla frenesia e dall'istantaneità, dalla spettacolarizzazione del mondo offerta dai parchi disneyiani e affini, che privilegiano uno spirito di consumo immediato e propongono simulacri del presente o della storia stessa.
L'esplorazione urbana indaga il senso del tempo attraverso un'altra forma di memoria: un paesaggio inedito racconta il tempo nelle sue diverse profondità, attraverso le memorie rimosse e del divenire inconscio dei sistemi urbani, attraverso gli spazi del confronto tra organico e inorganico.
Si confronta con la spettacolarizzazione del presente scrivendo gli spazi attraverso il racconto dell'individuale: "ogni paesaggio esiste solo per lo sguardo che lo scopre, (...) il paesaggio è lo spazio descritto da un uomo ad altri uomini", volendo citare Augè; si crea un confronto tra la propria soggettività e quella di coloro che abitano o abiteranno un dato luogo, esperienza utile per formare un'architettura di idee per la città.
Interpreta la Storia in modo complementare al monumentalismo. Un'altra urbanistica, speculare, fa percepire lo scarto tra gli spazi atemporali in un continuum temporale.
Può essere un metodo di lettura degli spazi contemporanei, per percepire il linguaggio inconscio del mutamento.
L'esploratore urbano opta per un ritorno alla materia del mondo, attraverso la ricerca di tracce, per riscoprire il piacere di essere viandanti e non solo passeggeri.